La sanità calabrese torna al centro del dibattito politico regionale con toni aspri e posizioni inconciliabili. Il piano di rientro dal debito sanitario, che dovrebbe tracciare la strada per uscire dalla grave crisi finanziaria che attanaglia il sistema sanitario regionale da oltre un decennio, è diventato terreno di scontro tra maggioranza e opposizione. Mentre i cittadini continuano a fare i conti con liste d’attesa infinite, reparti chiusi e carenza di personale, la classe politica si divide su strategie, responsabilità e soluzioni da adottare.
Il peso del debito sanitario
La Calabria si trova in piano di rientro dal debito sanitario dal 2009, una condizione che ha comportato commissariamenti, tagli e misure straordinarie che però non sono riuscite a risanare completamente i conti della sanità regionale. Il debito accumulato supera i 2 miliardi di euro, cifra che continua a pesare come un macigno sulle possibilità di investimento e ammodernamento del sistema sanitario.
Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Regione, il deficit annuale si aggira intorno ai 150 milioni di euro, nonostante i numerosi interventi di razionalizzazione e i piani di contenimento della spesa attuati negli anni. A questo si aggiunge il gap con le altre regioni italiane in termini di qualità dei servizi offerti, con la Calabria costantemente nelle ultime posizioni delle classifiche nazionali per efficienza sanitaria.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: migliaia di calabresi sono costretti a emigrare fuori regione per curarsi, alimentando il fenomeno della mobilità sanitaria passiva che sottrae ulteriori risorse alle casse regionali. Solo nel 2024, secondo le stime, la Calabria ha perso oltre 300 milioni di euro per prestazioni erogate da altre regioni ai propri cittadini.
Le proposte della maggioranza
Il presidente della Regione e la sua maggioranza hanno presentato un piano che punta su tre direttrici principali: riorganizzazione della rete ospedaliera, potenziamento della medicina territoriale e digitalizzazione dei servizi. L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2027, rispettando i parametri imposti dal Ministero della Salute e dalla struttura commissariale.
“Abbiamo ereditato una situazione disastrosa”, ha dichiarato l’assessore regionale alla Sanità durante l’ultima seduta del Consiglio regionale. “Il nostro piano prevede investimenti mirati dove servono davvero, eliminando sprechi e inefficienze che per troppo tempo hanno caratterizzato la sanità calabrese. Non possiamo più permetterci ospedali semivuoti mentre i pronto soccorso sono al collasso”.
Il piano prevede la razionalizzazione di alcuni presidi ospedalieri minori, considerati antieconomici, con il potenziamento contestuale degli hub principali. Particolare attenzione viene riservata alle Case della Salute, strutture di prossimità che dovrebbero alleggerire la pressione sugli ospedali occupandosi di medicina di base, prevenzione e assistenza territoriale.
Sul fronte del personale, la maggioranza promette 1.500 nuove assunzioni nel triennio, attingendo ai fondi del PNRR e alle risorse regionali. Si punta anche sull’innovazione tecnologica, con l’implementazione del fascicolo sanitario elettronico e della telemedicina per raggiungere le aree interne.
Le critiche dell’opposizione
L’opposizione regionale boccia senza appello il piano presentato dalla maggioranza, definendolo “insufficiente, vago e pericoloso per i piccoli centri”. Secondo i consiglieri di minoranza, la chiusura o il ridimensionamento di ospedali periferici rischia di privare intere aree della regione di servizi sanitari essenziali, aggravando il fenomeno dello spopolamento delle zone interne.
“Questo non è un piano di rilancio, è l’ennesima tagliola che penalizza i territori più fragili”, ha tuonato il capogruppo dell’opposizione. “Chiudere ospedali in montagna o nelle aree interne significa condannare quelle comunità all’abbandono. E poi parliamo di assunzioni da tre anni, ma intanto i reparti chiudono per mancanza di medici e infermieri”.
Le forze di opposizione propongono un modello alternativo che prevede il mantenimento di tutti i presidi esistenti, potenziandoli con personale e tecnologie. Secondo questa visione, il problema non è il numero di strutture ma la cattiva gestione, gli sprechi nella spesa farmaceutica e il mancato recupero dei crediti verso lo Stato.
Particolare polemica ha suscitato la questione della mobilità sanitaria attiva, ovvero l’attrazione di pazienti da altre regioni. “Mentre perdiamo 300 milioni per chi va a curarsi fuori, non facciamo nulla per attrarre pazienti da fuori regione nelle eccellenze che pure abbiamo”, ha sottolineato un esponente dell’opposizione. “È mancanza di visione strategica”.
Il nodo del commissariamento
Uno degli aspetti più controversi riguarda il ruolo della struttura commissariale, attiva in Calabria dal 2010. Il commissario ad acta, nominato dal governo centrale, ha poteri straordinari che spesso si sovrappongono a quelli della Regione, creando una doppia governance non sempre efficace.
La maggioranza regionale chiede da tempo una maggiore autonomia decisionale, ritenendo di aver dimostrato capacità di gestione e risultati concreti. “Il commissariamento doveva essere temporaneo, sono passati 15 anni”, sostiene il presidente della Regione. “Vogliamo riprenderci pienamente le competenze sulla sanità, assumendoci tutte le responsabilità”.
L’opposizione invece si divide: una parte ritiene che la Calabria non sia ancora pronta per uscire dal commissariamento, vista la persistenza del deficit, mentre altri chiedono comunque la fine di questa anomalia istituzionale ma con maggiori garanzie di controllo sui conti.
Il governo nazionale, dal canto suo, ha fatto sapere che valuterà l’uscita dal piano di rientro solo a fronte di risultati certificati e duraturi nel tempo, non di semplici promesse.
La voce dei sindacati e degli operatori
Anche le organizzazioni sindacali e gli ordini professionali sono entrati nel dibattito, esprimendo forte preoccupazione per le condizioni di lavoro del personale sanitario. Medici e infermieri calabresi denunciano turni massacranti, stipendi non competitivi rispetto ad altre regioni e condizioni strutturali spesso inadeguate.
“Non si può pensare di rilanciare la sanità calabrese senza investire seriamente sul capitale umano”, afferma il segretario regionale di uno dei principali sindacati della sanità. “Servono assunzioni immediate, non tra tre anni, e serve rendere appetibile lavorare in Calabria con contratti stabili e prospettive di carriera”.
L’Ordine dei Medici di Catanzaro ha proposto un tavolo tecnico permanente che coinvolga tutti gli attori del sistema sanitario, al di là delle appartenenze politiche. “La sanità non può essere ostaggio degli scontri politici”, ha dichiarato il presidente dell’Ordine. “Serve un patto per la salute dei calabresi che vada oltre le legislature e le maggioranze”.
Le prospettive future
Nelle prossime settimane il Consiglio regionale dovrà votare il piano di rientro definitivo, in un clima di massima tensione politica. La maggioranza conta di avere i numeri per approvarlo, ma l’opposizione ha annunciato una dura battaglia in aula con emendamenti e mozioni.
Intanto i cittadini calabresi attendono risposte concrete. Le proteste davanti agli ospedali si moltiplicano, con comitati civici che denunciano l’impossibilità di accedere a cure tempestive e di qualità. La questione sanitaria rischia di diventare centrale anche in vista delle prossime elezioni regionali.
Quello che appare evidente è che la sanità calabrese ha bisogno di una visione condivisa, di risorse adeguate e soprattutto di una classe dirigente capace di mettere da parte gli interessi di parte per il bene comune. Il tempo delle chiacchiere è finito: servono fatti, investimenti e una seria assunzione di responsabilità da parte di tutti. I calabresi hanno il diritto di curarsi nella propria regione con dignità ed efficienza, senza dover affrontare odissee burocratiche o viaggi della speranza verso altri territori.
