Taverna (cz): 1876, un’unica lapide per carabinieri e briganti. “Qui assieme riposano”

 

ANTONIOLI VICE BRIGAD. RR. CARABINIERI

CADEDDU 7° BERSAGLIERI

COMBATTERONO BANDA SIINARDI

SPEGNENDONE CAPO CON DUE SEGUACI

UNITI CADDERO 23 Ottobre 1876

Qui

ASSIEME   RIPOSANO

Questo è quanto troviamo scritto in una bianca lapide posta in una dei luoghi più suggestivi della Calabria, la Chiesa di San Domenico a Taverna (CZ) conosciuta soprattutto perché custodisce al suo interno alcune tra le opere più belle del Cavaliere Calabrese, Mattia Preti.

La lapide, inserita nella terza colonna della navata di sinistra della chiesa, è forse una delle poche testimonianze esistenti sul nostro territorio del fenomeno del Brigantaggio post-unitario e ci ricorda che la Sila catanzarese fu teatro di scontri tra briganti e truppe governative sabaude, con Taverna punto nevralgico delle azioni di contrasto del fenomeno.

taverna tomba

Il brigantaggio in Calabria, in particolar modo quello del periodo post unitario, ha da sempre evocato un senso di fascino romantico in coloro che si sono avvicinati al racconto di quelle vicende.

La seduzione,  per personaggi e fatti, è data proprio da quella fase della storia d’Italia in cui le violenze e gli atti di prevaricazione divisero il campo tra coloro che portarono avanti le istanze di difesa dei vecchi ordinamenti borbonici, vecchie tradizioni, istanze sociali ed i rappresentanti del nuovo regno italiano, per meglio dire sardo-piemontese, che richiamarono a sé  la maggioranza della popolazione, non solo i grandi proprietari,  ma soprattutto quella borghesia liberale che fu attratta dalle nuove idee economiche e sociali portate dal governo piemontese. Ancora oggi quel periodo divide e viene visto per alcuni come un momento di eccellenza della nostra Calabria.

Non è qui il luogo per analizzare le cause profonde che portarono al fenomeno del brigantaggio, ma è sicuro che alcune novità introdotte dal regno dei Savoia nei nostri territori (leva militare, dazi sui consumi, controllo militare del territorio) furono le cause dell’avvicinamento di una parte della popolazione a parteggiare per le istanze dei cosiddetti briganti. Questo fenomeno si evidenziò in modo particolare  nel territorio della Sila, sia quella catanzarese sia quella cosentina, dove in un sistema parentale, come scrive Gaetano Cingari, cementato da solidi legami materiali e morali (una morale diversa e primitiva, ma non per questo meno sentita) l’irruzione della truppa regolare o delle squadriglie, mentre dava il segno della presenza dello Stato da tanta parte invocata accresceva tuttavia il consenso dell’ambiente popolare, popolazione che viveva in Sila, la maggior parte della quale sopravviveva in paesi isolati per la scarsità di vie di comunicazione e con inverni rigidissimi che rendevano questi luoghi del tutto inaccessibili dal resto del territorio.

Ed è proprio in questi territori che più forte si mostrò la risposta del nascente regno italiano. Con l’applicazione della Legge n. 1409 del 15 agosto 1863, nota come Legge Pica, si affrontò il fenomeno brigantaggio come una occupazione militare del territorio e si ‘punì la resistenza armata con l’immediata fucilazione e pene pesanti anche i semplici sospetti di complicità con i briganti’. Tra gli altri provvedimenti presi dal governo nell’applicare la Legge Pica vi fu la costituzione di un ‘Comando Tattico mobile in Sila’ che aveva come compito principale di effettuare rastrellamenti proprio nei territori ricadenti nella Sila Catanzarese.

briganti e gendarmi

Gli anni che vanno dal 1863 al 1869 furono quelli in cui l’attività delle bande di briganti fu particolarmente intensa, con la conseguente risposta di una brutale repressione da parte del regio esercito italiano e delle squadriglie formate da civili, repressione che fece un salto di qualità quando, nel 1865, il governo presieduto da Alfonso Lamarmora, primo militare ad essere nominato capo del governo del regno italiano (colui trasferì la capitale del regno da Torino a Firenze) inviò al comando della zona militare di Catanzaro e Cosenza il Tenente Generale Emilio Pallavicini di Priola,  colui che aveva fermato Garibaldi sull’Aspromonte. Anche nel territorio del catanzarese Pallavicini applicò il suo metodo, già sperimentato in altri territori del Sud Italia, che consisteva nel difendere ad ogni costo la popolazione che si era dichiarata vicina al nuovo governo evitando qualsiasi tipo di rappresaglie da parte delle bande di briganti. Nei pochi mesi di azione del Pallavicini, con indiscutibile durezza, furono perseguitati e rese inoffensive i componenti di alcune bande come quella di Pietro Corea di Albi con la banda di Tiriolesi e Gaglianesi, il brigante Chiellino di Carlopoli, Luigi Muraca di Cerva. L’azione portata avanti dal generale fu apprezzata non solo dal governo e dal re savoiardo ma anche dalla parte borghese e nobile di una città come Catanzaro, che attraverso il suo Sindaco, Vito Migliaccio, conferì la cittadinanza al Pallavicini per ‘aver restituito alla provincia la quiete e la sicurezza pubblica’. Non vi è dubbio che gli esponenti della borghesia e della nobiltà cittadina parteggiavano per i piemontesi, non fosse altro per la comunanza di interessi, cultura e lingue che univano loro, mentre al di fuori dai palazzi i contadini e montanari che parlavano a loro volta i rispettivi dialetti non comprendevano gli stranieri (Pasquale Amato, Il Risorgimento oltre i miti e revisionismi, Città del Sole Edizione).

L’appoggio di gran parte della popolazione spinse le truppe del regio esercito italiano, dal 1869, ad intensificare le attività anti brigantaggio. Attraverso l’utilizzo sempre più frequente di tattiche antiguerriglia, il regio esercito, con l’ausilio di volontari inquadrati nelle famigerate Squadriglie, incominciò a braccare senza sosta, e molto spesso senza pietà, i pochi gruppi organizzati di briganti che, non avendo più la protezione del territorio, oramai divenuto senza alcun segreto anche per le truppe italiane, non avevano altra scelta che quella di vagare da un territorio ad un altro della Sila.

Proprio come avvenne alla Banda dei Fratelli Siinardi di Pietrafitta (CS) che, protagonista delle scorribande tra i comuni di S. Giovanni in Fiore, Rossano, Acri, Savelli, si ritrovò circondata dalle truppe italiane che costrinsero gli appartenenti alla banda a spostarsi verso il territorio della Sila Catanzarese, ingaggiando dal 1872 una serratissima e drammatica partita per la sopravvivenza con la squadriglia del capitano Emilio Spina da Savelli. La Banda Siinardi si inoltrò sempre più nella Sila catanzarese tanto che teatro di questa tragica ricerca divenne il territorio del Comune di Taverna, in cui proprio per consentire una migliore azione contro i briganti fu istituita la caserma dei Rr. Carabinieri. La partita si concluse nell’ottobre del 1876, quando in un cruento conflitto a fuoco nei pressi di Taverna, in una zona denominata Fiumarella nei pressi del torrente Litrello, truppe del regio esercito, Rr Carabinieri coadiuvati dai squadriglieri del capitano Spina fermarono definitivamente la Banda Siinardi, chiudendo il periodo del brigantaggio.

La bianca lapide posta all’interno della Chiesa di San Domenico a Taverna vuole ricordare i caduti in quello scontro tra briganti e truppe governative. Ma non solo. Con quella ultima frase incisa nel marmo, QUI ASSIEME RIPOSANO, frutto non si sa di quale mano (a me piace pensare dell’animo amorevole e pacifico degli abitanti di quei luoghi) si vuole suggellare la fine di quel periodo, con l’intento di consegnare alla storia quei drammatici anni e alla misericordia di Dio le anime di chi si trovò a combattere su fronti opposti.

 

Salvatore Scalise

  

1 Comment

  1. raffaele scrive:

    I Briganti: gente comune che non faceva altro che difendere la propria terra dall’invasore di turno.

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