Rosangela, druda o brigantessa?

 

 

Da Castagna a Carlopoli, a Pontegrande. Storia di una donna, prima di tutto,costretta a diventare brigantessa per la violenza altrui. Un piccolo racconto che condenza, accennandoli,chiaramente, aspetti sociali, questione femminile,il dramma della povertà e le angherie dei signorotti. Ma anche fatalità e strane coincidenze. (a.s.)

Il racconto,come sempre,di Silvestro Bressi.

 

 

 

Nelle vicinanze dell’abbazia di Corazzo, in un territorio in cui ancora perdurano atavici costumi, sorge Castagna, un piccolo ed accogliente villaggio che, dal 1869, non è più Comune, in quanto aggregato dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro a quello di Carlopoli. La sua soppressione rappresentò un «segnale punitivo ad una Comunità inquieta e ribelle».
Qui infatti, oltre a Generosa Cardamone, la druda del capobanda Pietro Bianco, sono vissuti numerosi briganti e brigantesse. Tra queste ultime la bella “briganta” Rosangela Mazza, alle cui gesta la poetessa Palmira Fazio Scalise (1894-1984) ha dedicato una sua pubblicazione.
Apparteneva a una famiglia povera e onesta. Suo padre esercitava un modestissimo commercio di legname, la madre era inferma. Rosangela si dedicava ai lavori domestici e, per quanto promessa in sposa a Mico Sirianni, quando questo partì soldato, su di lei si posò lo sguardo di molti giovani compaesani.
Una notte il padre di Rosangela, mentre rientrava a casa, fu colpito da una bufera di neve. In famiglia aspettarono inutilmente il suo ritorno. Alcuni amici andarono a cercarlo e lo trovarono morto nei pressi di Bocca di Piazza. Fu uno strazio per la moglie Serafina, e anche per Rosangela che, al fine di poter sopravvivere, si vide costretta a trasferirsi a Carlopoli per lavorare come serva presso la famiglia Talarico.
Donna Vincenza si era subito affezionata alla nuova serva; ma suo marito don Filippo, era rimasto ammaliato da quella spavalda bellezza, tanto che un giorno raggiunse Rosangela nel castagneto e le promise oro e denaro, purchè cedesse alle sue voglie.
Lei, per tutta risposta, gli morse il braccio e riuscì così a svincolarsi e a darsi alla fuga.
Qualche giorno dopo, donna Vincenza si recò a Soveria Mannelli, incaricando Rosangela di curare il formaggio in salamoia. Don Filippo, approfittando dell’improvvisa partenza della moglie, riuscì, con la forza, a raggiungere il suo scopo.
Rosangela tornò a casa sconvolta, ancor prima che aprisse bocca la povera madre paralitica capì che sua figlia aveva perso l’onore senza colpa e morì di crepacuore.
Quando il fidanzato, Mico Sirianni, tornò a Castagna, venuto a conoscenza dell’accaduto sentenziò la morte di don Filippo. Rosangela ne fu perfettamente d’accordo. Così, insieme raggiunsero il “signorotto” e Mico l’uccise a coltellate.
Poi, via di corsa verso Tiriolo, alla ricerca del brigante Perrelli che Mico ben conosceva, per aggregarsi alla sua banda.
Rosangela, con alle spalle la triste storia della giovinezza, era ormai legata al Sirianni dal vincolo del disonore, anche se il sodalizio fu presto interrotto dalla morte dell’amato, caduto in un’imboscata. Rimasta al servizio dei briganti, fu rispettata come una sorella, sino a quando non fu catturata con il resto della banda, in seguito al tradimento di un “pentito”.
Tradotta a Catanzaro, fu processata e condannata a pochi anni di carcere. Per i suoi compaesani, Rosangela era un’eroina. Tornata in libertà, sposò il suo avvocato difensore.
La famiglia di questi contrastò il matrimonio cercando di persuadere l’avvocato a lasciare Rosangela, druda di brigante e manutengola, anche se, in realtà, la Mazza non fu mai spavalda e crudele come una vera brigantessa.
Si trasferì, allora, a Pontegrande, dove lavorò come cameriera sino alla morte del congiunto. Poi rientrò a Castagna e si unì in matrimonio con un facoltoso contadino.
Morì cadendo da un precipizio, colta da malore, mentre stendeva il bucato nelle vicinanze della grotta detta dei briganti .

Silvestro Bressi

Tratto dal libro : “Il Brigantaggio nel Catanzarese”, Ursini editore. 

* Nella foto: gruppo di brigantesse

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