Quella umanità dimenticata di Aldo Moro

 

Due avvenimenti, in questo inizio 2015, sono legati da un filo sottilissimo alla figura dell’Onorevole Aldo Moro.

Uno, in modo più diretto, per la sua valenza politica, è legato all’ elezione della più alta magistratura del nostro paese e l’altro, in modo indiretto, per così dire emozionale, è legato alla liberazione delle due giovani italiane, Greta e Vanessa, detenute in Siria.

Nel momento della felice liberazione delle due cooperanti, a molti è ritornato alla memoria quel tristissimo periodo della ‘anonima sequestri’, quando molti uomini e donne furono sottratti agli affetti delle proprie famiglie per essere detenuti, per mesi, in zone inaccessibili.

La nostra terra calabrese fu testimone di quegli atti attraverso una delle zone forse più belle della regione, l’Aspromonte, luogo in cui furono segregati Carlo Celadon e Cesare Casella, senza dimenticare che anche la città di Catanzaro fu teatro di sequestri, come quello del dottore Egidio Sestito.

In quei momenti di terribile angoscia per i familiari, la legge italiana impediva, ieri come oggi, qualsiasi rapporto con i rapitori prescrivendo l’immediato sequestro dei beni al fine di evitare il pagamento di un riscatto.  Per questo motivo, molti non fecero ritorno a casa, altri ritornarono solo dopo lunghi periodi di sequestro e con profonde cicatrici mentali e fisiche (basti ricordare il taglio dell’orecchio da esibire come prova dell’esistenza ancora in vita del rapito).

L’angoscia e la rabbia vissuta, e molto probabilmente mai sopita, da coloro che furono loro malgrado colpiti da questo barbaro rituale, lo ritroviamo nello sfogo della madre di un rapito degli anni Ottanta, Giorgio Callisani, che in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera del 25 gennaio 2015, sostiene la disparità di trattamento tra ostaggi di seria A e ostaggi di serie B. Naturalmente quelli di serie B sarebbero tutti coloro a cui fu vietato dalla legge il pagamento di qualsiasi riscatto.

 

aldo moro 02

Cosi, la doverosa liberazione delle ragazze italiane ha fatto ritornare alla mente di molti un altro sequestro, quello appunto dell’Onorevole Moro, quel mattino del 16 marzo 1978 in Via Fani, con i corpi straziati dei cinque agenti di scorta (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino), ma soprattutto sono ritornati alla mente quei 55 giorni di prigionia, giorni di non trattativa dello Stato con i terroristi fino al tragico epilogo.

E pochi giorni fa, un altro avvenimento ci ha portato a ricordare dell’On. Moro, l’elezione a Presidente della Repubblica di Sergio Mattarella il quale, Appena eletto si è subito ricordato della sua provenienza da quell’ala di sinistra della Democrazia Cristiana che si rifaceva ad Aldo Moro, quella dei cosiddetti morotei. Inoltre anche l’antagonista di Mattarella, il, candidato del Movimento 5 Stelle Ferdinando Imposimato, in quanto giudice istruttore del processo sul sequestro Moro è ancora una volta legato alla figura dello statista democristiano.

Sembra che l’ombra dell’onorevole Moro, ciclicamente si presenti nella politica italiana, come per ricordarci qualche cosa.

Certamente per ricordarci i meriti politici che lo stesso Moro, come fautore dell’avvicinamento tra il Partito Comunista Italiano di Berlinguer e la Democrazia Cristiana ha avuto, ma non solo.

Vuole ricordarci quello che molti oramai hanno dimenticato, quei 55 giorni di prigionia che lacerarono un uomo ed una intera Nazione. Prepotentemente irrompe nella vita quotidiana dei politici e di tutti noi, per ricordare quelle tremende lettere scritte dal suo bugigattolo in Via Gradoli.

Vuole ricordarci che, quando da prigioniero delle Brigate rosse egli tentava di riannodare un filo di speranza con l’esterno, con il suo mondo, in molti considerarono quelle lettere scritte non più da un grande statista e uomo di stato, da uomo di fede e di pace, ma da un uomo semplice manipolato dai suoi carcerieri e in prenda alle farneticazioni dettate dalla paura.

In quel periodo, Moro scrisse circa 97 messaggi ma quasi nessuno se ne ricorda.

Bisognerebbe rileggerle per capire quei tremendi 55 giorni e gli anni successivi della storia del nostro Paese.

Bisognerebbe ricordarsi di un altro uomo politico italiano, cancellato perennemente dalla nostra politica, Bettino Craxi, che, unico fuori dal coro,disse chiaramente che era necessario mettere da parte la ‘Ragion di Stato’ pur di salvare la vita di un uomo.

In quelle lettere Moro attaccava anche una parte del suo partito, che nulla volle fare per intercedere alla sua liberazione, ma soprattutto, con la sua lucidità o la sua paura, a seconda dei punti di vista che purtroppo in Italia sono molti, chiedeva aiuto a tutti, anche a Papa Paolo VI.

Può darsi che quelle lettere di aiuto siano state davvero scritte sotto la pressione di una situazione per chiunque insostenibile, soprattutto da parte di un uomo come Moro che aveva fatto della mediazione l’elemento fondante di un intera vita.

Basterebbe rileggere le lettere alla moglie Eleonora, una in particolare, quella che Miguel Gotor identifica con il doc. 17 a pag .31 nel suo libro ‘Aldo Moro. Lettere dalla prigionia’ Einaudi, in cui Moro si rivolge alla moglie in modo del tutto supplichevole chiedendole di fare un ultimo sforzo nel tentativo di ‘rompere questa unanimità fittizia del fronte del rigore’ per cercare dei canali che potessero intercedere per la sua vita nei confronti dei suoi carcerieri scrivendo

Mi dispiace, mia carissima, di essermi trovato a darti questa aggiunta di impegno e sofferenza. Ma credo che anche tu, benché sfiduciata, non mi avresti perdonato di non averti chiesto una cosa che è forse un inutile atto di amore, ma è un atto di amore

Moro continua

Applicare le norme del diritto comune non ha senso. E poi questo rigore proprio in un Paese scombinato come l’Italia. La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto e soprattutto i democristiani. Ora mi pare che manchi specie la voce dei miei amici.

Allora, in modo del tutto suggestivo, si può pensare che il ripresentarsi della figura di Aldo Moro nella vita italiana sia dovuto non solo alle sue vicende politiche di statista, ma anche alle sue vicende umane, con le contraddizioni e le paure, e con la fede.

Bisognerebbe pensare alla figura di Moro come a quella di un uomo che sarebbe felice oggi nel sapere che due ragazze italiane sono state liberate con l’intervento dello Stato, perché è così che si dovrebbe comportare uno Stato libero e democratico.

Bisognerebbe pensare alla figura di Moro come a quella di una persona che sarebbe felice di vedere oggi un suo ‘discepolo’ diventare Presidente della Repubblica.

Ma allo stesso modo bisognerebbe necessariamente pensare, per il futuro del Paese, che la figura dell’Onorevole Moro appare nella quotidianità della nostra Italia per ricordarci anche che per la sua liberazione nessuna trattativa di Stato fu fatta, che da molti fu lasciato solo, e che a lui nessuna possibilità di diventare Presidente della Repubblica è stata data.

 

Salvatore Scalise

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