Quel Maggio del 1915

 

L’entrata in guerra  come capolinea della storia liberale italiana? Di certo cambiarono molte cose, per il Paese. Le manifestazioni interventiste si erano moltiplicate anche al Sud ed in Calabria: a Reggio, Cosenza e Catanzaro. La promessa di un futuro radioso fatta da chi a combattere manda gli altri si scontrò poi con  la dura realtà, permeata di orrore. L’orrore della guerra in sè. 

L’attimo che separa ‘eroismo’ e ‘codardia’ e barbarie come la decimazione subita dalla Brigata Catanzaro. Un ricordo di quando l’Italia decise di ritagliarsi una fetta di mondo usando le armi.

 

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Il 20 maggio 1915 il Parlamento italiano votava a favore della partecipazione della nostra nazione a quella che sarà poi chiamata Grande Guerra, a fianco dell’Intesa.

I voti a favore furono 407, 74 i contrari, 1 astenuto. Il 23 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. Il 24 maggio iniziarono le ostilità.

Sono trascorsi 100 anni da quel giorno e molti, rievocando quegli avvenimenti, oggi forse più che negli anni passati sentono che l’adesione a quella guerra fu l’atto finale dell’unità italiana. Eppure in quell’anno di neutralità la maggioranza degli italiani non era favorevole alla partecipazione alla guerra.

 

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Molti storici che hanno concentrato i loro studi su quella frazione di tempo che intercorre tra l’inizio delle azioni di guerra del 1914 tra Francia, Germania, Russia e Austria e il 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, evidenziano come proprio la dichiarazione di guerra da parte del governo Salandra sia stata l’inizio della distruzione dei principi liberali della nostra nazione a favore delle richieste di gruppi organizzati, ma minoritari nel paese, che seppero organizzare la piazza fomentando una parte dell’opinione pubblica. È il caso dello storico Antonio Gibelli che nel suo libro La Grande Guerra degli Italiani 1915-1918 (Ed. Rizzoli Bur Storia) scrive: il paese stava giungendo senza rendersene conto al capolinea della sua storia liberale.

E’ proprio in quei giorni, che i manuali scolastici ci ricordano come le radiose giornate di maggio di dannunziana memoria, che il destino dell’Italia venne indirizzato verso la  guerra e soprattutto verso quella deriva autoritaria che si dispiegherà appieno nel primo dopoguerra.  E’ in quell’anno di neutralità che in Italia andò a maturare il germe dell’uomo nuovo e della volontà di potenza della nazione italiana. Proprio quel 20 maggio del 1915, quando la Camera fu chiusa impedendo alla maggioranza dei deputati di esprimere il proprio voto per la neutralità (e quindi a favore di Giolitti contro Salandra, il quale portava avanti le istanze dell’intervento alla guerra), i Savoia, nella persona di Vittorio Emanuele III, imposero un taglio netto e definitivo con le prerogative del Parlamento in Italia. Vittorio Emanuele III fece proprie le istanze dell’interventismo nazionalista, democratico, rivoluzionario portate avanti da Battisti, Corridoni, DeAmbris, Mussolini, ma soprattutto legò indissolubilmente la monarchia alle richieste della rampante borghesia imprenditrice delle famiglie Agnelli, Pirelli, Perrone dell’Ansaldo. Consegnando l’incarico a Salandra, a scapito di Giolitti che portava avanti la neutralità dell’Italia – idea che rappresentava la maggioranza degli italiani – Vittorio Emanuele III scelse definitivamente il campo di coloro che parteggiavano, attraverso l’utilizzo della piazza, per l’intervento in guerra, così come nel 1922, dopo la marcia su Roma, avrebbe consegnato il destino dell’Italia a Mussolini sotto la pressione delle squadre fasciste.

 

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Ritornando a quel maggio 1915, proprio per scongiurare il ritorno al governo di Giolitti, saldo nei suoi propositi di neutralità, vennero organizzate numerose manifestazioni a favore dell’intervento in guerra. Molte di queste furono organizzate nel meridione ed in particolare in Calabria, con una consistente partecipazione a Reggio Calabria, Cosenza, Catanzaro. Caso emblematico della situazione calabrese è quella del deputato repubblicano, antigiolittiano, di Castrovillari Luigi Saraceni, il quale aveva promosso tra l’altro una sorta di cartello politico denominato ‘Pro Calabria’ con tendenze separatistiche, che inviò un telegramma a Salandra con il seguente testo:

Popolazioni calabresi sempre pronte ai sacrifici per la grandezza dItalia pretendono contro il cinico brigantaggio giolittiano asservito allo straniero aspettano fiduciosi che il V.S. Ministero eviti la guerra civile avviando con saldo cuore la patria al compimento dei suoi destini nella gloria del sangue.

 

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Non sappiamo quanti in Calabria condividessero le idee di un destino nella gloria del sangue per l’Italia, ma sospettiamo che fossero pochi, così come in tutta la nostra Nazione. E però, in quel maggio 1915, gli interessi del singolo – politico, nobile, borghese, industriale che fosse – fecero precipitare l’Italia in una guerra che paradossalmente avrebbe messo in atto, per la prima volta, una massificazione del singolo nel campo di battaglia. Infatti, proprio nella modalità dei combattimenti in trincea, si annullò l’individualità a favore di una spersonalizzazione del singolo. Si trattò di una conseguenza non prevista da molti, che aggravò ancor di più la conduzione di una guerra da parte di generali che non erano preparati a combatterla contro un nemico che pochi mesi prima era un alleato e senza alcun piano di attacco.

Il risultato di tutto ciò fu l’adozione, da parte dello stato maggiore italiano, soprattutto nei primi due anni di guerra, di piani militari sempre uguali, oramai superati dalla guerra di posizione nelle trincee, che sacrificavano migliaia di uomini mandati incontro alla potenza oramai sproporzionata delle armi da fuoco. I generali si ritrovarono a fronteggiare una guerra nuova con uomini – alcuni dei quali imbevuti di quelle nuove ideologie di massa che incominciavano a circolare all’interno delle trincee – spesso in preda al terrore e non ebbero altro metodo per affrontarla se non applicando in maniera tassativa e spietata il codice militare di guerra, compresa la fucilazione.

 

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In guerra, soprattutto in guerra, così come raccontano coloro che vi hanno partecipato in prima persona, gli atti di coraggio o di vigliaccheria sono la conseguenza di infinitesimali attimi che separano in modo irreversibile coloro che saranno ricordati come eroi da coloro che saranno ricordati come codardi.  Ma nei primi mesi di quella guerra, molti italiani morirono semplicemente perché inviati a combattere il nemico del tutto impreparati, con tattiche oramai superate dalla nuova tecnologia militare . Catapultati in quell’inferno, i calabresi che parteciparono alla Grande Guerra furono più di 176.000: di questi più di 20.000 non ritornarono più nelle loro famiglie (113 uomini ogni 1000 partiti), gli altri ritornarono trasformati per sempre, nel corpo e nello spirito.

 

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Oggi si conosce tutto di quella guerra e sono molti gli studi che ci hanno consentito di ricostruire le vicende delle Brigate in cui furono inquadrati molti calabresi: la Brigata Catanzaro, quella decimata perché non volle ritornare sul fronte dopo soltanto pochi giorni di riposo seguiti a turni di mesi e mesi in prima linea sul Carso; la Divisione Brescia che fu mandata a combattere in Francia impiegata nei combattimenti nella difesa del Bois de Courton, sulla Mosa, allo Chemin des Dames e a Sissonela; la Brigata Ferrara che subì gli attacchi con il gas sul Monte San Michele; la Brigata Udine che conquistò la quota ‘Montanari’; la Brigata Jonio impiegata alla conquista del Monte San Marco. Conosciamo oramai la storia di molti calabresi che combatterono la guerra, i luoghi dove combatterono, i nomi dei comandanti e di coloro che furono insigniti di medaglie.

Ma quanti ricordano che tutte quelle morti furono causate da una votazione in un Parlamento  addomesticato alla volontà di una monarchia e di pochi altri che, convinti di dover portare l’Italia verso un futuro radioso, le fecero invece intraprendere un cammino verso una nuova e più feroce guerra e nuovi lutti?

Salvatore Scalise

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