Produzione energetica: Calabria serbatoio di riserva del Nord?

Un intervento sulla questione,delicatissima, della produzione energetica. In particolare, osservazioni sulla produzione elettrica calabrese in rapporto con gli effettivi bisogni della regione e con le politiche nazionali  di settore.

Ad inviarlo in redazione, Area Liberale Italia, che si schiera per il “federalismo energetico”.  

 

Si vuole in questo passo tracciare una critica, che per essere esaustiva necessiterebbe di ben altri spazi e considerazioni (occorrerebbe ,ad esempio, affrontare il tema degli interessi delle mafie o delle recenti indagini della Procura della Repubblica di Catanzaro su eolico e biomassa), al modello di produzione energetica adottato in Calabria e, più in generale, in Italia da un punto di vista squisitamente politico.

Come è noto quando si parla di produzione energetica entrano in gioco interessi superiori a quelli della singola regione, si parla in questo caso di “interesse nazionale”. Il superiore interesse nazionale era un principio cardine nella ripartizione di poteri Stato-Regioni ante riforma del Titolo V. A seguito della riforma tale locuzione è stata soppressa dall’art. 117 della Costituzione, è tuttavia possibile rinvenirne le tracce nelle Leggi e nelle Circolari ministeriali che regolano l’installazione di siti di produzione energetica, seppure successive alla riforma stessa.

Ed è proprio in virtù di tale ambigua e superata locuzione, in riferimento all’argomento specifico, che alcune regioni in particolare sono oggetto di una lottizzazione finalizzata alla produzione di energia elettrica. Si prenda l’esempio della Calabria, una regione a vocazione turistica ed agro-alimentare: la Calabria nel 1973 aveva una produzione di energia elettrica di circa 2.000 GWh con un deficit rispetto al fabbisogno di 153 GWh; nel 2012 si è arrivati ad avere una produzione di energia elettrica di 10.979,4 GWh a fronte di un fabbisogno di 6.445,5 GWh con un esubero di 4.527,1 GWh (dati Terna SpA).

Questo significa che la Calabria in questo momento produce un esubero pari a circa  il 70% del proprio fabbisogno energetico, esubero che viene immesso nella rete e messo a disposizione di altre regioni.

Se si analizza il bilancio energetico dello stesso periodo del Veneto si evidenzia che nel 1973 questa Regione aveva una produzione di ca. 10.000 GWh con un deficit di produzione di 2.374 GWh mentre nel 2012 il Veneto ha avuto una produzione netta di 15.475,8 GWh a fronte di un fabbisogno di 29.655,7; il Veneto pertanto presenta un deficit di energia elettrica pari a 14.173,4 GWh. Ora è di tutta evidenza che l’incremento di produzione energetica tra le due Regioni è assolutamente non proporzionale (la Calabria ha avuto un incremento di quasi il 600% mentre il Veneto poco superiore al 50%) ed anche in termini assoluti non si comprende come mai una regione a vocazione turistica ed agro-alimentare debba snaturare la propria economia, il proprio prezioso ecosistema per produrre quasi il doppio del proprio fabbisogno.

Tutto ciò non è solo incomprensibile da un punto di vista strategico ma rappresenta un costo, ed un costo pesante, che si riversa sulla Regione Calabria: maggiore produzione energetica significa aumento dei tumori, delle patologie respiratorie e circolatorie e questo, ovviamente, si ripercuote sulla spesa sanitaria Regionale, senza voler parlare del danno sociale e morale che tale situazione genera.

E qui si torna al “superiore interesse nazionale”: è necessario che ciascuno faccia la propria parte per un interesse che va al di là di quello regionale o territoriale. Ma siamo davvero sicuro che ciascuno faccia la propria parte? Come mai le politiche energetiche hanno relegato la Calabria a ruolo di “batteria” per le regioni del nord, penalizzando fortemente l’economia di una regione che potrebbe, ed anzi dovrebbe, vivere floridamente di turismo? Come mai allora il “superiore interesse nazionale” non è stato invocato quando si è trattato di applicare il “federalismo fiscale”? Eppure abbiamo visto che la Calabria in virtù di questo principio è costretta a sopportare dei costi economici e non, certamente non di poco conto; ed allora come mai quando è il momento di sopportare tutti insieme questi costi ciò non viene fatto? Perché politici ed amministratori calabresi, a tutti i livelli, hanno acconsentito a questa becera lottizzazione mentre non si sono battuti a difesa degli interessi della propria Regione quando era il momento di farlo? Solo un moto di orgoglio e di indignazione può fare in modo che si inverta la rotta. Solo una presa di coscienza sulle preziose risorse naturali potrebbe fare si che la Calabria non venga più spremuta come un limone ma valorizzata e tutelata.

Sarebbe forse il caso che una nuova e più lungimirante classe politica inizi a pensare ed a farsi portatore di nuovi concetti, come ad esempio il “federalismo energetico”, prima che sia troppo tardi.

Area Liberale Italia

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