Prima Guerra Mondiale:decimazione della Brigata Catanzaro

 

Un episodio  della Prima Guerra Mondiale ancora in cerca di verità storica. In discussione, in questi giorni, una proposta di legge per la riabilitazione dei militari condannati durante la “  guerra di trincea”. Il sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, ha scritto una lettera alla Commissione Difesa della Camera perché possano essere riabilitati “ i fanti della “Brigata Catanzaro” fucilati nel 1917 perché si erano rifiutati di andare ancora al macello sul fronte”.

Per Abramo, “la proposta di legge che prevede la procedura per la riabilitazione dei militari condannati a morte nel corso della Prima Guerra mondiale regala a tutta Italia un respiro a pieni polmoni. Non solo, induce tutti, ma proprio tutti, a riflettere sulla sacralità della vita umana che si scontra in modo violento con la previsione della pena di morte. Si tratterebbe anche di un forte messaggio contro gli orrori di tutte le guerre.”

Ne pubblichiamo il testo integralmente.

 

difesa1“Onorevoli Deputati, con orgoglio e fierezza abbiamo appreso della proposta di legge, in discussione nella vostra commissione, che chiede la riabilitazione dei militari italiani ai quali è stata inflitta la pena capitale durante la Prima Guerra mondiale.

Un’iniziativa che rende onore e premia la parte buona e sana dell’Italia che, anche se a distanza di quasi cento anni, potrebbe ritrovarsi a vivere il suo momento di riscatto.  Amaro certamente, ma sempre riscatto.

Il sangue catanzarese che scorre nelle nostre vene ci offre un motivo in più per sentirci emotivamente coinvolti da tale iniziativa.

Le note vicende della decimazione della Brigata “Catanzaro”, qualora divenisse legge questa proposta, sarebbero sempre ricordate come drammaticamente crudeli, ma nei nostri cuori potrebbe aleggiare una sorta di consolazione per il “risarcimento” reso alle vittime in termini di dignità e di onore.

Ritirata dal fronte dopo le gravi perdite subite il 23 e il 24 maggio del 1917 (che si aggiungevano alle molte migliaia accumulate negli anni precedenti), la Brigata “Catanzaro” era stata ricondotta di fronte all’Hermada (oggi monte Querceto, a est di Monfalcone) il 4 giugno. Ritirata nuovamente il 24 giugno, venne accantonata a Santa Maria La Longa, paesino della bassa friulana. Insofferenza e indisciplina cominciavano da tempo a serpeggiare nelle retrovie costipate da migliaia di militari destinati a rimpiazzare i tanti caduti dei reparti più dissanguati.

Quando la Brigata ricevette l’ordine di tornare al fronte, la sommossa divampò. Alle 22.30 del 15 luglio, con un violento fuoco di fucileria. Furono uccisi un capitano e un tenente addetti al Comando e la truppa in rivolta si apprestò ad assalire la residenza di Gabriele D’Annunzio, il cui campo d’aviazione era nei pressi. Nel cuore della notte gruppi di artiglieria e squadroni di cavalleria circondarono la Brigata Catanzaro. Verso le 3 del mattino la rivolta si spense. Tre ufficiali e quattro carabinieri erano rimasti uccisi. Si istruì il processo per direttissima a seguito del quale 28 militari furono condannati a morte, passati per le armi e gettati in una fossa comune. Qualche ora dopo, sotto buona scorta di cavalleggeri e di artiglieri la Catanzaro fu rispedita nella bolgia carsica. Ma gli animi erano  sconvolti, perché lungo la strada molti soldati in segno di ribellione si liberarono dei caricatori. Imposto nuovamente l’alt, altri dieci infelici, dopo giudizio sommario, vennero condannati e fucilati.

 

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Scrisse Gabriele D’Annunzio:

“Dissanguata da troppi combattimenti, consunta in troppe trincee, stremata di forze, non restaurata dal troppo breve riposo, costretta a ritornare nella linea del fuoco, già sovversa dai sobillatori come quel battaglione della Quota 28 che aveva gridato di non voler più essere spinto al macello, l’eroica Brigata “Catanzaro” una notte, a Santa Maria la Longa, presso il mio campo d’aviazione si ammutinò. (…) La sedizione fu doma con le bocche delle armi corazzate. Il fragore sinistro dei carri d’acciaio nella notte e nel mattino lacerava il cuore del Friuli carico di presagi. Una parola spaventevole correva coi mulinelli di polvere, arrossava la carrareccia, per la via battuta: “La decimazione! La decimazione!”. L’imminenza del castigo incrudeliva l’arsura (…) Di schiena al muro grigio furono messi i fanti condannati alla fucilazione, tratti a sorte nel mucchio dei sediziosi. Ce n’erano della Campania e della Puglia, di Calabria e di Sicilia: quasi tutti di bassa statura, scarni, bruni, adusti come i mietitori delle belle messi ov’erano nati. Il resto dei corpi nei poveri panni grigi pareva confondersi con la calcina, quasi intridersi con la calcina come i ciottoli. E da quello scoloramento e agguagliamento dei corpi mi pareva l’umanità dei volti farsi più espressiva, quasi più avvicinarmisi, per non so qual rilievo terribile che quasi mi ferisse con gli spigoli dell’osso. I fucilieri del drappello allineati attendevano il comando, tenendo gli occhi bassi, fissando i piedi degli infelici, fissando le grosse scarpe deformi che s’appigliavano al terreno come radici maestre”.

La proposta di legge che prevede la procedura per la riabilitazione dei militari condannati a morte nel corso della Prima Guerra mondiale regala a tutta Italia un respiro a pieni polmoni. Non solo, induce tutti, ma proprio tutti, a riflettere sulla sacralità della vita umana che si scontra in modo violento con la previsione della pena di morte. Si tratterebbe anche di un forte messaggio contro gli orrori di tutte le guerre.

Non posso pertanto che esprimere, a nome dell’intera città di Catanzaro e mio personale, assoluto sostegno al Vostro progetto e massima condivisione della Vostra iniziativa”.

 

 

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