La nuova Europa nel ricordo
della Grande Guerra

 

Cento anni dallo scoppio  della Prima Guerra Mondiale. Un conflitto di proporzioni immani, senza precedenti nella storia dell’umanità. Era il 1914. Oggi, si rileva nel saggio che segue, la situazione a livello europeo non è molto differente. C’è sempre la Germania a fare da ‘locomotiva’ per l’intero continente, l’Inghilterra isolazionista e così via,fino al mito dell’uomo nuovo. Catanzaro fece la sua parte, quanto a manifestazioni interventiste: ad alcune di queste, anche Corrado Alvaro. 

 

Il 4 agosto del 1914 reparti dell’esercito imperiale tedesco oltrepassarono il confine della neutrale nazione Belga, così come previsto dal Piano Shlieffen – Moltke dello Stato Maggiore del Kaiser, attuando quella manovra a tenaglia già realizzata nella guerra franco-prussiana del 1870 con l’intento di distruggere l’esercito francese e rivolgere immediatamente le armate contro il nemico orientale,la Russia dello zar Nicola II.

Aveva inizio così sul campo la Prima Guerra Mondiale.

Sono trascorsi cento anni dagli eventi che provocarono l’eccidio di milioni di uomini e l’inizio di quell’odio che intrise la storia dell’Europa per oltre un secolo.

Com’è noto la scintilla che fece deflagrare il vecchio continente fu l’uccisione dell’Arciduca d’Austria Francesco Ferdinando a Sarajevo il 28 giugno 1914, ma le motivazioni che portarono a questo conflitto avevano radici più profonde, strettamente legate alle continue guerre che si erano succedute sul suolo europeo.

Da subitola Grande Guerra ebbe una caratteristica peculiare, così come scrive Emilio Gentile nel suo “L’apocalisse della modernità”: l’elevare l’odio e l’orrore a livello universale, come forse mai prima era accaduto nella storia precedente.

In modo molto significativo Sigmund Freud,  da padre di un soldato impegnato sul fronte, scriveva per descrivere cosa si potesse provare di fronte a questo conflitto: ‘La guerra a cui non volevamo credere è scoppiata, e ci ha portato… la delusione. Non soltanto è la più sanguinosa e rovinosa di ogni guerra del passato, e ciò a causa dei tremendi perfezionamenti portati alle armi di offesa e di difesa, ma è anche perlomeno tanto crudele, accanita, spietata, quanto tutte le guerre che l’hanno preceduta’.

La bufera della guerra investì un’ Europa non del tutto consapevole della potenza distruttrice che avrebbero avuto gli eventi. Nei primi anni del Novecento, infatti, la società europea era esaltata dall’avanzare della civiltà moderna e la grande Esposizione Universale di Parigi il 14 aprile del 1900 ne era stata la prova. Le macchine, la velocità, le nuove navi capaci di collegare l’Europa con l’America, i primi tentativi del volo umano, i progressi della medicina, il trionfo della tecnologia e della modernità sarebbero stati messe a disposizione dell’intera umanità e l’Europa sarebbe stata al centro di questo nuovo mondo, per costruire la pace e la fratellanza tra gli uomini.

Così quando quel 28 giugno del 1914 il serbo Princip uccise l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e la moglie, gli europei non credevano che lo scoppio di una guerra potesse dipendere da una piccola nazione come la Serbia.

Nei mesi che freneticamente intercorsero dal giorno dell’attentato all’attacco tedesco, l’opinione pubblica europea era convinta che una guerra nella civile Europa non sarebbe potuta esservi, tutti vivevano, per dirla alla Weber, presi dal “Disincanto del mondo”, cioè si era convinti che si potesse dominare tutto con il calcolo.

Non fu così.

La diplomazia, le ambasciate, i capi di governo non riuscirono ad evitare la guerra anche perché convinti che, se guerra ci fosse stata, in ogni caso sarebbe stata una guerra breve.

I vari stati maggiori degli eserciti coinvolti nella disputa convinsero i politici e i governanti che le azioni belliche, supportate dalle nuove tecnologie fabbricate dall’industria moderna, si sarebbero svolte con manovre veloci permettendo la conquista di vasti territori in brevissimo tempo: chi avrebbe agito per prima fulmineamente sarebbe uscito vincitore dalla guerra.

Tuttavia, quando il 5 settembre 1914 sul fiume Marna i francesi contrastarono e fermarono l’avanzata tedesca con la perdita di migliaia di uomini sull’uno e l’altro fronte, in Europa si profilò la vera e tragica realtà di quella guerra che da quel giorno, e per lunghi e interminabili tre anni e mezzo, diventò una guerra di logoramento combattuta in trincee, con grandissime perdite di uomini e materiali.

Ecco come Ernst Junger descrive il proprio entusiasmo di giovane tedesco, convinto assertore della guerra:‘Cresciuti in tempi di sicurezza e tranquillità, tutti sentivamo l’irresistibile attrattiva dell’incognito, il fascino dei grandi pericoli. La guerra ci aveva afferrati come un’imbriacatura. Partiti sotto un lancio di fiori, eravamo ebbri di rosa e di sangue. Non il minimo dubbio che la guerra ci avrebbe offerto grandezza, forza, dignità […] Lasciare la monotonia della vita sedentaria e prendere parte a quella prova. Non chiedevamo altro.’

Eppure, quando lo stesso Junger si ritrovò sul fronte, in prima linea, la descrizione dell’incontro  con il vero volto della guerra, sempre nelle stesse pagine delle “Tempeste d’acciaio”, muta sensibilmente:‘Quel nostro primo giorno di guerra non sarebbe finito senza lasciarci un’esperienza decisiva. Al di sopra delle teste avvertimmo come battito d’ali, poi un lungo ronzio che andò a perdersi in un frastuono assordante […] Un’impressione soffocante di irrealtà mi prese, allorchè lo sguardo andò a posarsi su una forma umana orribilmente insanguinata; una gamba pendeva da quel corpo con un’angolazione innaturale. Cos’era avvenuto? La guerra aveva mostrato gli artigli e gettato via di colpo la sua maschera di bonomia. Come era misterioso e irreale tutto ciò.’ Lo smarrimento tragico di Junger, in un certo senso, può rappresentare lo smarrimento che attanagliò gli europei in quel 1914.

La civiltà moderna Europea, che avrebbe dovuto trionfalmente avviarsi verso la pace ed il benessere, si ritrovò ad affrontare la più apocalittica e fratricida guerra mai combattuta proprio da quei popoli che avrebbero dovuto essere l’avanguardia di un uomo nuovo.

 

Come gli stati maggiori dei vari eserciti contendenti non avevano percepito la potenza della tecnologia, che non fu loro alleata per realizzare una guerra breve, così governanti e intellettuali non furono preparati a fare i conto con la vera faccia della modernità: industria moderna, l’ingresso delle masse nella storia, l’irruzione del nuovo uomo nella società moderna. A provocare migliaia e migliaia di morti nelle battaglie della Marna, Verdun, Ypres, Isonzo, Tannenberg, Laghi Masauri, Caporetto, fu infatti la nuova tecnologia applicata su scala industriale, non più il complesso di strategie politico-militari. E fu ancora l’applicazione maligna della tecnologia a far riscoprire una vera visione della vita a quei milioni di soldati  che ogni giorno dovevano aiutarsi l’un l’altro per poter continuare a vedere un giorno nuovo.La Grande Guerra, come scrive Emilio Gentile, aveva distrutto in coloro che ogni giorno erano costretti a vedere l’apocalisse della moderna guerra, la certezza di un futuro migliore, di un futuro di pace.

Era proprio nei campi di battaglia, nelle trincee, che si andava a costruire un nuovo futuro, fatto non più di spirito, di scienze morali, di energia creativa come professava il filosofo Bergson, ma di tecnica e industria che avrebbero macchinato i destini degli uomini, come avevano già prefigurato Spengler, Heidegger e lo stesso Ernst Junger.

La guerra, quindi, accolta come un avvenimento del tutto imprevisto, sicuramente destinato a concludersi  in breve tempo, si trasformò in guerra totale e mondiale. Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria (facendo lo stesso con la Germania, a cui era legata da delicati rapporti economici e commerciali, solo nell’agosto del 1916) quando ormai la guerra aveva già divorato milioni di uomini, eppure in molte città italiane vi furono numerosissime manifestazione a favore dell’intervento. Un fervore interventista, infatti, attraversava l’Italia dove, con il sostegno di numerosi politici e intellettuali, studenti, giovani, insegnanti, impiegati manifestavano continuamente a favore della mobilitazione del Paese. Anche nella nostra città di Catanzaro le manifestazioni a favore della partecipazione italiana alla guerra furono numerose. Ad una di questa partecipò anche un giovane Corrado Alvaro, che così in seguito ricordava il giorno della dichiarazione di guerra: ‘Per noi altri che eravamo studenti, quello era un giorno visibile[…] il pensiero d’essere italiani ci parve che mai grave e sentimmo adottati da quella storia nobile che nella nostra vita necessaria parve prodigio di ozio grandioso’.

 

Proprio a Catanzaro furono organizzate numerose manifestazioni organizzate dal radical-socialista Lombardi, che in città aveva costituito un comitato intervista, e così, anche se nelle province calabresi i fautori del neutralismo era in gran numero, come scrive lo storico Gaetano Cingari, l’interventismo rivoluzionario aveva cominciato a penetrare nelle scuole e in talune frange nella stessa intellettualità di sinistra. Allo stesso modo a Reggio Calabria alcuni elementi socialisti formarono insieme con i repubblicani i Fasci di Azione Interventista, a Cosenza già nel 1914 Fausto Gullo, in seguito degradato sul fronte dal grado di tenente per le sue idee politiche,  partecipava a manifestazioni in favore della Francia insieme al Professore Pietro Mancini.

Bisogna ancora ricordare che nel periodo della guerra la nostra Calabria venne rappresentata nel governo Boselli e nel successivo governo Orlando, da tre personaggi politici che all’epoca venivano appellati “i tre grandi” o “i tre magi”, e cioè Colosimo, Fera e De Nava che, come nel sinistro destino della Calabria, nulla poterono per il loro territorio ma ben riuscirono,sia pure in quegli anni tremendi, a rafforzare le loro posizioni personali nell’agone politico di quell’epoca sfruttandoli nell’immediato dopoguerra, quandola Calabria faceva il conto dei suoi 20.000 caduti per la causa di una guerra, che era costata all’Italia quasi 600.000 morti e milioni di feriti e mutilati. A contatto diretto con gli orrori della guerra, Corrado Alvaro e come lui tanti altri italiani un tempo interventisti, ripensarono alle loro scelte per divenire assertori di posizioni più pacifiste. Tuttavia la guerra, con la sua potenza distruttrice aveva ormai forgiato all’interno delle sue trincee gli animi di molti uomini su sentimenti che seppure affratellando nel momento del pericolo persone diverse tra di loro li aveva convinti di essere invincibili alimentando nuove ideologie. E’ in quegli anni che la rivoluzione bolscevica diventa una speranza per molti, convinti che il comunismo potesse essere l’unica fede a poter arginare l’ingiustizia sociale e tutte le guerre. E’ nelle trincee che si rinsalda quel patto tra camerati, che chiusi in stretti cunicoli si giurano fedeltà di mutua assistenza  e di ogni altra sorta. E’ nella grande guerra che le masse prendono coscienza della loro potenza.

Non bisogna meravigliarsi se, come scrive Sergio Romani, “la Germania ha firmato l’armistizio di Compiegne quando era pur sempre vincitrice quando era pur sempre vincitrice all’Est europeo, occupava ancora territori delle potenze alleata sul fronte occidentale e nessun soldato straniero aveva attraversato la sua frontiera. Non perdette la guerra sul campo di battaglia combattendo contro gli eserciti alleati. La perdette a Kiel, dove la sua flotta si era ammutinata, ad Amburgo, a Brema e Lubecca, dove la protesta aveva contagiato altri corpi militari, e infine a Berlino dove il leader socialista Philipp Sheidemann annunciò l’abdicazione di Guglielmo II e proclamò la Repubblica”.

La Prima GuerraMondiale, con la sua imprevedibile potenza distruttrice, determinò sconvolgimenti tali che assunsero forme e significati diversi a secondo i paesi partecipanti. In Italia, nazione vincitrice,la Prima Guerra Mondiale è legata in modo imprescindibile con l’avvento del fascismo, come in Germania, nazione sconfitta, a quella del nazionalsocialismo.

Quel cameratismo nato nelle trincee, considerato un fattore determinante per arrivare alla vittoria finale, fu il cemento che legò milioni e milioni di reduci ad unirsi in forme di associazionismo di ex combattenti. E furono proprio quei corpi speciali, appositamente creati per fronteggiare i nemici in situazioni estreme, come gli arditi, che finita la guerra divennero i più temuti squadristi del partito fascista, basti qui ricordare che assassino di Giacomo Matteotti fu riconosciuto l’ex capitano degli Arditi Amerigo Dumini, così come in Germania, i reduci diedero vita alle S.A. (Sturmabteilung-  Reparti d’Assalto – più conosciute come camice brune) che si distinsero nelle azioni più efferate nel periodo della Repubblica di Weimar.

Sono trascorsi cento anni dall’inizio di quella guerra di cui ancora oggi, in qualche misura, continuiamo a subire le conseguenze.

Tante saranno sicuramente le iniziative, anche nella nostra città e nella nostra regione, per celebrare quei drammatici avvenimenti e allora mi auguro che tali celebrazioni possano essere indirizzate, oltre che al doveroso ricordo dei caduti, all’analisi dei motivi per i quali gli europei del tempo non capirono dove stava precipitando il vecchio continente.

Quindi, ben vengano i racconti sulle battaglie, vinte o perse, si ricordino i pensieri dei soldati sul fronte impressi nei diari e nelle lettere provenienti dal fronte, si ricordino i reparti, gli eroi, i fucilati ingiustamente, ma soprattutto in questo Centenario si ricordi il perché tutti si resero responsabili dell’accensione di quella scintilla che provocò la deflagrazione, non solo di un intero continente ma  di un concetto di umanità, sostituito dall’idea di un uomo nuovo, frutto dell’onnipotenza della tecnica.

Ci si sforzi perciò in questo Centenario di ricordare alle nostre nuove generazioni che la volontà di creare un prototipo di uomo nuovo è pericolosamente vivo ancora nel nostro tempo, così se è vero che la storia non si può ripetere sempre nello stesso modo, è anche vero che nessuno può non capire che l’Europa di oggi non è molto diversa da quella del 1914.

 

Salvatore Scalise 

 

 

 

 

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