Dopo il Voto: Scalzo,Pd al bivio tra missione storica e “governissimo suicida”

 

Il dopo voto  e  la fase  di stallo creatasi nel Paese, subito dopo il 24 e 25 febbraio. Ma anche le difficili scelte del Partito Democratico, tra tentazioni di “governissimo” con il Centrodestra e un’apertura di credito al  ‘nuovo’  Movimento Cinque Stelle. L’analisi  del capogruppo Pd di Catanzaro, Salvatore Scalzo.

 

L’esito del voto del 24 e 25 febbraio non lascia dubbi al fatto che l’Italia sia a un bivio tra il caos istituzionale, la conservazione o un inaspettato laboratorio di cambiamento. Queste elezioni ci consegnano due indicazioni certe da parte degli italiani. In primo luogo una diffusa, maggioritaria, rabbiosa richiesta ai partiti e alle istituzioni di riforma radicale della politica, testimoniata sia dal massiccio risultato del Movimento 5 stelle sia dal livello storico di astensione che nel Mezzogiorno arriva a sfiorare punte imbarazzanti. Per riforma radicale della politica si intende mutamento del suo linguaggio, delle sue pratiche, dei suoi tempi, delle sue abitudini, dei suoi luoghi di produzione, del suo personale e della natura e dei valori dei suoi rappresentanti. Si potrebbe addirittura aggiungere che, nella richiesta persino di cambiamento del sistema economico si sottende un metaforico schiaffo alla politica, un invito a svegliarsi e a riprendersi con autorevolezza un ruolo di guida della società, di mediazione positiva degli interessi rifiutando la subalternità alle lobbies economiche che frenano lo sviluppo, alle rendite, forti e durature, che paralizzano la Repubblica.

Il secondo elemento è che, pur nell’esiguità del margine di differenza, il Partito Democratico è la forza delegata dagli Italiani a “dare le carte”, a prendere l’iniziativa, a guidare il difficile momento storico; ad assumere l’iniziativa di governo. Il PD è un partito sull’orlo di una crisi di nervi, non ha colto il risultato sperato, ma è in quella “opzione di prima mossa” che si gioca la partita decisiva che riguarda la propria identità e il proprio ruolo. Come sempre avviene nei momenti di estrema difficoltà, capiremo davvero di che pasta è fatto il nostro partito, su che fondamenta è stata costruita la creatura nata nel 2007. Il partito nel quale io credo è quello che ha deciso di fare proprie le grandi tradizioni e sensibilità che hanno scritto la Costituzione italiana raccogliendo una missione storica di cambiamento dell’Italia in una visione riformista di tipo europeo, ancorata ai valori di solidarietà e giustizia sociale. A questa missione storica abbiamo assegnato, negli ultimi anni, una vocazione ulteriore, cioè fare del PD una punta avanzata di servizio nei confronti del civismo e delle nuove forme organizzate di partecipazione politica, sperimentata di recente con i referendum, le elezioni amministrative o il movimento “Se non ora quando”. Tutto questo è il PD da costruire, in cui io e milioni di Italiani abbiamo voluto credere.

Queste pazze elezioni ci offrono una possibilità forse inaspettata: ottenere una riforma della politica e del Paese contando su un’ampia convergenza parlamentare che concordi su pochi e radicali punti programmatici. In una tale congiuntura il PD non può che rivolgersi anzitutto agli eletti del Movimento 5 Stelle, che rappresentano, pur in un’identità politica ancora da trovare a pieno, un insieme di persone libere e positive e comunque unite dal desiderio di riforma della politica. Altre vie non ne esistono. Il “governissimo” con il PDL sarebbe la morte del PD, riproporrebbe lo stallo, il protagonismo di improbabili e obsolete personalità, di ventennali tessitori trasversali e di tattiche e strategie che rientrerebbero dalla finestra nonostante il voto le abbia spazzate via dalla porta principale. Insomma, disegnerebbe forme che nel paese reale non esistono, non rappresentano nessuno e soprattutto si dimostrano prive della mentalità, della passione e dell’interesse necessari a compiere quella rivoluzione copernicana di cui l’Italia ha profondamente bisogno.

Ho molto apprezzato l’apertura coraggiosa del PD di alcuni giorni fa. Anche i 4 punti di programma esposti (Riforma delle istituzioni, riforma della politica, moralità pubblica e privata, difesa dei ceti più esposti alla crisi e impegno per una politica europea centrata su lavoro e sviluppo) sono una base per ricostruire il Paese. Sono l’inizio di un governo. E voglio capire chi si tirerà fuori. Occorre che il partito sostenga questa linea con convinzione, chi non lo vuole lo dica alla nostra gente e agli iscritti. Un dibattito aperto, sincero, all’altezza del compito si impone. Io penso che si possa aprire una sfida di straordinario fascino, la democrazia italiana, può piacerci o no, domenica e lunedì ha posto il nostro partito in una condizione storica favorevole a un cambiamento di portata radicale. La scelta sta tutta nel PD, non fuori, ma tutta nel PD. Perché alla fine gli eletti del Movimento 5 stelle su una linea di cambiamento non potranno dire di no. E se lo faranno se ne assumeranno la responsabilità davanti a tutti gli italiani. Ne sono convinto e spero di non sbagliarmi. Il passaggio è stretto ma può e deve essere percorso.

Mi sono reso conto in questi mesi, parlando con le persone, che il “nuovo” in politica viene inteso in una precisa accezione: privilegiare, espressamente, l’interesse comune rispetto a quello personale o di gruppo. Per questo, penso che tra la possibilità di cambiare concretamente l’Italia e l’illusione di prendere qualche voto in più alle prossime legislative, i parlamentari che vogliono realmente rappresentare qualcosa di vero e di nuovo privilegeranno decisamente la prima via. C’è un cammino fatto di scelte coraggiose da compiere per lasciarci alle spalle quest’ultimo complicato ventennio della storia italiana.

Salvatore Scalzo
Capogruppo Pd consiglio comunale Catanzaro

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