Discutendo di presidenzialismo

 

Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, con una lettera al “Corriere della Sera” pubblicata ieri, ha rilanciato il tema della grande riforma delle istituzioni, attraverso l’introduzione del sistema presidenziale. Non mi soffermo sui vantaggi e gli svantaggi di questo sistema istituzionale, che non demonizzo, limitandomi a segnale un errore storico in cui, dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a diversi commentatori, in molti continuano a incorrere: e cioe’ che in Italia il presidenzialismo sia stato invocato soltanto dalla destra.

 

 


E’ il caso di ricordare che nell’immediato Dopoguerra fu il Partito d’Azione, all’epoca forza non irrilevante nel quadro politico scaturito dalla Resistenza di cui i suoi esponenti furono tra i principali animatori, a proporre il presidenzialismo, individuando nel capo dello stato eletto dai cittadini il fattore unificante e fondante di un nuovo patto nazionale, dopo il trauma rappresentato dalla dittatura fascista e dagli eventi conseguenti al 25 luglio del ’43. Gli azionisti, peraltro, proponevano un modello presidenziale di tipo americano, dunque con un presidente eletto che assommasse le funzioni di capo dello stato e primo ministro, e i cui poteri fossero bilanciati da una forte autonomia a livello regionale. La proposta fu avanzava in sede di Costituente. Lo storico Giuseppe Tamburrano, qualche anno fa, ricordava che fu Pietro Calamandrei ad avanzarla.

 

“Calamandrei – scriveva Tamburrano – motiva la sua proposta di Repubblica presidenziale su un punto centrale: i governi di coalizione sono instabili e questo difetto, che può minare le basi della democrazia, può essere corretto solo con un esecutivo che non dipenda dagli umori (o interessi) dei vari partiti, ma sia ancorato e legittimato dalla investitura popolare. La perorazione di Calamandrei restò vox clamans in deserto. Il Partito d’Azione, del resto, dopo la scissione di La Malfa e Parri, andava verso la dissoluzione e la confluenza nel Psi. Il Partito d’ azione – faceva rilevare Tamburrano- si è impegnato per la Repubblica presidenziale non solo con il discorso di Calamandrei. Prima della scissione, agli inizi del 1946, il Partito d’Azione organizzò un convegno nel quale la maggioranza si pronunciò per la Repubblica presidenziale fondata su larghe autonomie . Alle elezioni del 2 giugno 1946 il partito andò con un programma organico di Rinnovamento radicale dello Stato nel quale – ricordava Tamburrano- c’era la proposta di Repubblica presidenziale (questa parte fu redatta da Valiani)”.
Un altro storico, Giovanni De Luna, nella sua Storia del Partito d’AIone, scrive che “gli azionisti affidarono le loro residue energie alla capacità di mobilitazione della proposta di Repubblica presidenziale unico modo per impedire il prevalere dei grandi partiti sul Parlamento”. Dunque, allo strapotere dei partiti, preconizzato gia’ agli albori della Repubblica, il Partito d’Azione contrapponeva il presidenzialismo. Fu poi Craxi a riproporre la “grande riforma” negli anni Ottanta guadagnandosi spazio nelle vignette di Gorattini che lo raffigurava in camicia nera e stivaloni. E’ quindi inesatto dire che la “sinistra” ha sempre osteggiato il presidenzialismo. Fu infatti, solo una parte di essa a osteggiare l’elezione diretta del capo della stato, alla luce anche di obiezioni non infondate. Ho scritto in altre occasioni che, a mio modesto giudizio, alla realta’ italiana si adatterebbe meglio un sistema imperniato sulla figura del primo ministro all’inglese, piu’ confacente alla trazione parlamentarista del nostro Paese, accompagnato da un sistema elettorale imperniato sull’uninominale maggioritario. Ma tra la proposta confusionaria di Berlusconi, che rivendica l’elezione popolare del presidente della Repubblica e il contemporaneo rafforzamento dei poteri del premier, e la pasticciata e antidemocratica legge elettorale in gestazione, rimane poco spazio per previsioni ottimistiche su una riforma organica dell’assetto repubblicano.

Alessandro De Virgilio

*Nelle Foto: il simbolo del Partito d’ Azione e Pietro Calamandrei

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