Category: STORIA E STORIE

Le quattro giornate di Catanzaro, tra ansia di riforme e repressione

 

 

prova
Alessandro De Virgilio, nel suo libro “Le quattro giornate di Catanzaro: 25-28 gennaio 1950 la citta’ in rivolta per il capoluogo”, edito dalla Rubbettino, ci consegna una ricerca meticolosa tra archivi e rassegna stampa storica. L’impianto storicistico ha il pregio di mantenere la complessità del tema pur nella semplicità di linguaggio e linearità delle argomentazioni. Un lavoro che copre quella “gruviera” di buchi storici da colmare di cui parla con cognizione di causa nella sua prefazione Pantaleone Sergi, cui riconosciamo competenze di storico oltre che di cronista attento e puntuale. Alessandro De Virgilio non è da meno. Lo dimostra in questo testo in cui riesce con abilità a mantenere le problematiche relative ai fatti distinte da quelle politiche e sociali e, soprattutto, da quelle relative al racconto quotidiano dei giornali dell’epoca. Più aspetti, diverso il peso ideologico e narrativo che, insieme, ci invitano a ricostruire una consapevolezza identitaria calabrese.
L’autore esamina le cause socio-economiche e politiche della rivolta che, nonostante le testimonianze di ordine e contenutezza, sfociò in un attacco violento della celere. De Virgilio ricostruisce i fatti di quella che venne considerata una vera e propria aggressione, così come vile e oltraggiosa fu definita la decisione della commissione Affari Interni nell’accantonare, in seguito al fermento della cittadinanza di Reggio Calabria, la relazione Donatini-Molinaroli che legittimava nel ruolo di capoluogo Catanzaro, rinviando la decisione al Parlamento. Lo scenario che De Virgilio fa rivivere è quello di una cittadina in fermento, tra i luoghi storici dei teatri Politeama Italia e Masciari. L’autore ricostruisce la genesi della rivalità con Reggio Calabria, argomentando con solide motivazioni quel diritto che “di fatto” la città aveva già conquistato da secoli.
Il contesto in cui prende forma la protesta per il capoluogo ha radici nel dibattito anche aspro tra regionalisti e antiregionalisti che prese vita nel periodo successivo all’unità d’Italia e che si trascinò per tutto il XIX secolo. In Italia esisteva fra i democratici una forte corrente autonomista e federalista risalente a Cattaneo, mentre la destra storica, al potere dopo l’unificazione realizzò un ordinamento fortemente accentrato. Così nel testo di De Virgilio ritroviamo, dopo neppure un secolo, antiregionalisti come il liberale Nitti (p. 112) e Casalinovo che aveva aderito al gruppo parlamentare dei liberali (p. 109), mentre il democristiano Giammarco (p. 113) tra i regionalisti. Questo problema dell’ordinamento ricade come un macigno sulla realtà meridionale perché quella che è stata definita “piemontesizzazione”, ovvero l’ampliamento delle leggi piemontesi al resto d’Italia, non è stato altro che un voler chiudere gli occhi di fronte al problema vitale delle popolazioni calabresi, ovvero quello riferito alla divisione delle terre, così come con acume aveva osservato Vincenzo Padula che l’8 marzo 1865 scriveva: “La vita e la morte della nostra provincia dipendono dal modo in cui sarà risolta la questione silana”. Ogni progetto di decentramento amministrativo fu accantonato soprattutto per la situazione di malessere che si era venuta a creare nel mezzogiorno e che aveva provocato il fenomeno diffuso del brigantaggio. Si avviò una politica di dura repressione mentre rimasero irrisolti i nodi politici e sociali che avevano reso possibile la diffusione del fenomeno. Mancò ai governi della destra, ma poi vedremo anche successivamente, la capacità o la volontà di attuare una politica per il Mezzogiorno capace di ridurre la cause del malcontento.

 

alcide de gasperi 1

 

Ostilità verso il nuovo ordine politico imposto con l’unità nazionale e delusione nella mancata risoluzione dei problemi della terra riemergono quindi nella crisi tutta calabrese per la scelta del capoluogo di regione, tanto più che nei cosiddetti anni del centrismo di Alcide De Gasperi, vennero ritirati i decreti Gullo (Antonio Segni Ministro Agricoltura) con i quali si assicurava la continuità del lavoro ai contadini, veniva ridotto lo sfruttamento dei possidenti terrieri e si promuoveva la nascita di alcune cooperative cui sarebbero state assegnate le terre incolte. In questo contesto ci fu una ripresa dei tumulti contro il latifondo che registrarono episodi drammatici anche nella vicina Melissa. L’eccidio nel latifondo di Melissa, avvenuto solo qualche mese prima il 29 ottobre 1949, si ripresenta nel testo con gli interventi politici dei socialisti che tentano in più occasioni di spostare il tema della discussione da quello politico a quello socio-economico del lavoro e della questione fondiaria.
Quello che accadde a Catanzaro nel gennaio 1950 può essere compreso da alcune risposte che diede il governo in quello stesso anno: la riforma agraria e l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno.
La riforma agraria, varata nel maggio-dicembre 1950, fissava norme per l’esproprio e il frazionamento di una parte della grandi proprietà terriere di ampie aree geografiche fra cui anche la Sila e poteva costituire il primo tentativo di profonda modifica dell’assetto fondiario mai attuato fino ad allora. La Cassa per il Mezzogiorno (agosto 1950-1983) aveva lo scopo di promuovere lo sviluppo economico e civile delle regioni meridionali attraverso il finanziamento statale per le infrastrutture e il credito agevolato alle industrie.
Il testo mette in luce questa problematicità che il governo cercò di risolvere successivamente, sempre in quell’anno, quando ricorda, appunto, che i fatti di Catanzaro, alla luce del duro intervento della Celere, vennero paragonati a quelli dell’eccidio di Melissa. Non dobbiamo dimenticare, infatti, il dissenso della destra verso la legge agraria portata e che nel ’50 anche i liberali si ritirarono dal governo in quanto contrari alla riforma agraria, mentre le sinistre continuarono a condurre contro i governi De Gasperi una dura opposizione, in parte fondata su divergenze ideologiche, in parte motivata dallo stato di disagio in cui versavano le classi lavoratrici.
Il quadro degli schieramenti nella lotta per il capoluogo riflette questo stato di cose e, in particolare, riflette il nuovo ordine internazionale della cosiddetta guerra fredda. Le sinistre e la Cgil mobilitarono le masse operaie in una serie di scioperi e manifestazioni che spesso si concludevano in scontri con le forze dell’ordine. A sua volta il governo, deciso a non lasciarsi condizionare dalla piazza, rispose intensificando l’uso dei mezzi repressivi. Le forze di polizia furono potenziate con la creazione dei reparti celeri (ossia gruppi motorizzati di pronto intervento) impiegati esclusivamente nei servizi di ordine pubblico. Le armi da fuoco furono spesso usate contro i manifestanti, provocando non poche vittime. Prefetti e questori cercarono di limitare la libertà di riunione valendosi di leggi e regolamenti varati in epoca fascista. Comunisti e socialisti furono schedati e a volte discriminati negli impieghi pubblici. Il ministro degli Interni Mario Scelba (1947-1955) divenne agli occhi dei militanti di sinistra il simbolo di una politica illiberale e repressiva.

Francesca Rennis

 

Foto: Home, Alessandro De Virgilio

            Nella pagina: Alcide De Gasperi

Canti Briganteschi: per comprendere meglio ‘certe storie’

 

Per quanto nutrita possa risultare la letteratura brigantesca in Calabria, i canti popolari che si tramandano non sono molti e buona parte di essi sopravvive perché pubblicati.

Risulta difficile per alcuni individuarne il caposaldo preciso. Certo è che, rispetto ad altre poesie popolari, quelle brigantesche non risentono di alcuna contaminazione.

Recentemente si è registrato un risveglio d’interesse verso tale genere di canto principalmente grazie ai gruppi etnici che, con l’utilizzo di strumenti musicali desueti, li hanno inseriti nei loro re-pertori. Un esempio per tutti la celeberrima Brigante se more, dedicata alla resistenza filoborbonica.( S. B.)

Ma ci sono esempi nostrani, sicuramente meno conosciuti, ma non per questo meno interessanti. Un piccolo campionario:

 

Mi partu de la beddha Catanzaru,

ma vaju mbicarìa ccu a catina.

Non ciangiu ca perdivi a Catanzaru

ma ciangiu ca perdivi a Catarina!

(S. Maria di Catanzaro)

 

O schettuliddhi ciangiti ciangiti,

ca Garibardi chiàmau li sordati

ca si chiàmau li giuvani arditi

e ni dassàu li vecchi abbabbati!

A sant’Antoni mo ricurriti:

Scanza Ninnuzzu meu de li sordati.

E si sta grazzia non mi faciti

Patrenostri de mia non v’aspettati.

(S. Maria di Catanzaro)

 

briganti e gendarmi

 

O sbirri cchi serviti stu Governu,

ccu i strisci russi e i rrobbi de pannu,

si ncunu jornu a libertà ritornu,

li rrobbi vi li sciancu a parmu a parmu…

(S. Maria di Catanzaro)

 

… Addiu, cumpagneddhi di sventura,

speru ca ni vidimu prestu fora

(S. Maria di Catanzaro)

 

A mia la morti nun mi fa spaventu

ca ntra li vuoschi ci sugnu mparatu

cumu tu juochi ccu li fhjuri e l’erbi

bucava iu sempre ccu li scupettati.

I palli chi venianu a cientu a cientu

Eranu ppè mia cunfietti nzuccarati:

Aju distruttu mienzu riggimentu

e sempri a faccia a faccia aju sparatu.

 

Su carceratu e la notta mi sonnu

ca nesciu a libertà e poi mi ngannu.

Carceru cchi ssi fattu cruci cruci

cu ti fici a tia bonu non fici

ti fici attorniatu de banderi

‘e dintru nc’è lu mpernu naturali.

 

De lu bena cchi t’haiu volutu

rumpivi li catini e ssu scappatu,

si non mi cridi quantu aiu patutu

guardami comu sugnu stracangiatu.

 

Nun sacciu chi vo’ dire tradimentu

e cu nu tradimenti m’au pigliatu!

Cu la mia forza nun ci potte niente

e cullu vinu m’hannu ammuppiatu!

M’addurmiscivi sdignusu e valente

Mi risvegliavi tuttu ncatinatu!

Fui carcerato a mille porte

carceri dure e tribbunale forte.

 

Curru valli, timpuni, terra e rina;

sècutu Stagliurande e Marchisatu,

sautu alla Povarella llà vicina

e pigliu pue de Pusiniellu l’atu;

de Mesuraca curru a la marina,

passu fhjumare e mminu ppè l’Amatu,

Panettieru e Garruopoli a ppendinu

Vaju fujendu cuomu disperatu.

(Carlopoli)

 

4 -brigante Odoardo Trapasso alias truffa di Gagliano

Su giuvane; si vecchiu a qui venutu

cc’è forza e stiegnu e marmu e spalle,

ancora tuttu nun signu perutu

e a la giberna cci nde sugnu palle.

‘Un signu latrucchiune ‘mpaurutu

cà st’ossa cci lle pparu a chisse palle

fina a chill’ura d’essere perdutu

cci nd’haiu tiempu de grubbare spalle;

e quandu muoru pue su seppellutu

mparte de campusantu ‘ntra ‘na valle.

(Carlopoli)

 

’U sbirru cumparìa de lu pendinu

ca si cridìa ca riepuli cacciava

e me mustrava all’uocchi ‘u carabinu

ah! povariellu mie, ca me spagnava!

Lassa mu mientu ’mpiettu s’azzarinu

pemmu te mustru quantu te custava

u venira cca supra, lu mio tiru

nu sbaglia, ca cc’è l’anima ch’è brava.

(Carlopoli)

 

Fue carceratu c’ammazzai nu cane,

giustizia de lu celu, quandu vene?

Sett’anni mi cce stietti senza pane

vattutu e rruinatu ntra le pene.

Mo nun ce caju cchjù, no, ppe demane,

ccà duve signu mi cce truovu bene;

vuogliu morire ccà cuomu nu cane,

fandu giustizia ad autru e a mia bene.

(Carlopoli)

 

Ssi pini su’ ppe mie parienti e frati

ssa nive janca è llu tisuoru mio,

adduru s’acquicelle ‘mbasamate,

sse funtanielle cuonu grande Dio.

Chistu vuoscu de arvuli arramati

è la casella e lu pagliaru mio,

nun ce veniti ppemmu me tentati

nullu, ca la pagati ppe lu Dio.

(Carlopoli)

 

Bressi, Brigantaggio nel catanzarese

’A vita de lu lupu vuogliu fare

giacchì de ccussì bbò lla sorte mia!

‘U jornu mi nde vaju a mme mbòscare,

lla notte mi nde vaju ppe lla via:

fazzu la guardia duv’è u pecuraru

mu me scarta n’aniglia a boglia mia

e ssi ppe casu abbajanu li cani

jettu ’nu sautu e mme truovu a la via.

(Carlopoli)

 

Cataba mi nde jia ppe ssi piniti

e jiaa guardandu li luntani prati,

capitu nu troppune de rusiti

unu se distinguìa d’ammienzu l’atri,

fadelluti venianu ’mbardansiti

e lu rusitu lassai stare ‘mpace,

u rusitu si tu de la mia vita,

gioiuzza bella, che me si’ ccustata;

ma lassu ’ncunu jornu sti piniti

e viegnu a ttie mu restamu mbiati.

(Carlopoli)

 

Vola tu, cuccuvella, de sti pini

e vati mo deritta a llu mio bena

nu essendu tu palumba o cosa fina

capisce chilla ca decca tu vena

e t’arricetta agiellu de Sila

piglia lla rosa chi ’mpiettu se tene

e si mi truovi mortu la matina

jèttala ccà a ssa nive chi me tene.

(Carlopoli)

 

Silvestro Bressi

 

TUTTE LE ALTRE STORIE

 

 

Pijjha paccu e vota thrumba. Dopo,però,passa dal Colacino…

Dalla Massoneria al Fascismo,fino al  dopoguerra. Una breve incursione narrativa di Silvestro Bressi tra i ‘pacchi’ omaggio pieni di derrate alimentari (spesso usati a fini elettoralistici) e il buonissimo latte di mandorla del Caffè Colacino. Momenti a volte davvero difficili. Il tutto, sembra incredibile, senza che i catanzaresi perdessero il loro  tradizionale humor.

 

Nei primi decenni del Novecento, la vita sociale ed amministrativa dei Comuni della Calabria era influenzata dalla Massoneria, i cui affiliati appartenevano maggiormente alle classi predominanti per cultura e professione.

Un esempio eclatante si aveva a Catanzaro, dove agivano due “logge” di considerevole autorità ed importanza. Pertanto, l’avvento del Fascismo, qui come nella maggior parte di tutta la regione, fu accolto senza grande entusiasmo e senza reazioni; e così pure il suo tragico tramonto, che non riuscì a scompigliare più di tanto l’animo dei nostri nonni. I catanzaresi insomma avevano guardato a Mussolini come ad un avventuriero di passaggio, nella storia della nostra nazione, che pur era stata profondamente segnata dall’allucinante Seconda Guerra Mondiale.

La fine dei sanguinosi conflitti bellici fu, qui, salutata come il ritorno di una bella giornata di sole, dopo il lungo incubo di un rovinoso temporale. La gente ritornò sulle strade; chi era stato “sfollato” per lo più in paesini della pre-Sila, si rivide in Corso Mazzini; si riaprirono i negozi e gli altri esercizi pubblici: riprese, anche se a rilento, la vita e, con essa, l’humour di una volta.

 

Si sentì, nella nostra Città, forse più che altrove, il bisogno di rincontrarsi, di stare insieme, di creare i capannelli di persone amanti di ascoltare la voce dei franchi parlatori e dei critici degli eventi e di ogni fatto di cronaca. Il Gran Caffè Serrao, di Francesco Colacino, riaprì i battenti e, poiché si era in penuria dei tradizionali ristori, inventò uno squisito latte di mandorla, tappato in bottiglie di chinotto e di aranciata San Pellegrino riutilizzate. Quella bibita fu così apprezzata che venne detta “il San Colacino”, e così largamente consumata sul posto, che quel bar divenne il salotto cittadino di quei tempi.

 

 

Fu appunto in quel periodo postfascista, quando fra contrastanti discussioni politiche si aprì la corsa al potere, che sorse e si diffuse il detto popolare Pijjha paccu e vota thrumba : un motto così intensamente significativo che valeva un intero discorso elettorale. Perché si abbia a capire in tutta chiarezza, bisogna ricordare che la tromba era il simbolo del raggruppamento socialcomunista, cui ancora oggi si richiamano, in alcuni centri della Calabria ed in occasione di competizioni amministrative, molti nostalgici simpatizzanti di quella coalizione.

Il pacco, invece, consisteva in uno scatolone pieno di prodotti alimentari in scatola, quali il latte in polvere, la carne e cose simili, oltre a pacchetti di pasta, di zucchero, di gallette, unitamente a vestiti e indumenti vari. Si trattava, per lo più, di razioni Kappa in dotazione alle Forze Armate Americane.

I pacchi venivano distribuiti dall’UNRRA, un’organizzazione internazionale finalizzata all’attuazione di un programma di benessere sociale, nell’ambito delle Nazioni Unite, e rivolto maggiormente all’aiuto e all’assistenza delle popolazioni più colpite dalle distruzioni operate dalla Seconda Guerra Mondiale.

Gli Enti comunali e di assistenza locale, detti ECA, incaricati a far recapitare i pacchi ai cittadini bisognosi, se ne servivano, invece, per attrarre più simpatie e voti verso il partito democratico, allora nascente in Italia.

In opposizione a questo sistema di propaganda tipicamente americano, i Socialcomunisti fecero circolare la voce Pijjha paccu e vota thrumba.

I Crotonesi vantano di esserne stati gli autori, ma alcuni affermano che il paese di origine sia stato Strongoli. E’ certo, comunque, che il detto ebbe larga diffusione; ma quando fu introdotto nelle zone di Catanzaro, in alcuni quartieri, come a Germaneto, esso subì delle rettifiche, per potersi adeguare, più che al modo di dire, allo spirito della popolazione locale. Qui, infatti, si disse: Pijjha paccu e vavattìnda,  vota thrumba e…futtatìnda.

C’era chi, invece, ragionava diversamente ed era sempre pronto a porsi con il più forte, per cui si adeguò al tradizionale modo di pensare: Cu’ di curca cc’a mamma, ‘u chjàmu tata.

Sembrerà strano, ma i Catanzaresi “veraci” al loro umorismo non rinunciano mai ! Persino quando si trattava di grandi temi nazionali, quale, ad esempio, il ritorno alla Monarchia, e qualcuno tendente alla repubblica ci teneva a dire orgogliosamente: Noi tireremo dritti! Si sentiva rispondere: E quando arrivi a la Curva d’o gassu, comu fhai?

Era questo uno dei motti più noti di Talianu c’a cuda, così soprannominato per via di quella corda pendente a mo’ di coda che usava per reggere i calzoni.

Silvestro Bressi

Il Treno del Sole: terroni, poesia
e l’Italia che si muove

 

Un pezzo di storia dell’ Italia divisa in due, dell’emigrazione,dei terroni con le loro valige di cartone piene di ricordi e di speranze. Non un semplice mezzo di trasporto, dunque. Il Treno del Sole,soppresso definitivamente, è stato molto di più,qualcosa di  più importante,come evidenzia Sabatino Nicola ventura in questo suo intervento.

 

Non c’è più il Treno del Sole.  TreniItalia, da qualche giorno, l’ha soppresso. Passa oramai alla storia il primo collegamento continuo dal Sud al Nord. Erano gli anni ’50 del secolo scorso, e le ferrovie dello Stato inventarono il treno del sole. Fu una necessità per soddisfare “meglio” il viaggio dalla Sicilia all’ambito Nord. Il treno era soprattutto utilizzato dagli emigranti. Voglio ricordare che gli anni ’50, ’60 e parte dei ’70, hanno registrato il grande boom dell’emigrazione interna. Dalla Sicilia, Calabria, Lucania, Campania a migliaia scappavano dalla miseria e povertà del Sud. Interi nuclei familiari salivano sul treno del sole per raggiungere Torino, Milano Genova o altre destinazioni del Nord. Erano in gran parte braccianti e contadini, molti analfabeti o semianalfabeti, che disperati ma con tanta speranza cercavano un futuro. Scappavano dalla fame e dalle profonde ingiustizie sociali.

Scappavano salendo sul treno del sole, laceri e con null’altro che le braccia e la valigia di cartone. I bambini dal viso tenero, sparuto, preoccupato, stavano in braccio alle mamme, che erano, quando si trovava posto, sedute su i sedili di legno (terza classe). Partiva la gente del Sud, con il pianto, non solo nel cuore, ma sul viso. Andava verso quell’avvenire che la loro terra non gli aveva dato. Il treno del sole rappresentava la corsa verso la vita. Una corsa che durava, quando andava bene, circa ventisei ore. Il treno partiva da Siracusa per un viaggio pieno di sofferenze e disagi.

 

Il treno del sole degli anni 50/60 era in sostanza privo di ogni confort. Si saliva “all’arrembaggio”, e conquistare un posto era difficile, molto difficile. In tanti, per tutto il tempo del viaggio, restavano in piedi o buttati a terra. Ma il treno del sole era il mezzo di fuga dalla non vita. Ma quella non vita che si lasciava Erano, però, gli affetti, i luoghi vissuti, gli amici.

Il treno del sole, che ora non c’è più, è, in ogni caso, parte importante della storia del Sud. In quelle carrozze la sofferenza umana si materializzava e solidarizzava, ma si concretava anche una speranza. E’ stato per tanti anni una “tradotta” che portava al lavoro, al pane. Ma gli emigranti, i “terroni”, anche attraverso quel treno hanno tenuto un legame profondo con le proprie radici, che si materializzava soprattutto a Natale e ad Agosto; periodi in cui si tornava al Paese per rincontrare i nonni, i genitori, la sposa, gli amici.

 

Un’altra occasione per la quale gli emigrati salivano sul treno del sole; era per venire a votare. Non ricordo bene in quale occasione elettorale, certamente negli anni ’70, andammo a ricevere alla stazione di Sant’Eufemia, oggi Lamezia Terme di sera gli emigrati che scendevano sul treno del sole per votare. Dai finestrini dei vagoni stracarichi sventolavano le bandiere rosse e forti erano i canti degli inni della sinistra. Noi dirigenti e militanti del Partito Comunista eravamo lì con un grande striscione sul quale avevamo scritto, “TORNA PER VOTARE E VOTA PER TORNARE”.

Il Treno del Sole C’è nel capolavoro di Luchino Visconti, Rocco e i suoi fratelli. Nella metà degli anni ’60, due poeti della canzone italiana: Bruno Lauzi e Sergio Endrigo ricordarono il treno del sole. Il primo scrisse di una donna di nome Maria che arrivava dal Sud al Nord, con due labbra di corallo e gli occhi grandi così. Il secondo, Endrigo rispose a Lauzi con una canzone in polemica, Infatti il testo dice che il treno che viene dal sud non porta soltanto Marie con le labbra di corallo e gli occhi grandi così. “Porta gente nata fra gli ulivi/ porta gente che va a scordare il sole/ ma è caldo il pane lassù nel Nord./ Ma notte è un sogno sempre uguale/ avrò una casa  per te e per me.

Addio Treno del Sole.

Sabatino Nicola Ventura

Consigliere Comunale di Catanzaro

Presidente dell’Associazione “Pensiero Contemporaneo”

Catanzaro, scuola Casciolino ricorda il maestro per eccellenza : Alberto Manzi

 

Negli Anni 60, grazie anche alla progressiva diffusione della Tv, insegno a leggere e scrivere a milioni d’italiani, con il suo programma ” Non è mai troppo tardi”.

Un maestro elementare, Alberto Manzi, i meriti del quale non si dovrebbe mai finire d’elencare insieme ad una funzione realmente culturale oggi davvero difficile da ritrovare nella televisione, pubblica o privata che sia.

A Manzi sarà intitolata   la scuola primaria di Casciolino che aprirà  i battenti con il prossimo anno scolastico.A deciderlo, il sindaco, Sergio Abramo e l’Amministrazione Comunale.

“Numerosi  sono i motivi che ci inducono a ritenere saggia e più che mai appropriata la scelta di intitolare questo plesso a un uomo che tanto ha dato al mondo scolastico e alla diffusione dell’alfabetizzazione nelle classi sociali più umili”, sostengono i rappresentanti dell’Amministrazione Comunale, “ci auguriamo che i più piccoli, stimolati dalla loro innata curiosità, siano spinti a porsi e a porre domande finendo per scoprire che la scuola da loro frequentata è intitolata a quel “Maestro” il quale riteneva che bisognasse imparare le cose senza che nessuno dovesse sentirsi giudicato come primo o come ultimo, o peggiore di qualcuno”.

La scopertura della targa avverrà nel mese di settembre, alla presenza di Giulia, la figlia del Maestro, che, nell’occasione, presenterà anche il suo libro “Il tempo non basta mai”.

Famosi gli episodi di ‘ribellione’ da parte del maestro Manzi, ai dikat imposti dalla neonata riforma scolastica e che, a suo parere, attraverso l’espressione di giudizi sugli alunni, contribuiva a  etichettarli in negativo per sempre.

Insomma, un maestro eccezionale, ma anche un uomo dalla schiena dritta, anche quando fu chiamato a cimentarsi con la politica.

Cumpara o cummari ‘e mazzettu

Promesse, rispetto,sentimenti. Tutto all’ombra di S.Giovanni,nella Catanzaro di un tempo. A raccontarcela,come sempre, Silvestro Bressi.

 

Subba ’u Sangiuànni c’avìmu! Era questo un giuramento ritenuto sacro per i nostri padri, e venir meno ad una promessa così solennemente rimarcata equivaleva ad una vera infamia.

Chi intendeva instaurare u Sangiuànni faceva visita, il 24 giugno, festa di san Giovanni, alla famiglia con cui desiderava creare il comparatico, portandogli un mazzetto di fiori.

Se veniva accettata tale proposta si contraccambiava la visita e il mazzetto dopo pochi giorni, e precisamente il 29 giugno, festa di San Pietro e Paolo.

Si diventava, così, cumpàri o cummàri ’e mazzéttu.

Guai a non rispettare questo connubio di cuori: si diventava responsabili di fronte agli uomini e di fronte al Cielo. Basti pensare che quando si passava davanti alla casa del compare, anche se non si vedeva né lui né alcun suo familiare, un gesto di saluto era ugualmente doveroso e sentito:

Salùtu la casa, li porti e li mùra

e puru lu màsthru chi li seppa fhàra;

rispettu lu càna cchi è d’o cumpàra!

 

Se, in quel giorno, a Catanzaro, non si disponeva di altri fiori per comporre u mazzéttu, si ricorreva a rametti della profumatissima spicanarda (lavanda), posti in un vassoio e contornati da confetti sistemati a forma di cuore.

Fra le donne, in quel giorno, u Sangiuànni poteva avvenire anche in altri modi. Se, ad esempio, esse andavano a fare il bucato presso una delle tante sorgive o nelle umbràre della Fiumarella, e le lenzuola di una, messe ad asciugare e mosse dal vento, si urtavano o si avvolgevano con quelle di un’altra, il comparatico o, in questo caso, il commaraggio, era bello ed avvenuto per una volontà superiore, come per destino che le aveva fatte incontrare.

Secondo la tradizione, nel suo giorno San Giovanni favorisce gl’incontri benevoli fra le persone e in particolare i fidanzamenti.

Le ragazze in età, la sera precedente, usano tuttora abbruciacchiare un cardo selvatico: se al mattino questo rifiorisce, è chiaro segno che arriverà presto un pretendente o una proposta di matrimonio.

Altre preferiscono ricorrere alla gettata di piombo fuso o di stagno in una bacinella d’acqua: la forma assunta dal metallo nel suo rapido ritorno allo stato solido fornisce, previa esatta interpretazione, notizie sul futuro sposo: sulle sue intenzioni, sulle tendenze, sulla ricchezza o meno, sullo stato di salute e persino sul mestiere che esercita o che è portato ad esercitare.

Anche il bianco di un uovo lasciato cadere nell’acqua, in un bicchiere, e posto al sereno per tutta la notte, al mattino avrebbe assunto forme significative.

Incerta è ritenuta la pratica delle tre fave poste sotto il cuscino: la ragazza fortunata, al risveglio, avrebbe tirato fuori per prima la fava designata precedentemente, la sera prima di porsi a dormire.

Durante la notte di San Giovanni, insomma, secondo la credenza popolare, sogliono avvenire prodigi premonitori. Agli inizi del terzo millennio è giusto che non si dia più credito a mere superstizioni del popolino, ma certe pratiche escogitate dagli avi producevano effetti che diversamente non avrebbero avuto luogo.

Si prenda, ad esempio, il caso del giovane che cantava:

U jornu d’e san Giuànni benedittu

la bella mia mi fhici ppe cummàra.

Mo, quando m’affrùnta cci àju ‘e dira:

Bongiòrnu, zzìta, e salùta, cummàra!

 

Al fine d’invogliare le proprie figliole al matrimonio, le mamme preparavano per loro u pupàtulu, un bambolotto confezionato con pulèju (mentuccia romana), vestito da neonato e con il volto fatto di garofani.

Questo veniva dato alle giovinette perché lo tenessero in braccio per l’intera giornata, quasi fosse un bambino reso gradito dal profumo di quei fiori.

Per sapere se un fidanzamento sarebbe andato a buon fine, si usava porre su di un braccio una foglia di sarapùddha, un’erba selvatica non più individuabile fra le tante della stessa specie, tenuta stretta per tre giorni da opportuna fasciatura, recitando:

Si mi vo’ bena ma mi resta a rosa (l’impronta)

si mi vo’ mala ma mi fha a ‘mpuddha

ccu l’erva d’a sarapùddha.

In entrambe i casi, sul braccio rimanevano segni duraturi e fastidiosi. Per eliminare, comunque, a ‘mpuddha, bisognava applicarvi sopra delle foglie di otèra: ccu l’otèra o chjùmpa o spera (scompare).

I nostri contadini si tramandano di raccogliere, nel giorno di San Giovanni, le noci per preparare il liquore detto appunto nocino. Usano, inoltre, spezzare le grasse foglie dei fichi d’India per ritardarne la maturazione dei frutti e favorirne la conservazione fino a Natale.

Nello stesso giorno sogliono essere raccolti i fichi selvatici, detti popolarmente fhìcu d’e surici, che non maturano mai e sono all’interno pieni di insetti.

Essi vengono posti in vicinanza delle piante dei fichi boffi che, in conseguenza, anticipano la maturazione dei grossi frutti, pronti per la festa di San Vitaliano, alto Patrono della Città.

In conclusione, la ricorrenza del 24 giugno sa di amicizia, di effetti benefici, di grazie e di abbondanza.

Grande, in verità, è sempre stato il cuore dei Catanzaresi prodighi nel dare, specialmente con gli amici con cui hanno u Sangiuànni.

U Sangiuànni, a loro modo di dire, ’on s’àva e mintira sutta i pèdi! Significativa è l’abbondanza dei doni con cui un pastore intendeva dare un segno concreto della sua grande stima verso il proprio compare. Egli, incontratolo per caso, gli promise: Ti mandu n’agnèddhu, na pezza ’e fhormàggiu e dudici ricotti  e, arrivato a casa, incaricò la moglie di assolvere la promessa. Ma questa pensò di dimezzare i doni, ritenendoli esagerati nella quantità.

Il compare, appena ebbe occasione di ringraziare il pastore, con discrezione di cui era capace, gli osservò:

A luna quinta ’e decima fhu menza (mezza pezza di formaggio),

a lana ’e quatthru pedi fhuru dui (metà agnello)

i dudici misi ’e l’annu fhuru sei  (le ricotte):

non fu commu parràmmi tutt’i dui (com’eravamo rimasti)

 Silvestro Bressi


 Cummari ‘e mazzettu (1929) foto tratta dal volume di Silvestro Bressi :

   ” Una volta a Catanzaro”  – Ursini Edizioni – 

 

 

 

 

Europa… Europa

 

Tra euroscettici e convinti sostenitori, l’Unione Europea è passata dagli ideali forti dei padri fondatori al pensiero debole attuale. Fino a rappresentare un semplice banco di prova per coalizioni politiche  più o meno ardite. Il 25 Maggio scorso, nonostante si votasse nello stesso giorno per Europee e Comunali, coloro i quali hanno ignorato completamente le prime schede sono stati tanti:  solo il45,8%. ha votato per il Parlamento Europeo, in Calabria. Contro il 63,3% alle amministrative. Un segnale nient’affatto incoraggiante.

 

 

Sono trascorsi alcuni giorni dal 25 maggio, data in cui si sono svolte le elezioni per l’Europarlamento, e analisti e commentatori, in tutta Europa, si sono lanciati nella valutazione dei risultati elettorali nel tentativo di spiegarci, attraverso le percentuali di voto, quale sarebbe stato il futuro dell’Unione Europea tra coloro che vi credono ancora, coloro che vorrebbero riformarla e coloro, definiti euroscettici, che vorrebbero cancellarla.

Mai, come in queste elezioni, il dibattito politico avrebbe dovuto accendersi nel tentativo di trovare un nuovo modello di Unione Europea per il futuro di quasi cinquecento milioni di europei.

In Italia, invece, le votazioni sono state attese, con grande trepidazione, per capire quale livello di legittimazione sia stato dato o meno al governo in carica, considerato che, al contrario di come accade nelle democrazie mature, questo è stato formato senza alcuna chiamata in causa del corpo elettorale.

In seguito, sono stati analizzati i vari incontri, segreti e non, tra esponenti della Lega e Front National e tra il leader dei Cinque Stelle e leader di Ukip, per capire le alleanze possibili all’interno              dell’Europarlamento.

E’ da notare, curiosamente, che alcuni di questi personaggi che cercano in Europa alleanze per cancellare questo modello di Unione, in Italia tentano alleanze con partiti che fanno parte del PPE che questo modello di Unione vuole mantenere.

Nella nostra Calabria si ha la sensazione che le elezioni europee si siano svolte, semplicemente, per capire quali vendette si siano consumate tra i politici locali in attesa delle elezioni regionali.

Eppure la grande idea di un’Unione Europea non merita di essere trattata come un problema da risolvere, né come capro espiatorio per tutti i mali di questo nostro presente, né per assicurarsi il prosieguo della propria carriera politica.

 

La storia di un’Europa unita, nata nelle menti di personaggi come Churchill, Blum, Shumann, Monnet, De Gasperi, Spinelli, Rossi, Adenauer, Spaak, negli anni in cui in Europa erano ancora presenti le macerie provocate dal secondo conflitto mondiale (circa cinquanta milioni di morti e tanta distruzione) merita tutt’altro rispetto.

E’ proprio in quei drammatici momenti del secondo dopoguerra che si radica nei governanti dell’epoca l’idea di lavorare per realizzare una Europa unita dove imbrigliare in un’alleanza stabile e definitiva i nemici dell’ultimo secolo di storia europea: Gran Bretagna, Germania, Francia.

Le difficoltà per realizzare concretamente una nuova Europa si rivelarono da subito notevolissime: certamente non era facile far collaborare nemici che dal 1870 si erano scontrati ferocemente cercando l’annientamento l’uno dell’altro.

E’ nel 1946 che la creazione di un’Unione dell’Europa si fa più pregnante e necessaria, quando Winston Churchill pronuncia un discorso nella città di Fulton in Missouri, negli Stati Uniti, nel quale annuncia la divisione dell’Europa in due distinte sfere d’influenza: ’… E’ tuttavia mio dovere prospettarvi determinate realtà dell’attuale situazione in Europa. Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi stati d’Europa Centrale e Orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia, tutte queste famose città e le popolazioni attorno a esse, giacciono in quella che devo chiamare sfera Sovietica, e sono tutte soggette, in un mondo o nell’altro, non solo all’influenza Sovietica ma anche a una altissima e in alcuni casi crescente forma di controllo da Mosca’.

Da questo momento il mondo sarà sotto la minaccia della guerra fredda e l’idea di una integrazione europea da ideale diventa necessità, con gli Stati Uniti che in questa integrazione vedono il baluardo da contrapporre al blocco sovietico.

Così, con l’imperativo di arginare l’espansione dell’Unione Sovietica, gli USA si impegnarono a risollevare le economie di alcune nazioni europee occidentali dal disastro della guerra, attraverso il ‘Piano Marshall’ e si fecero promotori di un’unificazione attraverso una difesa comune europea, con l’inserimento, in questo disegno, del riarmamento della Germania Ovest.

Questo proposito non fu del tutto accettato da alcuni paesi vincitori della guerra, in particolar modo dalla Gran Bretagna e soprattutto dalla Francia, le quali insieme a Belgio, Olanda e Lussemburgo firmarono il Trattato di Bruxelles nel 1948 dando vita all’organismo militare dell’Unione dell’Europa occidentale con al comando la Gran Bretagna, al fine di un controllo sia dell’Unione Sovietica sia della Germania Ovest.

Ma l’Alleanza nata era ben poca cosa di fronte alla sproporzionata grandezza dell’Unione Sovietica e del suo blocco, così l’Unione dell’Europa Occidentale intraprese trattative con gli Stati Uniti per realizzare un’alleanza più solida con l’inserimento di nazioni come Canada, Norvegia, Danimarca, Islanda, Portogallo e Italia. Nasceva nel1949 aWashington il Patto Atlantico. Rimaneva esclusa la Germania Ovest.

E’ nel 1950 che la situazione cambia radicalmente, quando le truppe comuniste nordcoreane invadonola Coreadel Sud, un’invasione che mette in allarme le nazioni occidentali le quali ancor di più si rendono conto dell’importanza di una strategia comune europea.

Così, anche sotto la pressione costante degli Stati Uniti, è la stessa Francia a rendersi promotrice non solo del riarmo della Germania Ovest, ma anche di una sorta di alleanza finalizzata al controllo dell’acciaio e del carbone (materie prime indispensabili per la fabbricazione delle armi da guerra) attraverso l’unione dei paesi del Benelux, l’Italia,la Repubblica Federaledi Germania. Nasceva cosìla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA).La Gran Bretagna non aderì perché non gradiva alcuna interferenza sulla propria economia.

Divenne chiaro alle nazioni europee occidentali che le componenti militari ed economiche erano i due pilastri su cui fondare una salda unione tra stati.

E così, nonostante il fallimento di una difesa comune europea (CED) nel 1954, a causa delle problematiche legate alla politica francese e alla questione relativa al territorio di Trieste (che il governo italiano tentava di risolvere attraverso trattative diplomatiche), seppur lentamente, andavano creandosi i presupposti per quell’integrazione economica che poteva stabilire una convergenza di interessi fra le nazioni europee.

Tali convergenze portarono nel 1955 alla Conferenza di Messina, dove i sei ministri degli esteri dei paesi membri della CECA, sotto la guida del ministro italiano G. Martino, avviarono quei negoziati che portarono alla creazione della Comunità Europea dell’Energia atomica (EURATOM) e, con la firma dei Trattati di Roma nel 1957, alla Comunità Economica Europea (CEE) o Mercato Comune Europeo (MEC).

Era così che nascevano quei presupposti per realizzare l’abbattimento delle barriere doganali, la libertà di movimento delle merci, e molti anni dopo, quella delle persone e dei capitali ed in seguito la creazione di una moneta unica.

Fin dai suoi primi anni,la Comunità Europea ha attraversato grandi crisi d’identità, che hanno favorito quegli assestamenti di rotta necessari per portare avanti le prerogative di una comunità sempre più unita.

Così i sei Stati fondatori della comunità, che già nel 1968 conseguirono l’abbattimento delle barriere doganali e l’inizio di una politica agraria comune, dovettero affrontare da subito quella sorta di vizio di forma della nascente Unione, e cioè la prerogativa di tutte queste iniziative era presa dai singoli Stati sovrani a danno di decisioni comuni nascenti all’interno della Commissione europea.

Ma, nonostante queste problematiche, nel 1973 il Regno Unito aderì alla Comunità e nel 1979 si tennero le prime elezioni per il Parlamento Europeo.

Nei primi anni ’80 entrarono a far parte della Comunità la Grecia ed il Portogallo e nel 1987 entrò in vigore l’Atto Unico, sottoscritto da dodici paesi, in cui si rafforzavano quelle convergenze economiche tra le nazioni aderenti.

Fu in questi anni che si crearono le basi per l’Unione economica e monetaria, che con successivi passaggi hanno portato alla moneta unica europea ed alla creazione di una Banca europea.

 

Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989, con la conseguente riunificazione delle due Germanie, e con lo sgretolarsi del blocco sovietico e la conclusione della guerra fredda,la Comunità Europea ha una accelerazione, forse troppo violenta, nell’allargare la sua azione verso quelle nazioni fuoriuscite dall’influenza sovietica.

Ma l’allargamento a 27 paesi è sempre stato quel proposito che ha animato la nascita di un’Europa unita, nella convinzione che l’ingresso all’interno della comunità europea di quei paesi oramai fuoriusciti dall’orbita sovietica era uno dei fattori che da sempre aveva tenuto viva l’esperienza comunitaria.

Con la conclusione della guerra fredda e l’entrata di nuove nazioni nel novero degli stati membri, l’Unione sancì, con la firma del Trattato dell’Unione a Maastricht del 7 febbraio 1992, le regole che avrebbero dovuto regolare le nuove azioni della comunità.

Tra queste, si fissò quel parametro del 3% che non si poteva superare tra il deficit ed il PIL, e quello che il debito pubblico non poteva sforare il 60% del PIL, a chi non avesse ottemperato a questi obblighi sarebbero state applicate delle sanzioni economiche.

E’ con il Trattato di Lisbona entrato in vigore nel 2009 (trattato che modifica ma non sostituisce il precedente sull’Unione e quello che istituisce la Comunità Europea) che l’Europa si dota di uno strumento per affrontare le sfide del prossimo futuro.

Il Trattato di Lisbona ha all’interno delle sue disposizioni alcuni principi che se dispiegati al meglio possono essere utilizzati per rendere ancor più vicina l’Unione ai cittadini europei, basti pensare al rafforzamento delle prerogative del Parlamento che avrà il potere di prendere delle decisioni con la Commissione europea, dove sono presenti i rappresentanti dei Paesi membri.

Ed ancora, nel trattato sono presenti principi di libertà dei cittadini, della sicurezza, la Carta dei diritti fondamentali, ma anche le regole di coinvolgimento dei Parlamenti nazionali nelle attività della UE, che attraverso un particolare meccanismo di sussidiarietà che sancisce in modo chiaro che l’azione dell’Unione può avvenire in determinate materie esclusivamente se tale azione è più efficace da quella proposta da un governo nazionale; ancora, il Trattato contiene principi di politica europea di sicurezza e di difesa.

Certo la crisi che attanaglia le economie di molti Stati membri dell’Unione in questi ultimi anni, in molti casi rende difficile il dialogo tra le necessità concrete di trovare soluzioni attuabili per uscire fuori da questa situazione drammatica e i principi astratti presenti nel Trattato di Lisbona.

Ma è proprio dai principi che si deve e si può ripartire, così come si è fatto tante altre volte in tempi di crisi per la comunità, per trovare delle soluzioni in grado di dare un colpo mortale a quella speculazione internazionale, che non solo ha scommesso sull’insolvenza della nostra amata sorella Grecia ma che continua e continuerà a scommettere e guadagnare sulle difficoltà e default di altre nazioni o addirittura guadagnerà sul fallimento della moneta unica europea.

 

La cattiva finanza vince là dove non vi è una politica capace di contrastare, regolamentando con efficacia, il mercato virtuale delle speculazioni sui futures che in pochi secondi brucia nel tempio del denaro miliardi e miliardi di euro.

Per affrontare questa crisi bisogna creare un’Europa forte e anziché sminuirla o demonizzarla, bisogna ripartire dal presupposto che l’Europa unita non può essere un’idea negativa ma casomai ricordarci che l’Unione Europea è stata ed è una risorsa, una speranza per ricominciare una ricostruzione di una comunità che sia d’aiuto e non d’intralcio per la vita di cinquecento milioni di cittadini europei.

Quindi non creare più differenze tra paesi del Nord considerati produttori di benessere e paesi del Sud considerati spendaccioni e incapaci di poter rispettare i parametri dell’Unione, non più decisioni egoistiche prese da Nazioni forti per approfittare delle difficolta di altre Nazioni.

Ed allora compito del nuovo Europarlamento dovrà essere quello di riproporre quei grandi progetti che da sempre sono stati alla base di una grande idea di Unione Europea.

Si può partire da un nuovo progetto di difesa Europea, senza la quale nessuna politica estera europea potrà essere attuata.

Si può ripensare ad una nuova politica di industrializzazione europea, che possa far riavviare la produzione dell’industria interna all’eurozona, invertendo quell’ attitudine alla delocalizzazione con lo sfruttamento di paesi in via di sviluppo, rilanciando l’occupazione,e diminuire il deficit dei paesi membri.

Si può lavorare a rendere effettive e più severe le leggi per contrastare la speculazione internazionale che fa terra di conquista all’interno della nostra Europa. Si potrà finalmente ragionare su norme che realisticamente intervengano sulla triste problematica dell’emigrazione clandestina in ambito europeo.

 

Soltanto ripartendo da un vero concetto di comunità europea si potrà uscire da questa crisi che non è solo economica ma di fiducia per il proprio futuro ed il proprio ruolo una crisi che già De Gasperi aveva cercato di prevedere quando affermava: ’La costruzione degli strumenti e dei mezzi tecnici, le soluzioni amministrative sono senza dubbio necessarie[…] costruire soltanto amministrazioni comuni senza una volontà politica superiore potrebbe anche apparire a un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva[…] In questo caso le nuove generazioni guarderebbero alla costruzione europea come a uno strumento di imbarazzo o oppressione[…]’.

Ed allora, per non cadere in questo senso di inutilità, necessita ricominciare a parlare di Europa Unita come un’entità viva, che ci ha permesso di vivere in prosperità e pace per quasi sessant’ anni.

Ma come prima cosa bisogna comprendere che l’idea di Europa unita è stata fondamentale per non far precipitare nuovamente in un’apocalisse il nostro vecchio continente, perché, come disse J.Monnet, padre della CECA, ‘Molto meglio combattere intorno ad un tavolo che in campo di battaglia’.

Salvatore Scalise

 

Fazzu peiu ‘e Misdea !

“Su’ Calabrisa, Calabrisa sugnu! Su’ nominatu ppe tuttu lu Regnu …”. Un falso brigante e il disprezzo del Meridione. Sullo sfondo,Girifalco e il commercio della frutta ” a li Coculi “, a Catanzaro.

Il racconto di Silvestro Bressi

 

 

Non è difficile sentir dire nel Catanzarese, in momenti di rabbia, l’esclamazione: «Fazzu peiu ’e Misdea!»
Tanti sono convinti che Misdea fosse un crudele brigante locale, ma non è così.
Salvatore Misdea, nato a Girifalco il 12 gennaio 1862, ancora minorenne, subì alcune condanne presso la Pretura di Borgia. Lasciato il suo paese per servire la Patria, fu aggregato al Distretto Militare di Catanzaro nel 1882, e, successivamente, destinato, dal 25 gennaio dell’anno successivo, al 19° Fanteria di Napoli, nella caserma di Pizzofalcone.

In più occasioni, in caserma fu punito per risposte non rispettose. Abilissimo a fare il barbiere, quando aveva il rasoio in mano, era solito minacciare i suoi commilitoni raccontando di essere stato “brigante”. Non era vero! Anche se il brigante, in effetti, rappresentava il suo ideale. Recitava sempre i versi di una poesia nella quale vedeva primeggiare il Calabrese su tutti gli altri Italiani: «Su’ Calabrisa, Calabrisa sugnu! Su’ nominatu ppe tuttu lu Regnu …».

In famiglia si era dato al brigantaggio, intorno al 1850, il fratello della madre, Giovanni Marinaro.
A seguito di una banale discussione con alcuni commilitoni dell’alta Italia, reagì sparando contro di loro cinquanta colpi di fucile. Ne uccise quattro e ferì sette. Era il giorno di Pasqua del 1884, esattamente il 13 aprile.
Accusato d’insubordinazione e tenuto anche conto dei precedenti penali, il Tribunale Militare di Napoli lo condannò alla pena capitale.
La fucilazione fu eseguita a Bagnoli il 20 giugno 1884.
Tra i periti della difesa, vi fu l’antropolo-criminologo Cesare Lombroso, la cui fama, all’epoca, era consolidata anche in campo internazionale. Il Lombroso, in diversi suoi scritti dedicati all’epilessia, fece riferimento alla strage di Misdea, considerandolo un caso estremo di furore epilettico con impulso criminoso.

L’episodio che trovò vasta eco nell’opinione pubblica, sia per la crudeltà dell’avvenimento sia per la presenza del Lombroso tra i periti, servì ad amplificare le costruzioni degli antropologi positivisti sull’arcaicità e sull’arretratezza delle popolazioni meridionali.
Il giornalista Edoardo Scarfoglio, figlio di un calabrese, romanzò l’accaduto e lo diede alle stampe nel 1884.

Nella prima parte del racconto, il fondatore del quotidiano “Il Mattino” rileva varie incongruenze: descrive Girifalco e l’ambiente familiare del Misdea, e cita Catanzaro, dove Salvatore si recò al Distretto militare per effettuare la visita medica. Scarfoglio mostra di conoscere la Calabria solo per sentito dire. Infatti, da un lato parla delle piante di bergamotto a Girifalco, dall’altro descrive il commercio di frutta «a li Coculi», antico rione del centro storico catanzarese.
Riferisce, poi, la partenza del Misdea per Napoli e il difficile rapporto con commilitoni e superiori, soprattutto per via dell’incomunicabilità dovuta al dialetto. Tra le problematiche del tempo, mette in evidenza l’emigrazione e le difficoltà d’inserimento dei campagnoli nel contesto delle grandi città. Termina, infine, raccontando la tragedia in tutta la sua autenticità, ma proposta con tratti da impareggiabile novelliere.
Se da una parte il Lombroso utilizza il caso Misdea per sostenere le sue teorie scientifiche, dall’altra Scarfoglio, contestualizzando il suo racconto all’interno delle arretrate condizioni storico-ambientali del Meridione, finisce per trasformarlo in una condanna politica e sociale nei confronti dell’Italia post unitaria.

All’epoca dei fatti così scrisse “Il Corriere della sera”: «In molti paesi della Calabria i bambini si addormentano ancora con una ninna-nanna che ha per ritornello questi due versi: “L’accattàmu nu scopettieddu, ne facimu nu brigantieddu”. Non bastano venticinque anni a cancellare gli effetti di un secolo e mezzo di storia».
Sono, questi, alcuni dei segni del divario tra Nord e Sud, di un’Italia appena unificata e che, in alcuni periodi risulta più accentuato e in altri meno, ma che avrà un seguito nella successiva storia della Nazione.
Nel 1893 a Girifalco, Pietrantonio Misdea, fratello di Salvatore, uccide con una pugnalata il compaesano Luigi Stranieri. Gli agenti di P.S. arrestano l’omicida a Catanzaro, in Via Indipendenza .

Silvestro Bressi

Tratto dal libro : “Il Brigantaggio nel Catanzarese”, Ursini editore. 

Nella Foto: Briganti e Gendarmi, repertorio

Le, rare ormai, poesie di Ascanio Salento ( Antonio Scalise)

 

Le poesie rimaste, molte sono andate perdute, di Antonio Scalise, artisticamente Ascanio Salento,pubblicate su un periodico fondamentale per conoscere la storia della Catanzaro del tempo: ” U Strolacu”.

U Strolacu, Anno IV n°24 del 25 Giugno 1892

A Dª CATARINA

Cchi mala nc’esta, donna Catarina,
Ca faciti l’amuri cc’u tenenta?
Gessu, chhi ttempi brutti!… ’onsi cumbina
Mo propriu nenta cchiù, vì propriu nenta!
Si ncigna a forficiare d’a matina
U nimicu, l’amicu e llu parenta,
E ssi nci ncappa ncuna signurina,
Fannu ppemma nci pigghia a freva lenta.
Ma vui cchi v’appricati? e poi viditi
Ca chianu chianu fùrnanu e parrara
Si bribbanti cchi bannu armandu liti…
Eu puru a ttempu meu fici l’amuri,
Ca senz’annemuratu ’o nsi po’ stara,
E nd’eppi puru spini ’ntra li hjuri!

 

U Strolacu, Anno V n°4 del 09 Marzo 1893
TIRESA A PACCIA E U PICIARU

Resa a paccia e lu Piciaru
L’atru jornu s’affruntaru,
S’abbrazzaru, si vasaru
E a braccettu si pigghjaru.
Poi ntra l’occhi si guardaru
E i dinocchja nci tremaru,
E jettandu nu suspiru,
Chjanu chjanu si nda jiru
Oh cchi ccucchia ’e nnemurati
Ngraziati, appassionati…
Idda comu nu panaru,
Iddu comu nu pagghiaru!
Lu Piciaru, la via via,
A Tiresa nci dicia:
– Tiresuzza, anima mia,
Eu ppe ttia votu mpaccia!
Rre dd’a Francia si fussèra
La curuna ti mintèra,
Ma cchi bbòi de lu Piciaru?
Su nnu povaru peddaru;
Ma si tu ti spusi a mmia
Eu ti tegnu ’n allegria.
E tti fazzu vestituri
Comu l’hannu li signuri;
E ti tegnu a mmaccarruni,
A pruppetti e brascioluni,
No ni manca mmai lu vinu,
Ca ppe nui nd’ava Ntoninu.
Ma ti viju cchjù ccuntenta
Poi ti portu duv’ Ascenta,
E cacciara ddà ti pòi
Tutti quanti i gusti toi.
Quandu chjna haju la trippa,
Eu ti fazzu na sonata
Ccu a cannuccia de la pippa
Ma nda godi na jornata.
E Ttiresa rispundiu:
– Quantu t’amu lu sa Diu…
Tu si beddu, tu si ccaru,
Si nu veru ciopanaru!
Chissu cora è tutt’u toi,
E tu fanda nso cchi bbòi,
Sulu vogghju s’ ’o nti ncagni,
Ma m’a teni sempr’a mmoddu
Ca mi va comu nu roddu.
Lu Piciaru respundiu:
Si, ti u giuru subra Diu:
Gia cchi ttu hai su piacira,
D’a matina nsinc’a sira
E da sira a la matina,
Eu ti tegnu ntra na tina.
Dittu chissu si fermàru,
N’atra vota si vasaru,
E jettatu nu suspiru,
Tutti allegri si nda jiru.

U Strolacu, Anno V n°16 del 01 Giugno 1893
U REBEDDU D’A PORTA MARINA

Alla porta d’a Marina
Nc’è na gurpa sperta e fina,
Cchi si bida na gaddina
Lestu lestu l’abbicina,
Si l’affrappa, a scoddicina,
Poi la spinna e ss’a cucina.
Ma cu è sa gurpicedda
Cchi si chiama Tiresedda,
Tiresedda, Tiresedda,
Ti piacia a gaddinedda
Arrustuta, a ragù,
China o comu la voi tu!
Dicia bonu Mariannina:
– Si tti manca na gaddina.
Addimananda a lla vicina,
Trovi certu la gaddina…
Pperchì i latri sperti e ffini,
Speciarmenta de gaddini,
Sunnu sempra ntra i vicini.
Povareddi li gaddini!..
= =
Iorni arretu, ma u sapiti
Tutti vui cchi mi legjiti.
Pocu doppu menzijornu,
Tiresedda ebba nu scornu,
Ma nu scornu randa assai
Cchi lu gualu ’o ll’ebba mmai!
Ccu mmundichi e ccu ndianu,
Tiresedda chianu chianu,
Si trasiu ntra la cucina
A gaddina e Mariannina.
Ntantu ’e fora, ah mannaja!
Nci tenienu a talaia.
Quandu idda s’addunau
Ca lu fattu s’appurau,
A pagura nci pigghiau
E la gaddina liberau.
E ddà ttandu li ribeddi
Cchi ffacianu i bardasceddi!..
E ffacianu la cagnara
A Marritta a puticara,
Mastru Japicu u circhjaru,
Mastru Cicciu lu scarparu,
Resa a Russa, ed atri genti
Cchi stricavanu li denti,
Ca volianu e Tiresedda
Ma nda fannu sozizzedda:
– Tu si’ assai faccitostedda!..
Ti mintera a pregugghiata,
Meriteri carcerata;
Ma crudela eu no nci sugnu,
Ppe sta vota ti perdugnu…
Tiresedda, Tiresedda,
Tu si ncora bardascedda,
Ma si arrobi cchjù ggaddini
Provi certu li catini…

 

U Strolacu, Anno V n°25 del 13 Agosto 1893

U MATRIMONU

U maritu e a mugghjera su nna cosa:
Unu esta u ferru e ll’atra a calamita;
Una u rosaru e ll’atra esta la rosa:
Unu esta u palu e ll’atra esta la vita.
Dunca a ssu mundu ’o nc’è cchjù bedda cosa
De cu’ si nzura e dde cu si marita.
Cu dicia ch’esta malu u matrimonu
Cchimma de notta nci cada nu tronu!

Doppu cchi Diu criau tuttu lu mundu,
Nda fu cuntentu e ssi nda recrijau;
Ma poi, quandu jettau chidd’occhj ntundu,
Ca mancava na cosa s’addunau.
Dissa: Facimu u patruna d’o mundu!
E dde crita e ccom’iddu lu mpastau;
Nci deza hjatu e ppoi nci dissa: Adamu,
Lèvati ca ntra n’ortu ni nda jamu.

Quandu trasiru, Diu, patra d’amuri,
Pensau c’Adamu sulu ’o mpotia stara;
Na littèra acconzau de rosi e hjuri
E llongu longu nci u ficia curcara,
Ficia ma dorma, e ppoi senza doluri
Nci tirau nna costata… Oh cosa rara!..
De chidda nda mpastau nna bardascedda,
Nci deza hjatu e fficia ad Eva bedda.

Quandu de sonnu Adamu si levau,
Vidiu Eva e nda fu mmaravigghjatu;
Si stricau ll’occhj, poi si stendicchjau,
Gridau: – Si bedda tutta! – e lla vasau.
E Diu cchi lli guardava ’e l’atru latu,
Diss’ ad Adamu: – Guà, chissa ti mera,
Ca è bedda ed eu ta dugnu ppe mmugghjera.

Adamu ed Eva tandu s’abbrazzaru
Ed allu pettu forta si stringiru,
Ccu affettu subr’ a vucca si vasaru
E lli supsiri a lu Celu sagghjru.
L’angiali cchi ’e dda ssusu li smicciaru
Nd’ebberu mbidija e llestu scindiru,
Ma nsecretu, ccà jjusu, ca ’e vicinu
Vòzaru ma si godanu u festinu.

Dunca fu Diu cchi fficia u matrimonu,
E cchiddu cchi ffa Diu va ttuttu mparu;
E ssi de Diu fu ffattu u matrimonu,
U matrimonu dunca è nnicessaru.
Ed eu cchi ccanuscivi u matrimonu,
Aggiungiu ch’esta beddu, ducia e ccaru.
Basta cchi ’o nci su nganni e ttradimenti,
U matrimonu fa tutti cuntenti.

 

 

 

 

 

Catanzaro, più di un secolo fa: giovedì tutti in fila, esce ” U Strolacu”

U “putichinu” come mezzo di diffusione editoriale. Periodici, politico -letterari, ma anche  umoristici, oggi si direbbe satirici, in dialetto, con i catanzaresi che aspettavano ansiosamente di poter acquistare.  Era fine ‘800. L’analfabetismo imperava, ma la stampa  riusciva comunque a crearsi un suo spazio. (a.s)

L’articolo di Silvestro Bressi

 

Nel 1888 si pubblicò per la prima volta a Catanzaro «U Strolacu», un settimanale dialettale-umoristico diretto dal poeta e giornalista Raffaele Cotronei (1868-1929). Un fortunato foglio che trovò largo consenso tra le classi popolari.
A curarne la stampa fu Eugenio Caliò, mentre l’aspetto amministrativo venne, invece, affidato a Vitaliano Smorfa, un abilissimo commerciante di prodotti d’importazione.
Il direttore di «U Strolacu», detto Lellè, era un poeta molto popolare e fu anche autore di un vocabolario del dialetto catanzarese dato alle stampe nel 1895. Con Cotronei collaboravano Giovanni Patari (1866-1948), Luigi Caputo, il parroco Mi-chele Cozzipodi , autore di gustosissime scenette calabresi, e il maestro elementa-re Antonio Scalise, di Marcellinara, paziente raccoglitore di proverbi calabresi
Il Patari, a soli sedici anni, aveva già raggiunto una certa notorietà come poeta dialettale, secondo quanto attesta lo scrittore Giovanni Greco (1891-1943), nipote di Nicola Misasi, per via del sonetto: «I muzzuni: prima ma ncariscianu i sicarri» pubblicato sul «Corriere Calabrese» nel 1883, in concomitanza con l’aumento del costo dei sigari, ed andato purtroppo disperso .
Collaborarono saltuariamente con «U Strolacu» Carlo De Nobili (1845-1908), Nicola Barone, Orsini Mazzotta, Aniceto Lentini, Gioacchino Crucinio, Rodolfo Castagna e Salvatore Ursini, titolare di un elegante negozio di cappelli in Piazza Mercanti (attuale Piazza Grimaldi), all’epoca ritrovo di venditori ambulanti che «venivano in città da Gagliano, da Tiriolo, da Settingiano, da Marcellinara, da Pentone, da Taverna, da Gimigliano e vendevano a seconda delle stagioni e dei mesi diversi: uova, ricottelle, cetrioli, cocozzelle, panini di farina di castagna» .
«U Strolacu», giornale del popolo, satirico e burlesco, ottenne in breve tempo il meritato successo. I catanzaresi aspettavano con ansia il giovedì per acquistarlo, al prezzo di 0,05 lire, nella rivendita di sali e tabacchi, «’u putichinu», di Raffaele Cannistrà, nel centralissimo Corso Vittorio Emanuele.

Dal 1893 il foglio, che superò la tiratura di quattromila copie, cambiò veste gra-fica e venduto di domenica con il sottotitolo «serio-umoristico-illustrato». Vi trovarono il meritato spazio anche la celeberrima «Pippa» ed altre poesie di Vincenzo Ammirà, il più grande poeta dialettale Ottocentesco della Calabria.
Intanto, Raffaele Cotronei, coadiuvato da Giacinto Ciaccio, Giuseppe Felicetti, Gennaro Messina e Giovanni Patari, stampò «Il Sud», primo tentativo di un quoti-diano in Calabria, il quale non ebbe il successo sperato e restò in vita solo due anni. «Il Sud», che aveva corrispondenti a Borgia, Tiriolo, Settingiano, S. Nicola da Crissa ed in altri centri della regione, dedicava una apposita rubrica ai poeti dimenticati.

Quando, nel 1899, «U Strolacu» non fu più pubblicato, sui tre colli fiorirono, in particolare sino al 1910, numerose testate umoristico-dialettali curate da tanti «pennaioli» e da tipografi-editori.

Già subito dopo l’Unità d’Italia si registrava nella città delle tre «V» un cospicuo numero di stamperie. A tal proposito scrive Maddalena Barbieri «nel 1865 le tipo-grafie sono più numerose di quanto non fossero le filande in una città che della lavorazione della seta aveva fatto, per secoli, la sua bandiera» .
Nonostante il considerevole tasso di analfabetismo i giornali proliferavano, da quelli politico-letterari a quelli satirici e caricaturistici.
I primi non si risparmiavano vicendevoli pungenti attacchi. Tra i secondi ebbe successo «’U monacheddu», un simpaticissimo settimanale fondato e diretto da Giovanni Patari, che si pubblicò dal 1903 al 1905. «Per ragioni del tutto personali – spiega il Patari – non più gli feci vedere la luce» . Il direttore elaborava quasi tutti i suoi componimenti nella stessa tipografia dove si pubblicava il giornale, «Scriveva come gli veniva, senza troppa meditazione e senza lima» . I tempi a sua disposizione erano limitati.

Oltre a «’U monacheddhu»,  c’erano la famiglia, la scuola, ecc. Certo è che fu       <<U Strolacu» l’apripista delle decine e decine di testate umoristiche locali, molte delle quali rimasero in vita per periodi limitati.

Nel 1910, dopo ventuno anni di assenza, «U Strolacu» riapparve nel putichino-agenzia giornalistica di Raffaele Cannistrà. L’anonimo redattore spiegò così i motivi per i quali il giornale aveva chiuso i battenti: «fu rimproverato, minacciato, malmenato» . Ad Eugenio Caliò, nelle mansioni di gerente, subentrò Luigi Masciari della Tipografia del «Sud».
Fu un ritorno in sordina quello di «U Strolacu» per via della preannunciata volontà di correggere le esuberanti intemperanze caratteriali che lo avevano contraddistinto nella prima fase di vita.
Ma qual’é il significato di «strolacu»?
Il suo significato corretto è «astrologo», ma era usato anche per designare una persona stravagante, strampalata .
Per Domenico Pittelli, noto cultore delle cose catanzaresi, il termine «strolacu» indicava una persona un po’ strana, per il modo di pensare, di agire alquanto diverso da quello comune, ma dotata di vivacità e di una certa intelligenza .
Nessun cenno a tale termine fa, nel suo dizionario del dialetto calabro pubblicato a Firenze nel 1886, lo studioso di Marcellinara Francesco Scerbo .
Il filologo Gerhard Rohlfs, grande amico della Calabria, nel dizionario dei soprannomi per «strolacu» intende una persona stravagante .
E, il tipo stravagante che ispirò Cotronei nel dare il titolo al settimanale da lui diretto, fu Antonio Scalise, è questo il nome che risulta all’anagrafe anche se nei documenti firmava come Antonio Scalese, un giovane «strolacu», nato il 13 dicembre del 1846 a Pianopoli e cresciuto a Marcellinara. Ma di Scalise, o Scalese, parleremo successivamente…

Silvestro Bressi

 

Nella foto : Silvestro Bressi, con l’antropologo Vito Teti e l’ex Prefetto di Catanzaro, Antonio Reppucci.  In precedenza, un’edizione  de ” U strolacu”