Category: STORIA E STORIE

Liberazione:l’esempio di tre partigiani calabresi

 

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Anche la Calabria ha fornito il proprio, importante contributo alla Resistenza. E sono tre partigiani,Carlo Manente, 91 anni, sopravvissuto all’eccidio di Cessapalombo, Mario Sirianni, due anni di meno, e Giuseppe Gianzanetti, quasi cento anni,a testimoniarlo.

Tre protagonisti della lotta di liberazione, che hanno patito la lontananza da casa, i drammi della guerra combattuta in prima persona e che hanno permesso l’Italia fosse un paese democratico .

Nella Sala Giunta di Palazzo di Vetro, sede dell’amministrazione provinciale di Catanzaro, si è svolta un’iniziativa per un  riconoscimento pubblico ai tre partigiani.

“Celebrare la Liberazione dal Nazifascismo non è un rito. E’ un dovere civico nei confronti di quanti hanno perso la vita per assicurare alle future generazioni un Paese democratico, libero di vivere secondo i valori e principi contenuti nella Carta Costituzionale. A partire dall’unità dell’Italia riconquistata dalla Resistenza, bene irrinunciabile per il presente ed il futuro del Paese”, ha detto il presidente della Provincia di Catanzaro, Enzo Bruno,“La targa che doniamo ai nostri partigiani è un piccolo segno che però vuole esternare grande affetto e riconoscenza(…)”.

 

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“Sono loro, i partigiani, i veri titolari delle istituzioni e oggi la Provincia di Catanzaro ci dà la possibilità di vederli seduti dove meritano”, ha affermato il presidente del Comitato provinciale dell’Anpi, Mario Vallone, “Attraverso le loro storie trasmettiamo il valore della lotta partigiana, ma anche il dolore, la fatica, la barbarie vogliamo sollecitare le coscienze a non dimenticare cosa è stata la lotta per la Resistenza. Gente semplice che alla fine della guerra è tornata alla propria vita quotidiana rimanendo nascosta, senza cercare il protagonismo nell’essere indicati quali eroi. Hanno combattuto per la libertà perché andava fatto, semplicemente facendo il proprio dovere, come ci amano ricordare. Si poteva stare da una parte o dall’altra”, ha detto  ancora Vallone, “ loro hanno scelto di stare dalla parte della libertà e della democrazia che sono alla base della nostra Costituzione”.

 

 

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Prima Guerra Mondiale:decimazione della Brigata Catanzaro

 

Un episodio  della Prima Guerra Mondiale ancora in cerca di verità storica. In discussione, in questi giorni, una proposta di legge per la riabilitazione dei militari condannati durante la “  guerra di trincea”. Il sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, ha scritto una lettera alla Commissione Difesa della Camera perché possano essere riabilitati “ i fanti della “Brigata Catanzaro” fucilati nel 1917 perché si erano rifiutati di andare ancora al macello sul fronte”.

Per Abramo, “la proposta di legge che prevede la procedura per la riabilitazione dei militari condannati a morte nel corso della Prima Guerra mondiale regala a tutta Italia un respiro a pieni polmoni. Non solo, induce tutti, ma proprio tutti, a riflettere sulla sacralità della vita umana che si scontra in modo violento con la previsione della pena di morte. Si tratterebbe anche di un forte messaggio contro gli orrori di tutte le guerre.”

Ne pubblichiamo il testo integralmente.

 

difesa1“Onorevoli Deputati, con orgoglio e fierezza abbiamo appreso della proposta di legge, in discussione nella vostra commissione, che chiede la riabilitazione dei militari italiani ai quali è stata inflitta la pena capitale durante la Prima Guerra mondiale.

Un’iniziativa che rende onore e premia la parte buona e sana dell’Italia che, anche se a distanza di quasi cento anni, potrebbe ritrovarsi a vivere il suo momento di riscatto.  Amaro certamente, ma sempre riscatto.

Il sangue catanzarese che scorre nelle nostre vene ci offre un motivo in più per sentirci emotivamente coinvolti da tale iniziativa.

Le note vicende della decimazione della Brigata “Catanzaro”, qualora divenisse legge questa proposta, sarebbero sempre ricordate come drammaticamente crudeli, ma nei nostri cuori potrebbe aleggiare una sorta di consolazione per il “risarcimento” reso alle vittime in termini di dignità e di onore.

Ritirata dal fronte dopo le gravi perdite subite il 23 e il 24 maggio del 1917 (che si aggiungevano alle molte migliaia accumulate negli anni precedenti), la Brigata “Catanzaro” era stata ricondotta di fronte all’Hermada (oggi monte Querceto, a est di Monfalcone) il 4 giugno. Ritirata nuovamente il 24 giugno, venne accantonata a Santa Maria La Longa, paesino della bassa friulana. Insofferenza e indisciplina cominciavano da tempo a serpeggiare nelle retrovie costipate da migliaia di militari destinati a rimpiazzare i tanti caduti dei reparti più dissanguati.

Quando la Brigata ricevette l’ordine di tornare al fronte, la sommossa divampò. Alle 22.30 del 15 luglio, con un violento fuoco di fucileria. Furono uccisi un capitano e un tenente addetti al Comando e la truppa in rivolta si apprestò ad assalire la residenza di Gabriele D’Annunzio, il cui campo d’aviazione era nei pressi. Nel cuore della notte gruppi di artiglieria e squadroni di cavalleria circondarono la Brigata Catanzaro. Verso le 3 del mattino la rivolta si spense. Tre ufficiali e quattro carabinieri erano rimasti uccisi. Si istruì il processo per direttissima a seguito del quale 28 militari furono condannati a morte, passati per le armi e gettati in una fossa comune. Qualche ora dopo, sotto buona scorta di cavalleggeri e di artiglieri la Catanzaro fu rispedita nella bolgia carsica. Ma gli animi erano  sconvolti, perché lungo la strada molti soldati in segno di ribellione si liberarono dei caricatori. Imposto nuovamente l’alt, altri dieci infelici, dopo giudizio sommario, vennero condannati e fucilati.

 

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Scrisse Gabriele D’Annunzio:

“Dissanguata da troppi combattimenti, consunta in troppe trincee, stremata di forze, non restaurata dal troppo breve riposo, costretta a ritornare nella linea del fuoco, già sovversa dai sobillatori come quel battaglione della Quota 28 che aveva gridato di non voler più essere spinto al macello, l’eroica Brigata “Catanzaro” una notte, a Santa Maria la Longa, presso il mio campo d’aviazione si ammutinò. (…) La sedizione fu doma con le bocche delle armi corazzate. Il fragore sinistro dei carri d’acciaio nella notte e nel mattino lacerava il cuore del Friuli carico di presagi. Una parola spaventevole correva coi mulinelli di polvere, arrossava la carrareccia, per la via battuta: “La decimazione! La decimazione!”. L’imminenza del castigo incrudeliva l’arsura (…) Di schiena al muro grigio furono messi i fanti condannati alla fucilazione, tratti a sorte nel mucchio dei sediziosi. Ce n’erano della Campania e della Puglia, di Calabria e di Sicilia: quasi tutti di bassa statura, scarni, bruni, adusti come i mietitori delle belle messi ov’erano nati. Il resto dei corpi nei poveri panni grigi pareva confondersi con la calcina, quasi intridersi con la calcina come i ciottoli. E da quello scoloramento e agguagliamento dei corpi mi pareva l’umanità dei volti farsi più espressiva, quasi più avvicinarmisi, per non so qual rilievo terribile che quasi mi ferisse con gli spigoli dell’osso. I fucilieri del drappello allineati attendevano il comando, tenendo gli occhi bassi, fissando i piedi degli infelici, fissando le grosse scarpe deformi che s’appigliavano al terreno come radici maestre”.

La proposta di legge che prevede la procedura per la riabilitazione dei militari condannati a morte nel corso della Prima Guerra mondiale regala a tutta Italia un respiro a pieni polmoni. Non solo, induce tutti, ma proprio tutti, a riflettere sulla sacralità della vita umana che si scontra in modo violento con la previsione della pena di morte. Si tratterebbe anche di un forte messaggio contro gli orrori di tutte le guerre.

Non posso pertanto che esprimere, a nome dell’intera città di Catanzaro e mio personale, assoluto sostegno al Vostro progetto e massima condivisione della Vostra iniziativa”.

 

 

Diritti,Lavoro e lotte sindacali: un ricordo di Beniamino Sacco

 

Anni inMovimento 03

Un impegno pressante a favore dei contadini e dei braccianti calabresi. Ma, più in generale, una vita trascorsa al fianco dei più deboli.

E’ morto Beniamino Sacco, 92 anni. “ Ha speso la sua vita per una grande idea; quella di giustizia, di libertà e di uguaglianza. Sacco, già dal primo dopoguerra, è stato un militante comunista. Dagli anni ’50 in poi fu tra i dirigenti del Partito Comunista Italiano e della Cgil di Catanzaro e della provincia. Le lotte contro le gabbie salariali, per l’orario di lavoro e per lo statuto dei lavoratori lo videro fra i protagonisti”, ricorda con commozione Nicola Sabatino Ventura, consigliere comunale e provinciale di Catanzaro ed ex sindacalista Cgil.

“ Beniamino è stato un uomo onesto e integerrimo. Un politico e un sindacalista che ha dedicato uno straordinario lavoro al fianco degli umili e dei poveri. Era un autodidatta formatosi alla scuola di importanti intellettuali della Città. Lo ricordo con grande riconoscenza e affetto. Ci ha lasciato con discrezione: non ha voluto “disturbare”. La notizia della scomparsa è stata, per come egli ha voluto, diffusa a tumulazione avvenuta (…)”..

 

La Foto è tratta dal volume “Gli Anni In Movimento”, Edizioni Grafiche Simone  e si riferisce ad un’occupazione di terre incolte da parte dei braccianti calabresi.

8 marzo: dal diritto di voto al no contro violenze e discriminazioni

 

 

L’8 marzo ricordato da una piccola ma ‘combattiva’ associazione di cittadini, il Baco Resistente. I diritti delle donne partendo dal riconoscimento della possibilità di votare, nell’immediato dopoguerra, fino alle battaglie dell’oggi per il superamento di violenze e discriminazioni. (a.s.)    

 

repubblica italiana 1946

Settant’anni fa, all’incirca in questo stesso periodo dell’anno, l’Italia riconosceva il diritto al voto “anche” alle donne, emanando il d.l. n. 23. Era il 31 gennaio 1945. Fino a quella data, le donne non potevano partecipare in qualità di elettorato attivo al destino del Paese: né prima e né durante il ventennio fascista, ma soltanto “dopo”. Tale diritto é stato fattivamente esercitato con le elezioni amministrative della primavera del ’46, ma soprattutto con il referendum epocale del 2 giugno dello stesso anno, che ha sancito la nascita – democratica –  della nostra Repubblica. La lungimiranza politica di allora consentì di accogliere finalmente le istanze sociali verso il suffragio universale. Fu una trasformazione radicale non solo politica, o dei diritti politici, ma persino culturale, contribuendo a modificare progressivamente anche il costume del Paese.

 

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Questo ricordo, che appare oggi così sbiadito, così lontano, così scontato, costituisce  – al contrario – un limpido e storico traguardo di civiltà per la nostra Repubblica. Approdo sofferto, lungo e travagliato, perché lungamente osteggiato, e frutto perciò principalmente delle lotte e delle rivendicazioni coraggiose di donne (soprattutto) e di uomini. Come tale, quindi, rappresenta una conquista sociale sempre attuale  e assolutamente contemporanea, perché, pur collocandosi nella nostra storia recente, può innervare il presente della nostra Comunità, ed orientarne positivamente il futuro.

Come? Aiutandoci a capire, appunto, che ogni frontiera di discriminazione, di sopruso, di emarginazione, di dominio, di violenza, anche la più turpe, la più disumana, non è per sempre. Non è, e non sarà mai, per sempre. Ogni frontiera può essere abbattuta. Purché, e quando, consapevolezza, volontà, coraggio, reazione, impegno, determinazione, comunità di intenti uniranno donne e  uomini nel decretarne  – per davvero – la fine. Allora sì, ogni frontiera sarà abbattuta.

Con questo auspicio, con il  “per davvero” sempre possibile, come testimoniato anche da quanto accaduto settant’anni fa, auguriamo ad ogni donna un 8 marzo tutti i giorni dell’anno, portatore di emancipazione, di uguaglianza, di rispetto.

 

Il Baco Resistente

Quella umanità dimenticata di Aldo Moro

 

Due avvenimenti, in questo inizio 2015, sono legati da un filo sottilissimo alla figura dell’Onorevole Aldo Moro.

Uno, in modo più diretto, per la sua valenza politica, è legato all’ elezione della più alta magistratura del nostro paese e l’altro, in modo indiretto, per così dire emozionale, è legato alla liberazione delle due giovani italiane, Greta e Vanessa, detenute in Siria.

Nel momento della felice liberazione delle due cooperanti, a molti è ritornato alla memoria quel tristissimo periodo della ‘anonima sequestri’, quando molti uomini e donne furono sottratti agli affetti delle proprie famiglie per essere detenuti, per mesi, in zone inaccessibili.

La nostra terra calabrese fu testimone di quegli atti attraverso una delle zone forse più belle della regione, l’Aspromonte, luogo in cui furono segregati Carlo Celadon e Cesare Casella, senza dimenticare che anche la città di Catanzaro fu teatro di sequestri, come quello del dottore Egidio Sestito.

In quei momenti di terribile angoscia per i familiari, la legge italiana impediva, ieri come oggi, qualsiasi rapporto con i rapitori prescrivendo l’immediato sequestro dei beni al fine di evitare il pagamento di un riscatto.  Per questo motivo, molti non fecero ritorno a casa, altri ritornarono solo dopo lunghi periodi di sequestro e con profonde cicatrici mentali e fisiche (basti ricordare il taglio dell’orecchio da esibire come prova dell’esistenza ancora in vita del rapito).

L’angoscia e la rabbia vissuta, e molto probabilmente mai sopita, da coloro che furono loro malgrado colpiti da questo barbaro rituale, lo ritroviamo nello sfogo della madre di un rapito degli anni Ottanta, Giorgio Callisani, che in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera del 25 gennaio 2015, sostiene la disparità di trattamento tra ostaggi di seria A e ostaggi di serie B. Naturalmente quelli di serie B sarebbero tutti coloro a cui fu vietato dalla legge il pagamento di qualsiasi riscatto.

 

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Cosi, la doverosa liberazione delle ragazze italiane ha fatto ritornare alla mente di molti un altro sequestro, quello appunto dell’Onorevole Moro, quel mattino del 16 marzo 1978 in Via Fani, con i corpi straziati dei cinque agenti di scorta (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino), ma soprattutto sono ritornati alla mente quei 55 giorni di prigionia, giorni di non trattativa dello Stato con i terroristi fino al tragico epilogo.

E pochi giorni fa, un altro avvenimento ci ha portato a ricordare dell’On. Moro, l’elezione a Presidente della Repubblica di Sergio Mattarella il quale, Appena eletto si è subito ricordato della sua provenienza da quell’ala di sinistra della Democrazia Cristiana che si rifaceva ad Aldo Moro, quella dei cosiddetti morotei. Inoltre anche l’antagonista di Mattarella, il, candidato del Movimento 5 Stelle Ferdinando Imposimato, in quanto giudice istruttore del processo sul sequestro Moro è ancora una volta legato alla figura dello statista democristiano.

Sembra che l’ombra dell’onorevole Moro, ciclicamente si presenti nella politica italiana, come per ricordarci qualche cosa.

Certamente per ricordarci i meriti politici che lo stesso Moro, come fautore dell’avvicinamento tra il Partito Comunista Italiano di Berlinguer e la Democrazia Cristiana ha avuto, ma non solo.

Vuole ricordarci quello che molti oramai hanno dimenticato, quei 55 giorni di prigionia che lacerarono un uomo ed una intera Nazione. Prepotentemente irrompe nella vita quotidiana dei politici e di tutti noi, per ricordare quelle tremende lettere scritte dal suo bugigattolo in Via Gradoli.

Vuole ricordarci che, quando da prigioniero delle Brigate rosse egli tentava di riannodare un filo di speranza con l’esterno, con il suo mondo, in molti considerarono quelle lettere scritte non più da un grande statista e uomo di stato, da uomo di fede e di pace, ma da un uomo semplice manipolato dai suoi carcerieri e in prenda alle farneticazioni dettate dalla paura.

In quel periodo, Moro scrisse circa 97 messaggi ma quasi nessuno se ne ricorda.

Bisognerebbe rileggerle per capire quei tremendi 55 giorni e gli anni successivi della storia del nostro Paese.

Bisognerebbe ricordarsi di un altro uomo politico italiano, cancellato perennemente dalla nostra politica, Bettino Craxi, che, unico fuori dal coro,disse chiaramente che era necessario mettere da parte la ‘Ragion di Stato’ pur di salvare la vita di un uomo.

In quelle lettere Moro attaccava anche una parte del suo partito, che nulla volle fare per intercedere alla sua liberazione, ma soprattutto, con la sua lucidità o la sua paura, a seconda dei punti di vista che purtroppo in Italia sono molti, chiedeva aiuto a tutti, anche a Papa Paolo VI.

Può darsi che quelle lettere di aiuto siano state davvero scritte sotto la pressione di una situazione per chiunque insostenibile, soprattutto da parte di un uomo come Moro che aveva fatto della mediazione l’elemento fondante di un intera vita.

Basterebbe rileggere le lettere alla moglie Eleonora, una in particolare, quella che Miguel Gotor identifica con il doc. 17 a pag .31 nel suo libro ‘Aldo Moro. Lettere dalla prigionia’ Einaudi, in cui Moro si rivolge alla moglie in modo del tutto supplichevole chiedendole di fare un ultimo sforzo nel tentativo di ‘rompere questa unanimità fittizia del fronte del rigore’ per cercare dei canali che potessero intercedere per la sua vita nei confronti dei suoi carcerieri scrivendo

Mi dispiace, mia carissima, di essermi trovato a darti questa aggiunta di impegno e sofferenza. Ma credo che anche tu, benché sfiduciata, non mi avresti perdonato di non averti chiesto una cosa che è forse un inutile atto di amore, ma è un atto di amore

Moro continua

Applicare le norme del diritto comune non ha senso. E poi questo rigore proprio in un Paese scombinato come l’Italia. La faccia è salva, ma domani gli onesti piangeranno per il crimine compiuto e soprattutto i democristiani. Ora mi pare che manchi specie la voce dei miei amici.

Allora, in modo del tutto suggestivo, si può pensare che il ripresentarsi della figura di Aldo Moro nella vita italiana sia dovuto non solo alle sue vicende politiche di statista, ma anche alle sue vicende umane, con le contraddizioni e le paure, e con la fede.

Bisognerebbe pensare alla figura di Moro come a quella di un uomo che sarebbe felice oggi nel sapere che due ragazze italiane sono state liberate con l’intervento dello Stato, perché è così che si dovrebbe comportare uno Stato libero e democratico.

Bisognerebbe pensare alla figura di Moro come a quella di una persona che sarebbe felice di vedere oggi un suo ‘discepolo’ diventare Presidente della Repubblica.

Ma allo stesso modo bisognerebbe necessariamente pensare, per il futuro del Paese, che la figura dell’Onorevole Moro appare nella quotidianità della nostra Italia per ricordarci anche che per la sua liberazione nessuna trattativa di Stato fu fatta, che da molti fu lasciato solo, e che a lui nessuna possibilità di diventare Presidente della Repubblica è stata data.

 

Salvatore Scalise

Lettere dal fronte: il pesante tributo calabrese alla Prima Guerra Mondiale

 

 

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Catanzaro- “In Fondo mi diverto pure”, scriveva il soldato alla madre, dopo aver dettagliatamente descritto la bellezza di una ragazza del posto dove era stato dislocato. Poi c’è la storia di un altro milite, che sceglie di non sparare sul nemico, pur essendo questi  a tiro, sulla trincea opposta: “ sorrideva, lo ha salvato il suo amore per la vita…”.

Frasi come queste sono riportate sulle cartoline che permettevano ai soldati di comunicare con i propri familiari, dal fronte. E naturalmente di ricevere corrispondenza.

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E scrivevano spesso: 37 lettere o  cartoline al minuto. Circa 4 miliardi in totale, durante tutta la Prima Guerra Mondiale. Erano costretti ad imparare a leggere e scrivere per farlo, non a caso gli analfabeti in Italia erano il 48% della popolazione prima del conflitto e ‘solo’ il 27%,dopo.

A ricordare la guerra vista dal basso, attraverso le corrispondenze dei soldati, Nicola Maranesi, giornalista e collaboratore della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, che al  Museo  Storico Militare (MUSMI) di Catanzaro,  ha tenuto una lezione agli studenti di alcuni istituti scolastici della Provincia. Accanto a lui, il nuovo prefetto del capoluogo di regione, Luisa Latella – la quale ha ricordato ai ragazzi in sala, come l’età di quei soldati mandati a combattere sul fronte, non fosse  molto lontana dalla loro – e Daniela Pietragalla, responsabile Servizi Educativi e Culturali del Musmi.

 

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L’intervento di Maranesi si è basato molto sui materiali dell’archivio Diaristico e sul suo saggio : ” Avanti sempre. Emozioni e ricordi della guerra di trincea, 1915-1918″, Il Mulino 2014.

 

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Un conflitto mondiale,  ‘La Guerra di Trincea’, cui la Calabria ha pagato un prezzo altissimo. E’ infatti tra le regioni che hanno registrato il maggior numero di caduti tra i giovani in età compresa tra 17 e 24 anni: il 51%. A morire, complessivamente, durante la Grande Guerra, è stato l’11,3% dei maschi calabresi.

 

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Alfonso Scalzo

 

Catanzaro fine ‘800 : uomini politici che impoveriscono per la città
e l’eccentrico poeta Antonio Scalise

 

 

Antonio Scalise. Una figura ‘strana’ d’intellettuale, che s’inserisce in uno spaccato pregevole della Catanzaro a cavallo tra ‘800 e ‘900,dove si parla dei Convitti, del morzello e di amministratori che divennero poveri per aiutare i propri concittadini, come don Peppino Rossi. C’è spazio anche per Garibaldi e per Marcellinara, paese di nascita per lo stesso Scalise.

 

E per chi volesse compiere un piccolo viaggio nell’editoria  politico – letteraria, ma anche umoristica di fine 800, a Catanzaro,vi rinviamo al . punto focale di queste pubblicazioni:  il settimanale ” U Strolacu”, diretto da Raffaele Cotronei.  

SI LEGGA :  http://catanzaropolitica.it/catanzaro-piu-di-un-secolo-fa-giovedi-tutti-in-fila-esce-u-strolacu/

 

 

 

E, il tipo stravagante che ispirò Cotronei nel dare il titolo al settimanale da lui diretto, fu proprio Antonio Scalise, è questo il nome che risulta all’anagrafe anche se nei documenti firmava come Antonio Scalese, un giovane «strolacu», nato il 13 dicembre del 1846 a Pianopoli e cresciuto a Marcellinara dove frequentò le scuole elementari, sotto l’occhio vigile dell’arciprete don Francesco Colacino, fratello della madre. Fu poi lo stesso zio a sostenerlo economicamente, permettendogli di proseguire gli studi a Catanzaro.

Antonio fu il primogenito di Caterina Colacino e Domenico Scalise. Il nome completo che gli venne attribuito all’atto della nascita fu Antonio, Francesco Maria. «Egli era molto intelligente, ma stravagante e bizzarro. Riuscì, comunque a formarsi una buona cultura e a conseguire il diploma di maestro. Ma preferì svolgere attività libera, dando lezioni private, anche ad allievi di scuole medie e superiori» .
Ma perché lo si definiva stravagante e bizzarro?
Per via della sua condotta eccentrica, originale, insolita, che destava curiosità e stupore. Per via del vizio di varcare i limiti della consuetudine, ma sempre con correttezza e rettitudine. Si verificava anche che qualche sua originale trovata venisse copiata e riproposta. E poi c’è da considerare che gli artisti sono tutti un po’ stravaganti!
E Antonio Scalise fu un artista a tutti gli effetti. Fu un buon poeta dialettale dotato di vivace sagacia, capace di mettere il lettore a contatto con la realtà locale nella sua più schietta espressione, vivacizzata dalla sonorità dei toni. I suoi versi, semplici e arguti, che su «U Strolacu» firmava con lo pseudonimo di Ascanio Selento, non furono mai raccolti in volume. Altrettanto avvenne per quelli dell’amico Lellè Cotronei.
Così come Antonio anche il fratello Tommaso (1854-1914), giovane modesto e umile, avrebbe voluto proseguire gli studi a Catanzaro, ma non sussistevano le condizioni economiche. Lo zio prete, del resto, non era disponibile a mantenerli tutti e due. Si dichiarava disponibile a concedere a Tommaso «non più di sette pani e mezza lira ogni quindici giorni» .
Il giovane, per nulla scoraggiato decise, con la caparbietà che lo contraddistingueva, di proseguire gli studi in città con o senza l’aiuto dello zio canonico.
Tramite il fratello Antonio conobbe le sorelle Garcea, due brave zitelle, che lo ospitarono nella loro casa, alla «Matalena», quartiere popolare nei pressi della Porta di Mare, abitato prevalentemente da «matarazzari» (materassai).
In pochi anni di studio Tommaso conseguì il diploma di maestro elementare: era il 15 ottobre 1877. L’anno successivo fu nominato Alunno di Cancelleria presso la Corte d’Appello di Catanzaro. Accettò il posto di lavoro solo per poter vivere dignitosamente, ma il suo sogno era sempre quello di fare il maestro di scuola, possibilmente a Marcellinara.
Da notare che a quei tempi «gli stipendi dei nostri insegnanti erano i più bassi d’Europa. Per gli uomini oscillavano dalle 300 alle 1.320 lire e per le donne da 366 a 1.000 lire al mese» . Nello stesso periodo i colleghi francesi percepivano mediamente 3.400 lire. Una bella differenza!
Tommaso, come il fratello, si creò in città una cerchia di amici selezionati. In particolare instaurò ottimi rapporti col barone Carlo de Nobili (1845-1908) e con il figlio primogenito Pippo (1876-1964), fondatore, quest’ultimo, assieme a Ernesto Peronaci del giornale «Battaglia».
Riflettendo sui sacrifici fatti in quegli anni per poter studiare, ebbe l’idea di creare un convitto per i giovani dei paesi della Provincia desiderosi di seguire corsi di studio senza recarsi sino a Napoli. In tale idea fu incoraggiato dall’amico Pippo De Nobili e dalle autorità scolastiche.
Nel gennaio del 1881 Tommaso Scalise fu inserito nella lista degli invitati al ricevimento offerto in Prefettura in occasione della visita del Re Umberto I con la consorte Regina Margherita e con il Duca d’Aosta Amedeo di Savoia.
Il primo settembre dello stesso anno ottenne la regolare autorizzazione del Re-gio Provveditore agli Studi e in poche settimane riuscì ad inaugurare, nelle vesti di direttore e proprietario, uno dei più moderni collegi dell’epoca che denominò «Istituto-Convitto Beniamino Franklin». Il fratello Antonio assunse il ruolo di vice direttore nonché di docente di materie letterarie, trovando alloggio nella stessa struttura. Ben presto l’istituto superò il numero di duecento convittori.
Tra i docenti Vincenzo Vivaldi (1856-1940) stimato scrittore e severo critico letterario di umili origini che, dal 1891, si trasferì al liceo convitto governativo «Galluppi», al quale risultavano annesse Scuole Universitarie.
Il Vivaldi fece parte di quel gruppo di intellettuali che, posti a sostegno dell’importanza dello studio del folklore e delle variegate tradizioni italiane, aderì, nel 1893, alla «Società Nazionale per le tradizioni popolari», fondata dallo studioso Angelo De Gubernatis (1840-1913), primo laureato in Lettere del Regno d’Italia.
Gli allievi del «Beniamino Franklin» concludevano i cicli di studio con una qualificata preparazione che facilitava il loro inserimento nel mondo del lavoro.

Tommaso Scalise, direttore dell’ormai importante «Convitto», diventò a Catanzaro una personalità di rilievo e veniva invitato a tutti gli eventi cittadini ed alle cerimonie ufficiali.

Per quanto soddisfatto dei traguardi raggiunti continuava a nutrire il sogno di insegnare nelle Scuole Elementari di Marcellinara. A tutto ciò si aggiunge il desiderio di prender moglie, così come aveva fatto il fratello Antonio che aveva sposato Rosina Sanseverino, possidente di Marcellinara, appartenente alla nobile famiglia Sanseverino, una delle più antiche del Mezzogiorno.
Antonio e Rosina furono uniti in matrimonio, il 4 aprile 1883, dal sindaco di Marcellinara Luigi Sanseverino di Saverio, in qualità di Ufficiale dello Stato Civile. Un certificato rilasciato dal medico Emanuele Scerbo attestante l’impedimento della ventisettenne nobildonna a recarsi nella casa comunale consentì la celebrazione privata nella casa di Antonio Sanseverino, padre della sposa.
Al momento della firma dell’atto di matrimonio il sindaco era assistito dal segretario comunale Francesco Mauro; controfirmarono l’atto Saverio Scerbo di Luigi, 57 anni, guardia municipale, Annibale Giglio fu Francesco, 51 anni, barbiere, Antonio Rotella di Paolo, 38 anni, falegname, Saverio Scerbo fu Giuseppe, 58 anni.
Il fatto che i testimoni erano dei popolani, e che lo stesso era stato celebrato in casa induce a pensare che, probabilmente, lo sposo non era pienamente accetto alla famiglia Sanseverino.
Nello stesso anno Antonio Scalise aderiva all’Associazione Liberale Progressista capeggiata dal senatore del Regno Giuseppe Antonio Rossi (1818-1910) ed alla quale si avvicinarono centinaia e centinaia di catanzaresi di varia estrazione sociale. Tra i primi iscritti l’avv. Enrico De Seta, l’avv. Vincenzo Lombardi, l’avv. Vincenzo Giglio, l’avv. Michele Le Pera, l’avv. Giuseppe Gironda Veraldi, gli avv. Antonio, Giovanni e Gregorio Iannoni, tanti altri legali e poi una sfilza di commercianti, tipografi, falegnami, ecc.
Al primo incontro dei soci dell’Associazione Progressista catanzarese, che si tenne nel palazzo comunale, si discusse, tra gli altri, sul tema della costruzione della stazione ferroviaria in città. L’amministrazione comunale catanzarese però, nell’immediatezza, non poteva garantire alcun impegno economico.
Le casse erano state alleggerite in concomitanza della venuta dei sovrani: nell’occasione si spesero centocinquantamila lire di cui ottantamila per opere di ristrutturazione del Municipio, nella Villa cittadina e nel Sancarlino, il Real teatro cittadino, così detto per via della similitudine architettonica con il San Carlo di Napoli.
L’Associazione Progressista catanzarese, grazie all’impegno profuso a sostegno di problematiche d’interesse pubblico particolarmente sentite dalla cittadinanza, allargò notevolmente i consensi facilitando la scalata a sindaco, nel 1887, di Giuseppe Antonio Rossi. Questi era stato il fondatore dell’Orfanotrofio cittadino che, successivamente, fu a lui intitolato.
Il senatore Rossi, puntuale finanziatore della Congregazione della Carità, era il sindaco della povera gente e dispensava aiuti a tutti. Ma «’a troppa carità scianca a vertula» (l’eccessiva elargizione svuota la bisaccia), si suole dire a Catanzaro, e l’amato sindaco morì povero!

 

Quando era ancora fresco di laurea, il Rossi, fece parte, assieme al Marchese Vitaliano De Riso, a don Liborio Menichini (1825-1895) e a don Alfonso Critelli della delegazione prescelta per salutare Garibaldi a Soveria Mannelli e a proporgli una visita a Catanzaro. Incaricato a parlare con Garibaldi fu don Peppino Rossi, giovanissimo avvocato di facile oratoria.
Mentre gli altri componenti della commissione catanzarese aspettavano di essere ricevuti dal generale, il Rossi si appartò con Benedetto Musolino, allontanandosi dai suoi concittadini. Quando Garibaldi si fece vivo sulla porta, i tre catanzaresi sorpresi e non preparati a far da portavoce della città, turbati, gridarono: «Peppino, curri, curri»; Rossi accorse e parlò a Garibaldi a nome della cittadinanza catanzarese e gli disse che la popolazione era ansiosa di acclamarlo in Catanzaro; Garibaldi rispose: «Prima il dovere, poi il piacere» .
A cento anni dalla morte di don Peppino Rossi, avvenuta il 19 gennaio 1910, nessuno lo ha ricordato; eppure fu un valente amministratore e uomo politico schierato sempre dalla parte dei bisognosi. Una dimenticanza che da validità al detto: «passa ’u santu e passa ’a festa!».
Con la chiusura dell’Orfanotrofio che portava il suo nome come unico ricordo è rimasto il busto marmoreo, in Villa Margherita, facilissimo da riconoscere: è l’unico con il piedistallo in cattivo stato di conservazione! Un altro busto recuperato, grazie al buon senso di qualche diligente dipendente comunale, nell’ex Orfanotrofio, quando stavano per iniziare i lavori di ristrutturazione dell’immobile, è ora collocato in un ufficio del Comune.
Nel 1884 per Tommaso giunse l’attesa nomina di insegnante. Finalmente pote-va realizzare il sogno di educare i figli del popolo marcellinarese, composto a quei tempi da poco più di 1500 anime. Un gradito rientro quello di Tommaso. Il ritorno nei propri luoghi, è risaputo, fa sempre piacere, essi rappresentano un contenitore di ricordi e passioni. L’umile maestro allo spazio urbano prediligeva quello paesano con i suoi luoghi e «con la magia che essi possono esercitare» .
A Tommaso sarà forse mancato il campanile della Chiesa di Maria SS. Assunta, come a quel pastore suo compaesano che, casualmente, divenne protagonista di un fatto annotato e decodificato dal noto etnologo Ernesto De Martino (1908-1965) e che trovò notorietà in campo internazionale.
«Cercando una strada, egli e i suoi collaboratori fecero salire in auto un anziano pastore perché indicasse loro la giusta direzione da seguire, promettendogli di riportarlo poi al posto di partenza. L’uomo salì in auto pieno di diffidenza, che si trasformò via via in una vera e propria angoscia, non appena dalla visuale del finestrino sparì alla vista il campanile di Marcellinara, il suo paese. Il campanile rappresentava per l’uomo il punto di riferimento del suo circoscritto spazio domestico, senza il quale egli si sentiva realmente spaesato. Quando lo riportarono indietro in fretta l’uomo stava penosamente sporto fuori dal finestrino, scrutando l’orizzonte per veder riapparire il campanile. Solo quando lo rivide,il suo viso finalmente si riappacificò» .
Ancora oggi il campanile di Marcellinara, diventato un simbolo dell’identità culturale, trova spazio in relazioni e scritti di studiosi dello spessore di Luigi M. Lombardi Satriani .
In questa antica e tranquilla borgata, posta a cavallo tra lo Ionio ed il Tirreno, si tramanda che fu gradito ospite, nel maestoso palazzo dei baroni Sanseverino, Francesco di Paola (1416-1507), in tempi in cui l’umile frate era già in odore di santità.
Da qui, inoltre, nel settembre del 1860, Antonio Graziano, Luigi Rizzuto, Pietro e Antonio Scerbo, si aggregarono ai volontari garibaldini della Divisione Stocco, detta anche Divisione Calabrese, 2° reggimento «Cacciatori della Sila», partecipando alle battaglie del Volturno, di Caserta e di Capua .
Nel 1877 a Marcellinara venne eletto un sindaco molto giovane, l’avv. Giovan Battista Augello, il quale fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia in quanto «sindaco modello. Giovine, di eletta intelligenza, amante del proprio Comune, spende tutto se stesso a pro’ dei suoi amministrati. Mercé l’opera sua nel bilancio comunale di quest’anno è stato stanziato in bilancio il fondo speciale per la costruzione della strada interna di Marcellinara. Mercé questa strada il commercio che ora si svolge tra Pizzo, Nicastro o Catanzaro, sarà attirato nell’interno dell’abitato» .
Marcellinara, arroccata su colline tinte dal verde degli ulivi e degli altri alberi da frutto al quale, dal mese di maggio sino ad estate inoltrata, si aggiunge il giallo oro delle ginestre che le esperte mani delle donne locali lavoravano con particolare maestria. Gli uomini, oltre che nell’agricoltura, trovavano impiego nelle locali cave di gesso.
In paese erano in pochi a leggere il giornale e le scuole si fermavano a quelle elementari.
A sviluppare il territorio incise, qualche anno dopo, la costruzione della ferrovia tra S. Eufemia biforcazione e Catanzaro Lido, la cui prima tratta, ultimata nel 1894, collegava S. Eufemia con Marcellinara passando per lo stretto Veraldi .
I lavori ferroviari furono portati a completamento grazie al pressante interessamento dei parlamentari Giuseppe Rossi Milano, Bruno Chimirri (1842-1917) e Carlo Sanseverino (1812-1894). Il barone Carlo, oltre ad essere stato deputato per tre legislature e presidente della deputazione provinciale, fu sindaco di Catanzaro e fondatore, sempre a Catanzaro, della «Banca Cooperativa di Credito Popolare» , costituita nel 1883 con atto rogato dal notaio Alfonso Menichini (1846-1928).
Nell’impianto ferroviario di Marcellinara fu realiz-zato anche un ampio scalo merci, con l’utilizzo, in via sperimentale, dei primi carri per il trasporto di merci di lunghezza eccezionale. Tale scalo risultò di vitale importanza per lo sviluppo agricolo e commerciale del paese e del comprensorio.
A contribuire sulla scelta di Tommaso ad abbandonare la città fu la notizia che sui tre colli si paventava l’istituzione di un nuovo convitto nazionale il quale sarebbe stato un rischioso concorrente per il «Franklin». Per cui Tommaso, senza alcuna esitazione, cedette la sua creatura al fratello Antonio e si trasferì definitivamente a Marcellinara.
Qui la situazione economica non era delle migliori, basti pensare che, a quei tempi, tre soli suoi concittadini possedevano un libretto di risparmio postale.
A settembre del 1888 Tommaso sposò Caterina Lentini. Con lo stipendio di maestro visse dignitosamente tra la sua gente e tra quei piccoli compaesani ai quali riversava amorevolmente il suo sapere. E così fece sino a quando un tumore allo sterno non gli tolse la vita. Era la notte tra il 7 e l’8 agosto del 1914.
A Catanzaro, quando ormai Antonio aveva preso le redini del «Franklin», apriva i battenti l’«Istituto-Convitto Paolo Emilio Tulelli» diretto dal professor Beniamino Fera. Nel 1894 fu la volta del «Convitto Jonico», sito in Via Gelso Bianco, con direttore Francesco Lupò, apprezzato docente di lettere e filosofia, il quale lanciò l’innovativa formula dell’insegnamento orale, per meglio dire senza libri, ad eccezione di quelli di lettura e dei vocabolari.
Un altro buon convitto-collegio, intitolato a CarloPoerio, si trovava nel palazzo Marincola, a Montecorvino. Lo dirigeva il professor Vincenzo Graziani. Tra i suoi docenti Michele Vitale, direttore del «Corriere Calabrese», ricordato dagli allievi per la paterna severità del suo sguardo.
Dal nord qualche convitto puntava sugli studenti catanzaresi pubblicizzandosi sulla stampa locale. Per il «Franklin» si paventavano tempi duri.
Antonio, «u strolacu», intanto, caricato di ardore giovanile, diventava sempre più catanzarese.


Catanzaro risultava la città a misura per lui. Viva, allegra, mondana, romantica, generosa. Città dove «si impara ad essere umani» . Città dello struscio ciarliero, della satira, dell’ilarità, dello sfottò, di «’u prisebbiu cchi ssi mòtica» , di «’u sona sona» , di «San Bitalianu cchi frisca d’o cùlu», tradizionali fischietti di terracotta che riproducevano l’effigie del Santo patrono . Città dei circoli ricreativi per nobili e letterati ai quali si aggregavano quei «catanzarisi lussu e debbiti» che, pur di non rinunciare alla vita mondana, erano pronti ad indebitarsi sino al collo.

 

 

Catanzaro, città dove la carta stampata e il vernacolo riuscivano a smascherare le ipocrisie, ad attaccare i pregiudizi ed a mettere il naso nei fatti degli altri con la forza dissacrante dell’ironia.
Città delle logge massoniche e dell’accesa lotta politica tra destra e sinistra. Città che non accettava più il banditore pubblico, «’u vanderi», considerato costume da fiera.
«Se Catanzaro fosse Papanice si potrebbe tollerare, ma nella così detta Atene delle Calabrie!!» .
Città dei cocchieri e delle carrozze padronali, dello spumone di caffè, dei fichi d’india, detti «gelateddhi», delle «putiche con le coddare che pippiàvano», tappa d’obbligo per i forestieri i quali ripartivano solo dopo aver gustato il «morzello» nel-la pitta con la tecnica del mungi e mangi. «Il morzeddhu era la colazione e il pasto della tarda mattinata, era il piatto ricco e veloce di una teoria di artigiani, com-mercianti, impiegati, forestieri che accorrevano per varie ragioni nelle strade e nei vicoli della città», scrive l’antropologo Vito Teti, profondo conoscitore della realtà calabrese, nella sua monografia sul peperoncino .
Catanzaro: città che, con voce tonante, chiedeva la costruzione della funicolare. Città della critica, basti pensare che bocciò a suon di fischi l’esibizione del grande Enrico Caruso (1837-1921), tenore per eccellenza. Città delle operette al teatro comunale, dei concerti in villa, delle troupe canzonettistiche al Caffè Margherita, dell’Albergo Concordia e del ristorante di Coriolano Paparazzo, che ospitarono, nel 1897, il viaggiatore inglese George Gissing, il quale nelle sue memorie scriveva: «In Inghilterra sono uscito da molti bar oppresso dal tedio e dal disgusto; quel caffè di Catanzaro sembrava, in confronto, un’assemblea di saggi e di filosofi» .
Come scrive Vito Teti, «Nella seconda metà dell’Ottocento la città conosce una grande vivacità commerciale e culturale» .
«Tra le industrie, sebbene non più nello splendore di prima, è assai prospera la tessile in seta, specie per i fazzoletti, che sono molto richiesti in commercio» .
Le sottostanti vallate, dal Pie’ di Sala a Santa Maria Zarapoti, sono fertilissime e coltivate a vigneti, ulivi, frutta e seminativo.
Lo storico Cesare Mulè, autore tra l’altro di una pubblicazione dedicata al poeta Antonio Scalise, solo omonimo del Nostro, prete popolare di Sersale, scrive: «La città si arricchisce di un teatro, di grandi e signorili palazzi, di una villa ricca di piante ornamentali rare e giochi d’acqua» .
Era questa la Catanzaro del maestro Scalise.
«’A la chiazza» incontrava i suoi compaesani i
quali, per guadagnarsi da vivere, lavoravano come corrieri portando in città pacchi destinati a persone, e prodotti locali come polli, uova, ricotte, frutta ed altro, da vendere ad una ristretta clientela.
Lo Scalise era un assiduo frequentatore dei festini di Palazzo Alemanni e delle conversazioni nella libreria Mazzocca, fondata da un immigrato toscano nel 1855 e diventata ritrovo di intellettuali, letterati, filosofi, insegnanti e giuristi. Questi ultimi, a Catanzaro, per tradizione sono stati sempre più numerosi dei medici. Tale dato potrebbe derivare dal fatto che la città fu sede della Corte d’Appello delle Calabrie fin dal 1809, sebbene il capoluogo della Calabria Ultra all’epoca fosse Monteleone.
Il tribunale catanzarese fu sede di importanti processi. Nel 1867 si tenne quello al capobrigante Pietro Bianco e alla sua banda, l’anno successivo fu la volta del processo alla banda brigantesca capeggiata da Rocco Casalinuovo di Stalettì. Agli inizi del Novecento, nello stesso palazzo di giustizia, si avviò il processo al re dell’Aspromonte, Peppi Musolino, accolto al suo arrivo da una folla applaudente e dal lancio di baci e fiori delle donne. L’effetto Musolino, sviluppatosi in più conti-nenti, dal momento della cattura del super latitante era arrivato sin qui. Il processo catanzarese fu limitato a poche sedute in quanto la Cassazione decise di rinviare gli atti ai colleghi di Lucca.

Anche la farmacia del comm. Federico Leone, fondata nel 1841 e trasferita nel 1893 negli artistici locali posti al piano terra dell’imponente Palazzo Fazzari, «fu luogo d’incontro di personalità di maggiore spicco della città, nonché di artisti, letterati e poeti, non solamente calabresi, ma di quanti venivano a Catanzaro, rinomato centro di cultura in tutta Italia ed anche all’estero» . Nello stesso palazzo vendeva pianoforti Domenico Lamonica e di fronte, nel palazzo Parlato, si trovava il lussuoso negozio di abiti scozzesi dei fratelli De Vito.
Il maestro Scalise osservava, scrutava e poi traduceva in sonetti che, dopo oltre un secolo, risultano ancora attuali e fanno sorridere per la loro arguzia invitando, nel contempo, a meditare sulle debolezze e sui vizi della gente. Un verseggiare, a tratti profondo, che si fa carico di speranze e sofferenze ma senza mai rinunciare al linguaggio sferzante dell’ironia.
Per molti aspetti, bisogna ammetterlo, ci riconosciamo in lui. Non solo e non tanto perché conterranei, ma per il vernacolo in cui si esprime, per la verve tipica della nostra gente, per la critica facile e franca, per le allusioni toccanti ma sempre soffuse da un innato spirito bonario, affettuoso, raffinatamente civile e, pertanto, piacevole, divertente, sicuramente da apprezzare.
Il Nostro dedicò alcuni suoi sonetti alla cucina popolare; riservò ampio spazio alle donne, belle e meno belle, che annegano nel suo umorismo. L’amore risultò uno dei temi preferiti ed in un componimento, confermando i sani principi che lo caratterizzavano, mise in risalto il valore dell’unità familiare. Nelle sue rime trovarono spazio, sempre in chiave ironica, la miseria economica del popolo ed anche difetti e abitudini della società catanzarese. Perfino la politica giolittiana fu colpita da qualche misurata frecciata di Ascanio Selento.
Chissà se fu l’aristocratica consorte a ispirarlo, almeno per una volta, a mettere da parte l’ironia e a scrivere, sempre in dialetto, la melanconica dichiarazione d’amore: «Esta amura».
«Non c’è mai stata una donna gentile, galante come a te, sono felice solo quando ti sono vicino e il cuore fa ticchi tacchi» , un amore vero e profondo che si arricchisce della musicalità del dialetto locale e delle melodie del maestro Luigi Griffo (1859-1929), apprezzato compositore, originario di Chiaravalle Centrale, che studiò al Conservatorio napoletano di S. Pietro a Majella sotto la guida del maestro Paolo Serrao.
Il cav. Griffo, docente di canto corale e musica presso il «Convitto Tulelli» di Catanzaro, fu autore di pregevoli volumi di cultura musicale per uso dei Regi Conservatori di Musica e di un metodo di canto corale approvato dall’Accademia di Santa Cecilia di Roma.
Le musiche di «Esta amura» furono raccolte in un’unica spartitura con quelle di «Pensu a ttia», una serenata sentimentale composta da Giovanni Patari e musicata dallo stesso maestro Griffo, pubblicate dalla «Editoria Musicale G. Pisano» di Napoli nel 1901.
Si tratta di due raffinate romanze da salotto, create per canto e pianoforte, con antichi spunti, accenti e cadenze popolari, che venivano eseguite e apprezzate nei salotti aristocratici e borghesi. I due brani, into-nati al gusto francese, risultavano in piena sintonia con la moda musicale in voga tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, il cui tema dominante era sempre l’amore. Un amore irreale e tormentato, raccontato con un delicato linguaggio musicale capace di mandare in estasi le buone famiglie della borghesia catanzarese.
Erano i tempi di «Marechiaro», «Era de maggio», «Voce ’e notte», «I’ te vurria va-sà», «Torna a Surriento», «Regginella» e altre melodiose e indimenticabili canzoni.
«Esta amura», la cui armoniosa musicalità arriva direttamente nel cuore di chi l’ascolta, è finita nel dimenticatoio così come è stato completamente dimenticato sia a Catanzaro, sia a Marcellinara, il suo autore Antonio Scalise: un poeta a modo suo, spontaneo e umano; un nostrano cabarettista d’altri tempi; un giullare stravagante nel temperamento e arguto nel linguaggio, i cui versi, piacevolmente vivaci, a volte ironici, licenziosi e scurrili, a volte malinconici, inducevano e inducono, ancor oggi, al sorriso.
Antonio Scalise fu un poeta gentiluomo, un uomo di grande coerenza e rettitudine, che fece parte di quel gruppo di intellettuali catanzaresi, vissuti a cavallo tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, e che diventarono poeti dialettali umoristici, giornalisti brillanti, critici arguti della società e dei costumi dei tempi.
Per questo riteniamo doveroso da parte degli ambienti culturali di Marcellinara, di Catanzaro ed anche di Pianopoli, paese natio dello Scalise, di riappropriarsi di quel figlio stravagante, appassionato cultore del dialetto e testimone della cultura popolare calabrese, che con i suoi vivaci sonetti, ha lasciato una non trascurabile traccia dei tempi passati e delle nostre usanze.
La realizzazione di questo volumetto consente, seppur in parte, per la prima volta, la ricostruzione della vicenda umana e artistica di un intellettuale calabrese, ancora oggi largamente sconosciuto al pubblico, attraverso la riproposta di quei frammenti di produzione poetica recuperati dalle poche copie di «U Strolacu» ancora in circolazione, sullo sfondo del panorama culturale e letterario catanzarese di fine Ottocento.
Caro strolacu, finalmente, pur nella modestia, un segno di riconoscenza e gratitudine!

Silvestro Bressi

Poesie di Antonio Scalise :

http://catanzaropolitica.it/le-rare-ormai-poesie-di-ascanio-salento-antonio-scalise/

 

 

* Le foto: Una prima pagina de ” U Strolacu”, Silvestro Bressi (al centro) con alcuni turisti, libri antichi della Biblioteca Tabor di Catanzaro.

Rosangela, druda o brigantessa?

 

 

Da Castagna a Carlopoli, a Pontegrande. Storia di una donna, prima di tutto,costretta a diventare brigantessa per la violenza altrui. Un piccolo racconto che condenza, accennandoli,chiaramente, aspetti sociali, questione femminile,il dramma della povertà e le angherie dei signorotti. Ma anche fatalità e strane coincidenze. (a.s.)

Il racconto,come sempre,di Silvestro Bressi.

 

 

 

Nelle vicinanze dell’abbazia di Corazzo, in un territorio in cui ancora perdurano atavici costumi, sorge Castagna, un piccolo ed accogliente villaggio che, dal 1869, non è più Comune, in quanto aggregato dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro a quello di Carlopoli. La sua soppressione rappresentò un «segnale punitivo ad una Comunità inquieta e ribelle».
Qui infatti, oltre a Generosa Cardamone, la druda del capobanda Pietro Bianco, sono vissuti numerosi briganti e brigantesse. Tra queste ultime la bella “briganta” Rosangela Mazza, alle cui gesta la poetessa Palmira Fazio Scalise (1894-1984) ha dedicato una sua pubblicazione.
Apparteneva a una famiglia povera e onesta. Suo padre esercitava un modestissimo commercio di legname, la madre era inferma. Rosangela si dedicava ai lavori domestici e, per quanto promessa in sposa a Mico Sirianni, quando questo partì soldato, su di lei si posò lo sguardo di molti giovani compaesani.
Una notte il padre di Rosangela, mentre rientrava a casa, fu colpito da una bufera di neve. In famiglia aspettarono inutilmente il suo ritorno. Alcuni amici andarono a cercarlo e lo trovarono morto nei pressi di Bocca di Piazza. Fu uno strazio per la moglie Serafina, e anche per Rosangela che, al fine di poter sopravvivere, si vide costretta a trasferirsi a Carlopoli per lavorare come serva presso la famiglia Talarico.
Donna Vincenza si era subito affezionata alla nuova serva; ma suo marito don Filippo, era rimasto ammaliato da quella spavalda bellezza, tanto che un giorno raggiunse Rosangela nel castagneto e le promise oro e denaro, purchè cedesse alle sue voglie.
Lei, per tutta risposta, gli morse il braccio e riuscì così a svincolarsi e a darsi alla fuga.
Qualche giorno dopo, donna Vincenza si recò a Soveria Mannelli, incaricando Rosangela di curare il formaggio in salamoia. Don Filippo, approfittando dell’improvvisa partenza della moglie, riuscì, con la forza, a raggiungere il suo scopo.
Rosangela tornò a casa sconvolta, ancor prima che aprisse bocca la povera madre paralitica capì che sua figlia aveva perso l’onore senza colpa e morì di crepacuore.
Quando il fidanzato, Mico Sirianni, tornò a Castagna, venuto a conoscenza dell’accaduto sentenziò la morte di don Filippo. Rosangela ne fu perfettamente d’accordo. Così, insieme raggiunsero il “signorotto” e Mico l’uccise a coltellate.
Poi, via di corsa verso Tiriolo, alla ricerca del brigante Perrelli che Mico ben conosceva, per aggregarsi alla sua banda.
Rosangela, con alle spalle la triste storia della giovinezza, era ormai legata al Sirianni dal vincolo del disonore, anche se il sodalizio fu presto interrotto dalla morte dell’amato, caduto in un’imboscata. Rimasta al servizio dei briganti, fu rispettata come una sorella, sino a quando non fu catturata con il resto della banda, in seguito al tradimento di un “pentito”.
Tradotta a Catanzaro, fu processata e condannata a pochi anni di carcere. Per i suoi compaesani, Rosangela era un’eroina. Tornata in libertà, sposò il suo avvocato difensore.
La famiglia di questi contrastò il matrimonio cercando di persuadere l’avvocato a lasciare Rosangela, druda di brigante e manutengola, anche se, in realtà, la Mazza non fu mai spavalda e crudele come una vera brigantessa.
Si trasferì, allora, a Pontegrande, dove lavorò come cameriera sino alla morte del congiunto. Poi rientrò a Castagna e si unì in matrimonio con un facoltoso contadino.
Morì cadendo da un precipizio, colta da malore, mentre stendeva il bucato nelle vicinanze della grotta detta dei briganti .

Silvestro Bressi

Tratto dal libro : “Il Brigantaggio nel Catanzarese”, Ursini editore. 

* Nella foto: gruppo di brigantesse

La nuova Europa nel ricordo
della Grande Guerra

 

Cento anni dallo scoppio  della Prima Guerra Mondiale. Un conflitto di proporzioni immani, senza precedenti nella storia dell’umanità. Era il 1914. Oggi, si rileva nel saggio che segue, la situazione a livello europeo non è molto differente. C’è sempre la Germania a fare da ‘locomotiva’ per l’intero continente, l’Inghilterra isolazionista e così via,fino al mito dell’uomo nuovo. Catanzaro fece la sua parte, quanto a manifestazioni interventiste: ad alcune di queste, anche Corrado Alvaro. 

 

Il 4 agosto del 1914 reparti dell’esercito imperiale tedesco oltrepassarono il confine della neutrale nazione Belga, così come previsto dal Piano Shlieffen – Moltke dello Stato Maggiore del Kaiser, attuando quella manovra a tenaglia già realizzata nella guerra franco-prussiana del 1870 con l’intento di distruggere l’esercito francese e rivolgere immediatamente le armate contro il nemico orientale,la Russia dello zar Nicola II.

Aveva inizio così sul campo la Prima Guerra Mondiale.

Sono trascorsi cento anni dagli eventi che provocarono l’eccidio di milioni di uomini e l’inizio di quell’odio che intrise la storia dell’Europa per oltre un secolo.

Com’è noto la scintilla che fece deflagrare il vecchio continente fu l’uccisione dell’Arciduca d’Austria Francesco Ferdinando a Sarajevo il 28 giugno 1914, ma le motivazioni che portarono a questo conflitto avevano radici più profonde, strettamente legate alle continue guerre che si erano succedute sul suolo europeo.

Da subitola Grande Guerra ebbe una caratteristica peculiare, così come scrive Emilio Gentile nel suo “L’apocalisse della modernità”: l’elevare l’odio e l’orrore a livello universale, come forse mai prima era accaduto nella storia precedente.

In modo molto significativo Sigmund Freud,  da padre di un soldato impegnato sul fronte, scriveva per descrivere cosa si potesse provare di fronte a questo conflitto: ‘La guerra a cui non volevamo credere è scoppiata, e ci ha portato… la delusione. Non soltanto è la più sanguinosa e rovinosa di ogni guerra del passato, e ciò a causa dei tremendi perfezionamenti portati alle armi di offesa e di difesa, ma è anche perlomeno tanto crudele, accanita, spietata, quanto tutte le guerre che l’hanno preceduta’.

La bufera della guerra investì un’ Europa non del tutto consapevole della potenza distruttrice che avrebbero avuto gli eventi. Nei primi anni del Novecento, infatti, la società europea era esaltata dall’avanzare della civiltà moderna e la grande Esposizione Universale di Parigi il 14 aprile del 1900 ne era stata la prova. Le macchine, la velocità, le nuove navi capaci di collegare l’Europa con l’America, i primi tentativi del volo umano, i progressi della medicina, il trionfo della tecnologia e della modernità sarebbero stati messe a disposizione dell’intera umanità e l’Europa sarebbe stata al centro di questo nuovo mondo, per costruire la pace e la fratellanza tra gli uomini.

Così quando quel 28 giugno del 1914 il serbo Princip uccise l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e la moglie, gli europei non credevano che lo scoppio di una guerra potesse dipendere da una piccola nazione come la Serbia.

Nei mesi che freneticamente intercorsero dal giorno dell’attentato all’attacco tedesco, l’opinione pubblica europea era convinta che una guerra nella civile Europa non sarebbe potuta esservi, tutti vivevano, per dirla alla Weber, presi dal “Disincanto del mondo”, cioè si era convinti che si potesse dominare tutto con il calcolo.

Non fu così.

La diplomazia, le ambasciate, i capi di governo non riuscirono ad evitare la guerra anche perché convinti che, se guerra ci fosse stata, in ogni caso sarebbe stata una guerra breve.

I vari stati maggiori degli eserciti coinvolti nella disputa convinsero i politici e i governanti che le azioni belliche, supportate dalle nuove tecnologie fabbricate dall’industria moderna, si sarebbero svolte con manovre veloci permettendo la conquista di vasti territori in brevissimo tempo: chi avrebbe agito per prima fulmineamente sarebbe uscito vincitore dalla guerra.

Tuttavia, quando il 5 settembre 1914 sul fiume Marna i francesi contrastarono e fermarono l’avanzata tedesca con la perdita di migliaia di uomini sull’uno e l’altro fronte, in Europa si profilò la vera e tragica realtà di quella guerra che da quel giorno, e per lunghi e interminabili tre anni e mezzo, diventò una guerra di logoramento combattuta in trincee, con grandissime perdite di uomini e materiali.

Ecco come Ernst Junger descrive il proprio entusiasmo di giovane tedesco, convinto assertore della guerra:‘Cresciuti in tempi di sicurezza e tranquillità, tutti sentivamo l’irresistibile attrattiva dell’incognito, il fascino dei grandi pericoli. La guerra ci aveva afferrati come un’imbriacatura. Partiti sotto un lancio di fiori, eravamo ebbri di rosa e di sangue. Non il minimo dubbio che la guerra ci avrebbe offerto grandezza, forza, dignità […] Lasciare la monotonia della vita sedentaria e prendere parte a quella prova. Non chiedevamo altro.’

Eppure, quando lo stesso Junger si ritrovò sul fronte, in prima linea, la descrizione dell’incontro  con il vero volto della guerra, sempre nelle stesse pagine delle “Tempeste d’acciaio”, muta sensibilmente:‘Quel nostro primo giorno di guerra non sarebbe finito senza lasciarci un’esperienza decisiva. Al di sopra delle teste avvertimmo come battito d’ali, poi un lungo ronzio che andò a perdersi in un frastuono assordante […] Un’impressione soffocante di irrealtà mi prese, allorchè lo sguardo andò a posarsi su una forma umana orribilmente insanguinata; una gamba pendeva da quel corpo con un’angolazione innaturale. Cos’era avvenuto? La guerra aveva mostrato gli artigli e gettato via di colpo la sua maschera di bonomia. Come era misterioso e irreale tutto ciò.’ Lo smarrimento tragico di Junger, in un certo senso, può rappresentare lo smarrimento che attanagliò gli europei in quel 1914.

La civiltà moderna Europea, che avrebbe dovuto trionfalmente avviarsi verso la pace ed il benessere, si ritrovò ad affrontare la più apocalittica e fratricida guerra mai combattuta proprio da quei popoli che avrebbero dovuto essere l’avanguardia di un uomo nuovo.

 

Come gli stati maggiori dei vari eserciti contendenti non avevano percepito la potenza della tecnologia, che non fu loro alleata per realizzare una guerra breve, così governanti e intellettuali non furono preparati a fare i conto con la vera faccia della modernità: industria moderna, l’ingresso delle masse nella storia, l’irruzione del nuovo uomo nella società moderna. A provocare migliaia e migliaia di morti nelle battaglie della Marna, Verdun, Ypres, Isonzo, Tannenberg, Laghi Masauri, Caporetto, fu infatti la nuova tecnologia applicata su scala industriale, non più il complesso di strategie politico-militari. E fu ancora l’applicazione maligna della tecnologia a far riscoprire una vera visione della vita a quei milioni di soldati  che ogni giorno dovevano aiutarsi l’un l’altro per poter continuare a vedere un giorno nuovo.La Grande Guerra, come scrive Emilio Gentile, aveva distrutto in coloro che ogni giorno erano costretti a vedere l’apocalisse della moderna guerra, la certezza di un futuro migliore, di un futuro di pace.

Era proprio nei campi di battaglia, nelle trincee, che si andava a costruire un nuovo futuro, fatto non più di spirito, di scienze morali, di energia creativa come professava il filosofo Bergson, ma di tecnica e industria che avrebbero macchinato i destini degli uomini, come avevano già prefigurato Spengler, Heidegger e lo stesso Ernst Junger.

La guerra, quindi, accolta come un avvenimento del tutto imprevisto, sicuramente destinato a concludersi  in breve tempo, si trasformò in guerra totale e mondiale. Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria (facendo lo stesso con la Germania, a cui era legata da delicati rapporti economici e commerciali, solo nell’agosto del 1916) quando ormai la guerra aveva già divorato milioni di uomini, eppure in molte città italiane vi furono numerosissime manifestazione a favore dell’intervento. Un fervore interventista, infatti, attraversava l’Italia dove, con il sostegno di numerosi politici e intellettuali, studenti, giovani, insegnanti, impiegati manifestavano continuamente a favore della mobilitazione del Paese. Anche nella nostra città di Catanzaro le manifestazioni a favore della partecipazione italiana alla guerra furono numerose. Ad una di questa partecipò anche un giovane Corrado Alvaro, che così in seguito ricordava il giorno della dichiarazione di guerra: ‘Per noi altri che eravamo studenti, quello era un giorno visibile[…] il pensiero d’essere italiani ci parve che mai grave e sentimmo adottati da quella storia nobile che nella nostra vita necessaria parve prodigio di ozio grandioso’.

 

Proprio a Catanzaro furono organizzate numerose manifestazioni organizzate dal radical-socialista Lombardi, che in città aveva costituito un comitato intervista, e così, anche se nelle province calabresi i fautori del neutralismo era in gran numero, come scrive lo storico Gaetano Cingari, l’interventismo rivoluzionario aveva cominciato a penetrare nelle scuole e in talune frange nella stessa intellettualità di sinistra. Allo stesso modo a Reggio Calabria alcuni elementi socialisti formarono insieme con i repubblicani i Fasci di Azione Interventista, a Cosenza già nel 1914 Fausto Gullo, in seguito degradato sul fronte dal grado di tenente per le sue idee politiche,  partecipava a manifestazioni in favore della Francia insieme al Professore Pietro Mancini.

Bisogna ancora ricordare che nel periodo della guerra la nostra Calabria venne rappresentata nel governo Boselli e nel successivo governo Orlando, da tre personaggi politici che all’epoca venivano appellati “i tre grandi” o “i tre magi”, e cioè Colosimo, Fera e De Nava che, come nel sinistro destino della Calabria, nulla poterono per il loro territorio ma ben riuscirono,sia pure in quegli anni tremendi, a rafforzare le loro posizioni personali nell’agone politico di quell’epoca sfruttandoli nell’immediato dopoguerra, quandola Calabria faceva il conto dei suoi 20.000 caduti per la causa di una guerra, che era costata all’Italia quasi 600.000 morti e milioni di feriti e mutilati. A contatto diretto con gli orrori della guerra, Corrado Alvaro e come lui tanti altri italiani un tempo interventisti, ripensarono alle loro scelte per divenire assertori di posizioni più pacifiste. Tuttavia la guerra, con la sua potenza distruttrice aveva ormai forgiato all’interno delle sue trincee gli animi di molti uomini su sentimenti che seppure affratellando nel momento del pericolo persone diverse tra di loro li aveva convinti di essere invincibili alimentando nuove ideologie. E’ in quegli anni che la rivoluzione bolscevica diventa una speranza per molti, convinti che il comunismo potesse essere l’unica fede a poter arginare l’ingiustizia sociale e tutte le guerre. E’ nelle trincee che si rinsalda quel patto tra camerati, che chiusi in stretti cunicoli si giurano fedeltà di mutua assistenza  e di ogni altra sorta. E’ nella grande guerra che le masse prendono coscienza della loro potenza.

Non bisogna meravigliarsi se, come scrive Sergio Romani, “la Germania ha firmato l’armistizio di Compiegne quando era pur sempre vincitrice quando era pur sempre vincitrice all’Est europeo, occupava ancora territori delle potenze alleata sul fronte occidentale e nessun soldato straniero aveva attraversato la sua frontiera. Non perdette la guerra sul campo di battaglia combattendo contro gli eserciti alleati. La perdette a Kiel, dove la sua flotta si era ammutinata, ad Amburgo, a Brema e Lubecca, dove la protesta aveva contagiato altri corpi militari, e infine a Berlino dove il leader socialista Philipp Sheidemann annunciò l’abdicazione di Guglielmo II e proclamò la Repubblica”.

La Prima GuerraMondiale, con la sua imprevedibile potenza distruttrice, determinò sconvolgimenti tali che assunsero forme e significati diversi a secondo i paesi partecipanti. In Italia, nazione vincitrice,la Prima Guerra Mondiale è legata in modo imprescindibile con l’avvento del fascismo, come in Germania, nazione sconfitta, a quella del nazionalsocialismo.

Quel cameratismo nato nelle trincee, considerato un fattore determinante per arrivare alla vittoria finale, fu il cemento che legò milioni e milioni di reduci ad unirsi in forme di associazionismo di ex combattenti. E furono proprio quei corpi speciali, appositamente creati per fronteggiare i nemici in situazioni estreme, come gli arditi, che finita la guerra divennero i più temuti squadristi del partito fascista, basti qui ricordare che assassino di Giacomo Matteotti fu riconosciuto l’ex capitano degli Arditi Amerigo Dumini, così come in Germania, i reduci diedero vita alle S.A. (Sturmabteilung-  Reparti d’Assalto – più conosciute come camice brune) che si distinsero nelle azioni più efferate nel periodo della Repubblica di Weimar.

Sono trascorsi cento anni dall’inizio di quella guerra di cui ancora oggi, in qualche misura, continuiamo a subire le conseguenze.

Tante saranno sicuramente le iniziative, anche nella nostra città e nella nostra regione, per celebrare quei drammatici avvenimenti e allora mi auguro che tali celebrazioni possano essere indirizzate, oltre che al doveroso ricordo dei caduti, all’analisi dei motivi per i quali gli europei del tempo non capirono dove stava precipitando il vecchio continente.

Quindi, ben vengano i racconti sulle battaglie, vinte o perse, si ricordino i pensieri dei soldati sul fronte impressi nei diari e nelle lettere provenienti dal fronte, si ricordino i reparti, gli eroi, i fucilati ingiustamente, ma soprattutto in questo Centenario si ricordi il perché tutti si resero responsabili dell’accensione di quella scintilla che provocò la deflagrazione, non solo di un intero continente ma  di un concetto di umanità, sostituito dall’idea di un uomo nuovo, frutto dell’onnipotenza della tecnica.

Ci si sforzi perciò in questo Centenario di ricordare alle nostre nuove generazioni che la volontà di creare un prototipo di uomo nuovo è pericolosamente vivo ancora nel nostro tempo, così se è vero che la storia non si può ripetere sempre nello stesso modo, è anche vero che nessuno può non capire che l’Europa di oggi non è molto diversa da quella del 1914.

 

Salvatore Scalise 

 

 

 

 

Canti popolari: Ciucciu miu, pecchì si mortu?

 

 

Piccola incursione nei canti popolari.Si chiarisce l’equivoco di un testo molto noto, anche ai giorni nostri, grazie al ‘Folk market’.

 

asino 02

 

Il dramma della morte dell’asino, detto ciùcciu o sceccu, ben rappresentato in un canto popolare diffuso in Calabria e Sicilia, inizia così:

 

Ciàngitilu ciàngitilu

 ca è mortu ’u ciucciu miu

’ccussì a volutu Diu.

 

Il market folcloristico, il folk market (come lo definisce Lombardi Satriani), in voga a partire dagli anni Settanta del Novecento, ha presentato tale testo in forma nuova, sul motivo di una canzo-ne popolare «Maramao perché sei morto», integrato dai seguenti versi, proposti con una struttura musicale completamente diversa da quella del testo base.

 

Ciucciu miu, pecchì si mortu?

Pana e vinu ’on ti mancava

a ’nzalata l’avivi ’ntra l’ortu

Ciucciu miu, pecchì si mortu?

 

Basta avere un minimo di conoscenza del canto popolare calabrese per accorgersi che ci troviamo di fronte a una forma espressiva che non appartiene alla nostra tradizione. I versi, infatti, sono stati attinti da un canto appartenente alla tradizione pugliese e dedicato, dalle donne di Andria, al capobanda Riccardo Colasuonno detto Ciucciariello.

Il brigante era particolarmente amato dalle sue compaesane, non tanto per la sua fama di eroe, ma per la sua bellezza e per quel volto pieno d’orgoglio, vagamente somigliante a un monaco.

Ciucciariello era luogotenente, assieme ad altri che, come lui, avevano scelto bizzarri nomi di battaglia (Capraro, Coppolone, Maldente), del sergente Romano il quale vantava una banda com-posta di ben trecento uomini.

Il canto-lamento del patrimonio folclorico pugliese quindi non era dedicato all’asino, ma alla memoria del brigante Ciucciariello che, a meno di trent’anni, morì fucilato.

 

Ciucciariello peccè sì muerte?

Pane e vino nun t’è mancate

la ’nzalata steva all’uerte

Ciucciariello peccè si muerte?

 

Silvestro Bressi

Tratto dal libro : “Il Brigantaggio nel Catanzarese”, Ursini editore. 

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