Category: STORIA E STORIE

Catanzaro: Gagliano ricorda “Marcangione” , 400 anni dopo

 

gagliano confraternita rosario

A circa 400 anni della nascita di Marco Pizzuto, detto Marcangione, il Priore, la cattedra Priorale e tutti i confratelli del SS. Rosario di Gagliano, hanno deciso di apporre su una parete di un locale attiguo alla Chiesa del Rosario in via Gonio giorno 27 giugno con inizio alle ore 16.00, una lapide marmorea per ricordare il Pittore Gaglianese. Il motivo principale che spinge la Confraternita a ricordare Marco Pizzuto  risale all’episodio miracoloso che riguarda  la tela della Vergine di Costantinopoli  oggi custodita nella chiesa del Divin Salvatore a Gimigliano,  portata in processione ogni anno il martedì successivo alla pentecoste da Gimigliano alla Basilica Minore della Madonna di Porto.

Come infatti  ricorda l’arciprete Domenico Lamannis nel libro “ la Gran Madre di Dio”, il popolo di Gimigliano per sfuggire al pericolo mortale degli eventi  pestilenziali e tellurici che si verificarono intorno al 1625 nel regno di Napoli e in terra calabra, pregando promisero alla Vergine di Costantinopoli di far dipingere la sua effigie, al tempo  venerata nella chiesa di Maria di Costantinopoli nel quartiere S. Lorenzo a Napoli col titolo di Odigitria ad un pittore della vicina Gagliano.

Superato il pericolo il popolo Gimiglianese mantenne la promessa e scelse il pittore Marco Pizzuto detto Marcangione di Gagliano  il quale,  ricevuto l’incarico a tarda sera, tratteggiò solo i lineamenti e rimandò la colorazione al giorno successivo, salvo poi al risveglio trovare la tela  già dipinta. Il fatto avvenne nei pressi della chiesa del Rosario e per tale ragione i  gaglianesi e  catanzaresi rivendicarono la tela ma  la stessa venne consegnata per diritto di commissione al popolo Gimiglianese.

L’immagine era cosi bella che i confratelli del Rosario di Gagliano chiesero al pittore  di dipingere la stessa Madonna  su tavola lignea, quest’ultima  è  oggi  custodita nella Chiesa del Rosario.

 

interno invito 01

Per ricordare questi avvenimenti, con apposita cerimonia Officiata da S. E. L’arcivescovo Vincenzo Bertolone di Catanzaro verrà svelata e benedetta  la lapide marmorea, alla cerimonia seguirà un convegno con due studiosi, che tratteranno il tema delle icone Sante e della devozione Mariana, nonché discuteranno del valore pittorico di Marcangione, così detto, in omaggio di un discepolo di Leonardo Da Vinci, come si legge nel libro “Alle porte di Catanzaro da Petra Gnazia a Gagliano” del compianto prof. Luigi De Siena.

Il convegno e l’intera iniziativa si propongono di rafforzare la devozione  per la Vergine Maria, devozione che spinge i confratelli  nel mese di settembre a fare un pellegrinaggio proprio nella chiesa di Maria di Costantinopoli nel quartiere s. Lorenzo a Napoli.

La lirica che segue narra  in versi dialettali gli avvenimenti dell’epoca ed è stata composta per l’occorrenza.

 Antonio Caroleo

 

antonio caroleo

 

MARIA ODIGITRIA

di Antonio Caroleo

Ntra l’occhji sbarrati de la genta,

si leghjia  lu terrora de la morta,

nu morbu perniciosu e fhetenta,

li stenda ad’unu ad’unu senza sorta.

Santa Maria chi grazzi  Tu cuncedi,

ca lu divinu pargulu t’ascorta,

fha in modu a strata numma cedi,

a lu morbu,  chì simina la morta.

 

Nta chiesa stacimu notte e jiornu,

n’te  banchi seduti  e Ti pregamu,

cu’  lu rosaru mmanu e  preti ntornu,

na  grazza santa supplici cercamu.

Si Tu n’soccorsu veni  Odigitria,

e Napuli l’immaggina portamu,

seduta ntronu e u pargulu cu’ Tia,

a Marcangiona  ma pitta c’ordinamu.

 

Passanu jiorni  interi e  settimani,

e l’ordina divinu u mala arresta,

nun si ndhe cojhia chiu’ malati e sani,

a genta e  ammenzu a strata chi fhà  fhesta.

E duva  Marcangiona  dhe’ Gagghianu,

gridandu a lu miraculu s’avventa,

u populu graziatu e Ghjimigghjianu,

ca ogni promessa…. debitu diventa.

 

Allora Marcangiona ebba l’onora,

ma pitta a Vergina Maria,

ntra nu catojiu c’ava pe’ dimora,

vicinu a la chiesa do Goniu.

Pigghiau matita e tila e cu’  fhurora,

prima Morfeu m’ava u sopravventu,

si misa a  disegnara la Signora,

tirandu  sulu tratti e lineamentu.

 

Ma ohrà!!! soppresa beddha a lu njiornara,

videndu  lu catojiu ‘lluminatu,

u quatru  nun avia chiu’ e pittara,

ca in estasi l’havia cumpletatu.

Restau arremisu, quasi mpessulatu,

davanti tanti grazzi e ducizzi,

paria nu splendora  do Criatu,

na perfeziona e tantu dhe beddhizzi.

 

Veniti genti si misa a gridara,

guardati chi prodigiu’ è capitatu,

a la chiesa de Gagghjanu a dhe restara,

sa quatru  acheropita  chè  pittatu.

Ma  a Ghjimigghjianu u populu devotu,

u quatru pretendija ma restava,

tri jiorni dijiunava  comu votu,

dirittu e commissiona m’bocava.

 

Ma puru e Catanzzaru  a cittadinanza,

a la giustizia tostu s’appellava,

u quatru volija pe’ m’portanza,

a tila prodigiosa rivendicava.

A Reggia Udienza  citata cu sapienza,

pe’ giustizia e scienza jiudicava,

e senza esitaziona e prudenza,

a Ghimigghjianu u quatru cunsegnava.

 

Passati li contrasti e la contesa,

Gagghjianu, Ghimigghjianu e Catanzzaru,

comu cristiani d’intra a stessa Chiesa,

l’icona santa in comuniona, amaru.

Sa randa Mamma grazzi  ma cunceda,

tuttu u populu ma guarda d’ogni cosa,

ma sarba l’anima a cui ava fheda,

e a lu devotu  chi prega senza posa.

 

Catanzaro, prima festa novembrina 2014

Papa Francesco chiede perdono ai Valdesi. Anche a Guardia Piemontese, in Calabria, l’inquisizione ordinò la strage

 

 

 

guardia piemontese

 

Papa Francesco visita, primo pontefice nella storia, un tempio valdese e chiede perdono per quanto loro fatto dai cattolici. In particolare, “ per gli atteggiamenti non cristiani e persino non umani che abbiamo avuto contro di voi, nella storia”.

Una riappacificazione  che se non cancella persecuzioni e stragi compiute ai danni della Chiesa Valdese, sicuramente traccia un percorso nuovo tra le due confessioni.

 

papa 12

 

Anche in  Calabria la comunità valdese ha  radici profonde. Gli storici  non concordano sulle date di arrivo della regione, né sulle motivazioni. Alcuni  fanno riferimento alla metà del secolo XIII, negli anni del dominio degli Svevi sul Regno di Napoli e individuano le motivazioni  nell’esigenza di sfuggire alle persecuzioni che nei primi decenni del secolo avevano colpito la Provenza. Altri sostengono siano arrivati  in Calabria nel periodo Angioino, tra il 1265 e il 1273, sempre a causa delle persecuzioni, in Piemonte e Lombardia. Altri ancora, tra il 1315 e il 1340, alla ricerca di occupazione per vivere, considerato che Piemonte e Delfinato erano ormai asfissiate dalla forte crescita del numero di abitanti.

Di certo, c’è però una data nefasta: il 5 giugno 1561, giorno dell’eccidio dei Valdesi di Guardia Piemontese da parte dell’inquisizione cattolica. Quella ricorrenza è ormai diventata una “ Giornata della Memoria” e sulla strage ha girato un documentario “Guardia Piemontese il futuro è nella storia “, Diego Verdegiglio,  attore e regista catanzarese. Tra gli interpreti, interpretato da Pino Michienzi, attore ,regista, anch’egli catanzarese e scomparso 4 anni addietro.

 

Foto: ” La Porta del Sangue”, luogo simbolo a Guardia Piemontese, a ricordo della strage.

Editoria: Catanzaro,” La Pubblicità Racconta una Storia”

 

 

storia giornali catanzaro

La storia di gran parte dei giornali italiani illustrata con cartoline e manifesti pubblicitari realizzati dai più noti artisti dell’epoca.

“La Pubblicità Racconta una Storia” di Gioacchino Concolino, è un volume, interamente stampato a colori e che si compone di 220 pagine, suddivise in diversi capitoli che trattano la cronaca dei giornali italiani dal 1870 agli Anni 50 del Novecento, con appendice sui giornali di Catanzaro. Le testate sono analizzate secondo la loro specifica caratterizzazione e tipologia. Si ha quindi il capitolo dedicato ai giornali socialisti, ai giornali satirici, ai giornali sportivi, a quelli fascisti, ai giornali per l’infanzia e ai giornali di trincea.

“Il libro, proponendo un campione significativo di immagini dei manifesti e delle  cartoline d’epoca, riguardanti i giornali, ha l’obiettivo di mettere in luce come il messaggio promozionale, servendosi della sola comunicazione visiva, propria degli artisti grafici, sia diventato informazione”.

 

Il libro sarà presentato sabato 20 giugno, ore 18.00, nella Sala del Consiglio Comunale di Catanzaro.

Previsti gli interventi di  Sergio Abramo, sindaco di Catanzaro, Giuseppe Soluri, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti  della Calabria, Nicola Siciliani de Cumis,- Professore di Pedagogia Generale Università della Sapienza di Roma, Gioacchino Concolino, autore del libro,Giovanni Bruni ,coautore del capitolo “Catanzaro e i suoi giornali”.

2 giugno: quando anche Catanzaro e la Calabria votarono per la Monarchia

 

Compie 69 anni, la Repubblica Italiana. Considerati i tempi che, nonostante la crisi, hanno di molto allungato le aspettative di vita, diremmo tutto sommato conserva un aspetto giovanile  e – qualche piccolo acciacco a parte – gode di  buona salute.

Dopo la proclamazione della Repubblica, da parte di Alcide De Gasperi, capo provvisorio dello Stato, avvenuta nella notte tra il 12 ed il 13 giugno 1946, l’ultimo re ,Umberto II, lasciò in gran fretta il Paese, volontariamente, mentre già echeggiavano ricorsi, denunce di brogli e proteste  anche molto violente da parte dei monarchici.

L’italia entrava in una fase assolutamente nuova: post fascista, post monarchica e che da lì a poco, nel 1948, avrebbe redatto una Costituzione oggi oggetto di pesanti attacchi diciamo così ,’riformistici’.

 

referendum rep. mon. 01

Intanto occorre dire, come storicamente è noto, la battaglia tra repubblicani e monarchici – ci fu una mobilitazione massiccia per il referendum – il 2 giugno 1946 ( votavano anche le donne) si concluse con un risultato abbastanza in equilibrio.

Alle urne 12.998.131 donne e 11.949.056 uomini: espressero la loro preferenza per la Repubblica 12.718.641 elettori. Si pronunciarono per la Monarchia,10.718.502 votanti.

Un Paese diviso in due: il Nord  repubblicano, il Sud  monarchico. Anche  la Calabria diede il suo contributo. Se si osservano i dati ( Fonte: Archivio Storico Ministero interni) , si può constatare che la circoscrizione Catanzaro-Reggio Calabria- Cosenza ha registrato 1.502.601 elettori. Dei quali, 338.9.59( 39,72%) a favore della Repubblica, 514.334 (60,28%), per la Monarchia.

 

repubblica italiana 1946

Se passiamo al dato per provincia, in quella di Catanzaro hanno votato 311.870 elettori, esprimendosi per il 40,45 % a favore della Repubblica e per il 59,51% a favore della Monarchia.

A Cosenza, 44,04% nel primo caso, 55,96% nel secondo.

Reggio Calabria, infine, la provincia più favorevole alla Corona: 34,43% per la Repubblica ed un massiccio 65,57% per la Monarchia .

I fatti più recenti, avrebbero poi portato le tre città, soprattutto Catanzaro e Reggio, a scontri di gravità decrescente, dalla questione per il capoluogo fino ai derby di calcio, per arrivare  ai campanili attuali riguardo continue corse all’accaparramento di strutture ed enti. Ma questa è un’altra storia.

Emiliano Strumento

Grande Guerra: storia e lettere dal fronte del primo caduto catanzarese

 

Nelle settimane successive a quel 24 maggio 1915 destinato a passare alla storia come l’inizio ufficiale del coinvolgimento italiano nel primo conflitto mondiale, giunge a compimento la mobilitazione dell’esercito italiano. Centinaia di migliaia di soldati raggiungono la linea di confine ammassandosi intorno a un punto nevralgico, il corso dell’Isonzo, fulcro, di lì a un mese, della prima di ben dodici cruente battaglie che culmineranno, alla fine del 1917, con la disfatta di Caporetto.

In un’Italia ancora divisa tra accesi fautori dell’intervento e sostenitori della neutralità, l’unico sentore comune riguarda la durata del conflitto: è infatti convinzione ampiamente diffusa che la guerra sarà di breve durata e che comporterà un minimo dispendio di uomini. Invece, proprio a poche settimane da quel 24 maggio, il “nuovo macello di popoli”, crudamente preconizzato dal giornale socialista Avanti nel titolo che annunciava l’entrata in guerra del nostro Paese, inizia d’un tratto a concretizzarsi: per ciascuna città italiana giunge inesorabilmente il momento in cui la guerra diventa tangibile in tutta la sua devastante crudezza.

 

A Catanzaro, il primo impatto con la drammatica realtà del conflitto è rappresentato dalla notizia del primo caduto al fronte, il caporale del 48° Reggimento di fanteria Francesco Lembo di Nicola che, il 4 luglio 1915, all’età di ventisette anni, muore sul campo per le ferite riportate in combattimento.

I giornali locali dell’epoca danno ampio risalto alla notizia della morte di Lembo raccontando del funerale, celebrato nella chiesa del Monte dei Morti e della Misericordia, e della generosa raccolta di fondi promossa dai suoi commilitoni a favore della vedova e della figlia:

La chiesa diretta dai RR.PP. Cappuccini, riccamente parata a lutto ed illuminata  da cento lampade elettriche e da innumerevoli cerei, fra il profumo dell’incenso e della mirra, presenta un colpo d’occhio davvero emozionante per il ricco catafalco sito nel centro ed attorniato da piante e dalle bandiere italo-francesi ed anglo-russe con diverse corone offerte dai figli del Poverello di Assisi. […]. il molto Reverendo guardiano P. Mario da Chiaravalle, fra le lagrime dei parenti del caporale lembo e la profonda commozione dell’immenso pubblico, ricorda le doti dell’eroe catanzarese con una splendida orazione sentitamente elevata e patriottica, che merita le lodi di tutti i presenti, autorità e cittadini, che commossi si accalcano attorno al giovane oratore per stringergli la mano, congratulandosi per il discorso che è un vero inno alla guerra ed all’eroismo del nostro esercito, chiuso al grido di Viva il Re, primo soldato, viva il Pontefice della pace, e di viva l’Italia.

Così il Corriere di Calabria del 28 luglio 1915 riferisce i dettagli della toccante cerimonia funebre per “l’estinto Francesco Lembo […] primo catanzarese immolatosi all’altare della Patria”, morto eroicamente “col nome d’Italia e della famiglia sulle labbra”, alla quale prendono parte, oltre alle autorità civili e militari, “moltissime signore e cittadini di ogni classe”, turbati da un evento luttuoso che porta repentinamente la guerra e la morte nella vita di ogni giorno, a centinaia di migliaia di chilometri di distanza da un fronte sconosciuto e lontano. Un fronte da cui Lembo,  poco tempo prima della sua morte, scriveva una breve lettera al cassiere del Banco di Napoli, riportata da La Giovine Calabria del 27 luglio 1915:

siamo in trincee dove la nostra artiglieria protegie [sic] le nostre avanzate che progrediscono giornalmente, spero fra non molto scrivervi da Trieste che dal posto in cui siamo dista pochissimi chilometri. Il giorno non si fa altro che tirare colpi di fucile contro quel truce nemico che ogni momento ci tormenta.

 

prima guerra mondiale 15

L’eco della morte di Lembo non si spegne subito, dal momento che un mese dopo i fatti, alla fine di agosto, La Giovine Calabria pubblica  la lettera di rimessa al direttore del giornale di una piccola somma (circa 150 lire) raccolta da un gruppo di soldati catanzaresi del 48° Reggimento di Fanteria a favore anche della “orfanella del caporale Lembo Francesco presso la madre Gemma Virgolino (Scesa Carcere)”: un gesto di generosità enfatizzato dal titolo “Cuore Calabrese” che viene ripreso qualche giorno dopo dal Giornale d’Italia per riaffermare “la gentile poesia dell’anima calabrese che, pur nel periglio, riappare soavissima e rifulge!”.

 

Gli effetti personali del caporale Lembo rinvenuti al momento della morte sono attualmente custoditi dal Museo Storico Militare MUSMI di Catanzaro, nella sala del primo piano che conserva raccolte di cimeli della Prima Guerra Mondiale. Non può certo lasciare indifferenti la vista di oggetti di uso quotidiano e personale che, come avviene in analoghe collezioni museali, sintetizzano la struggente umanità delle microstorie di cui si compone quel complesso intreccio di strategie militari, astuzie diplomatiche e piani espansionistici che è sempre e ovunque la guerra. Nelle teche si allineano i silenziosi frammenti di una vita bruscamente interrotta: il portafogli con pochi spiccioli, il calendario art nouveau di un anno destinato a non essere concluso,  una sfilza di santini con le immagini familiari di San Vitaliano e San Francesco di Paola, un pacchetto di spagnolette, le sigarette nazionali con cui al fronte si fraternizzava e si riusciva a spezzare per qualche momento la tensione insostenibile dell’attesa e dell’allerta, e, appena conclusa, una lettera, che non sarà mai più spedita, alla moglie Gemma:

 

Mia carissima  Gemma,

Ti ho scritto sempre  e sarebbe inutile rimproverarmi, ciò significa che non ti giungeranno a destinazione per cui non devi impenserirti.

Che vuoi mia cara Gemma la vita di guerra è molto lavorata ma nulla mi lascia di sconforto sperando che fra non molto sarò di ritorno trionfante e orgoglioso d’una buona vittoria per la grandezza e l’unità della nostra grande Italia.

Dimmi che cosa si è fatto riguardo al sussidio? Se nulla si è potuto ottenere fammelo sapere. Mia cara  Gemma quando sarà quel felice mio ritorno affinché le nostre labra  [sic]potranno unirsi là  d’un solo bacio felice e eterno.

Vorrei dirtene tante ma il mio pensiero me lo vieta in migliori occasioni potrò accennarteli.

Riguardo alla mia salute grazie al Cielo me la passo molto bene come lo stesso spero della tua e quella della mia cara Pupetta a cui io dedico queste poche parole.

Pupetta mia dolce figlia mia come mi sei sempre immente che da più di un mese ti lasciai povera Pupetta mia! Come mi sei sempre nel mio cuore nessuno può darmi conforto che soltanto il mio ritorno.

Dirai alla famiglia Russo che il Sig. Alfredo se la passa molto bene di salute e che scrive sempre.

Finisco perché stanco del lavoro ma porgendo i saluti a tutti i miei amici compreso tutto il personale del Banco, un cordiale saluto alla famiglia Russo e Ciaccio.

A te unitamente alla mia cara Pupetta che mi è di conforto baciandovi e abbracciandovi di vero cuore credami tuo

Francesco

  1. S. Saluti a tutti di casa dove tu stessa darai un bacio da parte mia.

 

 

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Poche settimane più tardi, il 18 luglio, Catanzaro dovrà dare l’estremo saluto ad altri due catanzaresi del medesimo 48° Reggimento, la medaglia d’argento al valor militare caporale Giacomo Sinopoli, e il soldato Antonio Parentela, morti sul Carso per le ferite riportate in combattimento. Nel solo primo anno di guerra, dal 24 maggio al dicembre 1915, furono ben 764 i soldati catanzaresi che persero la vita al fronte.

Ricordare oggi le vicende individuali e private di Francesco Lembo e dei primi caduti della nostra città, particolarmente significative per noi che viviamo oggi in quello stesso territorio da cui essi  partirono cento anni fa lasciandosi alle spalle la vita di ogni giorno e i gli affetti più cari, ha un senso  soprattutto se si comprende che tali vicende sono tragicamente uguali a quelle di milioni di italiani che attraversarono faticosamente una penisola mai conosciuta prima di allora per arrivare in luoghi intravisti soltanto sulla carta geografica, accomunati da un destino di morte e dolore, e per diventare testimoni spesso inconsapevoli, attraverso lettere private, diari e tracce della vita di tutti i giorni, di uno dei più grandi massacri della storia recente.

Daniela Pietragalla

Le foto 2 e 3 sono di repertorio

Cento anni dalla Grande Guerra: Ricordata Brigata Catanzaro

brigata catanzaro 02

Centesimo anniversario dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale: ricordato il sacrificio degli oltre 20mila calabresi che persero la vita in battaglia e in particolare dei fanti della “Brigata Catanzaro” che furono fucilati alla schiena nel 1917 per essersi rifiutati di tornare sul fronte, dopo essere stati inviati, senza alcun  riposo, sui vari campi di battaglia e aver subito numerose perdite. Ha superato le 500 visualizzazioni il videoclip, diffuso sul portale www.comunecatanzaro.it  e ideato da Sergio Dragone, con la regia di Pino Iannì e Vittore Ferrara, che rappresenta uno spunto di riflessione, rivolto soprattutto ai giovani, per riscoprire una pagina importante della storia italiana. La pubblicazione del video è seguita all’iniziativa del sindaco Sergio Abramo di sostenere la proposta di legge in discussione alla Commissione Difesa della Camera per la riabilitazione dei soldati italiani giustiziati durante la Prima guerra Mondiale.

La Brigata Catanzaro, costituita dal 141° Reggimento di Fanteria, si distinse per diversi atti eroici, guadagnandosi numerose benemerenze, come medaglie d’oro e d’argento al valore militare, e citazioni sui bollettini di guerra da parte del generale Cadorna. Uno degli episodi eroici, la conquista di una batteria di cannoni sul monte Mosciagh, venne addirittura immortalata sulla copertina della Domenica del Corriere. La rivolta dei fanti della brigata Catanzaro nell’acquartieramento di Santa Maria la Longa, a metà luglio del 1917, è probabilmente l’episodio più noto e significativo di rifiuto collettivo della guerra verificatosi nell’esercito italiano durante il conflitto mondiale.

L’Amministrazione Provinciale, per mezzo del consigliere  delegato alla Cultura, Sabatino Nicola Ventura, annuncia che  “nei prossimi giorni promuoverà un’apposita iniziativa,atteso che tanti giovani del territorio provinciale sono stati eroi della guerra 15/18 e arruolati anche nella Brigata Catanzaro”. Ventura chiede “al Presidente del Consiglio Comunale di Catanzaro di convocare un’apposita seduta per un ricordo e una riflessione sulla prima guerra mondiale e il contributo dei giovani catanzaresi”.

Quel Maggio del 1915

 

L’entrata in guerra  come capolinea della storia liberale italiana? Di certo cambiarono molte cose, per il Paese. Le manifestazioni interventiste si erano moltiplicate anche al Sud ed in Calabria: a Reggio, Cosenza e Catanzaro. La promessa di un futuro radioso fatta da chi a combattere manda gli altri si scontrò poi con  la dura realtà, permeata di orrore. L’orrore della guerra in sè. 

L’attimo che separa ‘eroismo’ e ‘codardia’ e barbarie come la decimazione subita dalla Brigata Catanzaro. Un ricordo di quando l’Italia decise di ritagliarsi una fetta di mondo usando le armi.

 

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Il 20 maggio 1915 il Parlamento italiano votava a favore della partecipazione della nostra nazione a quella che sarà poi chiamata Grande Guerra, a fianco dell’Intesa.

I voti a favore furono 407, 74 i contrari, 1 astenuto. Il 23 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. Il 24 maggio iniziarono le ostilità.

Sono trascorsi 100 anni da quel giorno e molti, rievocando quegli avvenimenti, oggi forse più che negli anni passati sentono che l’adesione a quella guerra fu l’atto finale dell’unità italiana. Eppure in quell’anno di neutralità la maggioranza degli italiani non era favorevole alla partecipazione alla guerra.

 

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Molti storici che hanno concentrato i loro studi su quella frazione di tempo che intercorre tra l’inizio delle azioni di guerra del 1914 tra Francia, Germania, Russia e Austria e il 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, evidenziano come proprio la dichiarazione di guerra da parte del governo Salandra sia stata l’inizio della distruzione dei principi liberali della nostra nazione a favore delle richieste di gruppi organizzati, ma minoritari nel paese, che seppero organizzare la piazza fomentando una parte dell’opinione pubblica. È il caso dello storico Antonio Gibelli che nel suo libro La Grande Guerra degli Italiani 1915-1918 (Ed. Rizzoli Bur Storia) scrive: il paese stava giungendo senza rendersene conto al capolinea della sua storia liberale.

E’ proprio in quei giorni, che i manuali scolastici ci ricordano come le radiose giornate di maggio di dannunziana memoria, che il destino dell’Italia venne indirizzato verso la  guerra e soprattutto verso quella deriva autoritaria che si dispiegherà appieno nel primo dopoguerra.  E’ in quell’anno di neutralità che in Italia andò a maturare il germe dell’uomo nuovo e della volontà di potenza della nazione italiana. Proprio quel 20 maggio del 1915, quando la Camera fu chiusa impedendo alla maggioranza dei deputati di esprimere il proprio voto per la neutralità (e quindi a favore di Giolitti contro Salandra, il quale portava avanti le istanze dell’intervento alla guerra), i Savoia, nella persona di Vittorio Emanuele III, imposero un taglio netto e definitivo con le prerogative del Parlamento in Italia. Vittorio Emanuele III fece proprie le istanze dell’interventismo nazionalista, democratico, rivoluzionario portate avanti da Battisti, Corridoni, DeAmbris, Mussolini, ma soprattutto legò indissolubilmente la monarchia alle richieste della rampante borghesia imprenditrice delle famiglie Agnelli, Pirelli, Perrone dell’Ansaldo. Consegnando l’incarico a Salandra, a scapito di Giolitti che portava avanti la neutralità dell’Italia – idea che rappresentava la maggioranza degli italiani – Vittorio Emanuele III scelse definitivamente il campo di coloro che parteggiavano, attraverso l’utilizzo della piazza, per l’intervento in guerra, così come nel 1922, dopo la marcia su Roma, avrebbe consegnato il destino dell’Italia a Mussolini sotto la pressione delle squadre fasciste.

 

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Ritornando a quel maggio 1915, proprio per scongiurare il ritorno al governo di Giolitti, saldo nei suoi propositi di neutralità, vennero organizzate numerose manifestazioni a favore dell’intervento in guerra. Molte di queste furono organizzate nel meridione ed in particolare in Calabria, con una consistente partecipazione a Reggio Calabria, Cosenza, Catanzaro. Caso emblematico della situazione calabrese è quella del deputato repubblicano, antigiolittiano, di Castrovillari Luigi Saraceni, il quale aveva promosso tra l’altro una sorta di cartello politico denominato ‘Pro Calabria’ con tendenze separatistiche, che inviò un telegramma a Salandra con il seguente testo:

Popolazioni calabresi sempre pronte ai sacrifici per la grandezza dItalia pretendono contro il cinico brigantaggio giolittiano asservito allo straniero aspettano fiduciosi che il V.S. Ministero eviti la guerra civile avviando con saldo cuore la patria al compimento dei suoi destini nella gloria del sangue.

 

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Non sappiamo quanti in Calabria condividessero le idee di un destino nella gloria del sangue per l’Italia, ma sospettiamo che fossero pochi, così come in tutta la nostra Nazione. E però, in quel maggio 1915, gli interessi del singolo – politico, nobile, borghese, industriale che fosse – fecero precipitare l’Italia in una guerra che paradossalmente avrebbe messo in atto, per la prima volta, una massificazione del singolo nel campo di battaglia. Infatti, proprio nella modalità dei combattimenti in trincea, si annullò l’individualità a favore di una spersonalizzazione del singolo. Si trattò di una conseguenza non prevista da molti, che aggravò ancor di più la conduzione di una guerra da parte di generali che non erano preparati a combatterla contro un nemico che pochi mesi prima era un alleato e senza alcun piano di attacco.

Il risultato di tutto ciò fu l’adozione, da parte dello stato maggiore italiano, soprattutto nei primi due anni di guerra, di piani militari sempre uguali, oramai superati dalla guerra di posizione nelle trincee, che sacrificavano migliaia di uomini mandati incontro alla potenza oramai sproporzionata delle armi da fuoco. I generali si ritrovarono a fronteggiare una guerra nuova con uomini – alcuni dei quali imbevuti di quelle nuove ideologie di massa che incominciavano a circolare all’interno delle trincee – spesso in preda al terrore e non ebbero altro metodo per affrontarla se non applicando in maniera tassativa e spietata il codice militare di guerra, compresa la fucilazione.

 

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In guerra, soprattutto in guerra, così come raccontano coloro che vi hanno partecipato in prima persona, gli atti di coraggio o di vigliaccheria sono la conseguenza di infinitesimali attimi che separano in modo irreversibile coloro che saranno ricordati come eroi da coloro che saranno ricordati come codardi.  Ma nei primi mesi di quella guerra, molti italiani morirono semplicemente perché inviati a combattere il nemico del tutto impreparati, con tattiche oramai superate dalla nuova tecnologia militare . Catapultati in quell’inferno, i calabresi che parteciparono alla Grande Guerra furono più di 176.000: di questi più di 20.000 non ritornarono più nelle loro famiglie (113 uomini ogni 1000 partiti), gli altri ritornarono trasformati per sempre, nel corpo e nello spirito.

 

prima guerra mondiale bis

Oggi si conosce tutto di quella guerra e sono molti gli studi che ci hanno consentito di ricostruire le vicende delle Brigate in cui furono inquadrati molti calabresi: la Brigata Catanzaro, quella decimata perché non volle ritornare sul fronte dopo soltanto pochi giorni di riposo seguiti a turni di mesi e mesi in prima linea sul Carso; la Divisione Brescia che fu mandata a combattere in Francia impiegata nei combattimenti nella difesa del Bois de Courton, sulla Mosa, allo Chemin des Dames e a Sissonela; la Brigata Ferrara che subì gli attacchi con il gas sul Monte San Michele; la Brigata Udine che conquistò la quota ‘Montanari’; la Brigata Jonio impiegata alla conquista del Monte San Marco. Conosciamo oramai la storia di molti calabresi che combatterono la guerra, i luoghi dove combatterono, i nomi dei comandanti e di coloro che furono insigniti di medaglie.

Ma quanti ricordano che tutte quelle morti furono causate da una votazione in un Parlamento  addomesticato alla volontà di una monarchia e di pochi altri che, convinti di dover portare l’Italia verso un futuro radioso, le fecero invece intraprendere un cammino verso una nuova e più feroce guerra e nuovi lutti?

Salvatore Scalise

L’Italia Risorgimentale: un ricordo per il catanzarese Giacinto De Jessi

 

 

 

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Una lapide marmorea ricorderà in via Scalfaro, 26, sua ultima dimora, il patriota catanzarese Giacinto De Jessi, ucciso nel corso della repressione borbonica nel 1823, in epoca Risorgimentale, a difesa del Regno delle Due Sicilie. Prevista una breve cerimonia istituzionale, alle 16.30.

Impegnato nel foro di Catanzaro come patrocinatore, Giacinto De Jessi fu uno dei capi della setta carbonara “Cavalieri Europei Riformati” fondata da Raffaele Poerio. Il giovane  era già stato coinvolto nel processo del 1821 per l’attentato al vescovo Clary.

Fu arrestato nei pressi della sua casa in via S. Maria del Mezzogiorno, condannato all’impiccagione  nel processo-farsa allestito dal De Matteis,(Commissario per le province di Catanzaro e Cosenza) e giustiziato nei pressi della Porta di Mare, insieme a Luigi Pascali, anch’egli catanzarese e Domenico Monaco, di Mendicino. Era il 24 marzo 1823, Lunedì Santo. E fu un chiaro messaggio di terrore inviato alla città, perchè mettesse da parte eventuali ansie di ribellione.

Prima di arrivare al ‘processo’, erano state avviate feroci repressioni e ‘interrogatori’ con l’impiego degli strumenti di tortura.

La proposta di commemorazione è stata avanzata da un  privato ed ha ottenuto l’assenso della Commissione Toponomastica comunale.

 

Nella Foto: una delle tante lapidi dedicate ai carbonari

Editoria: Bruno Gemelli, ” Lo strano delitto”, l’uccisione di Luigi Silipo

 

 

gemelli lo strano delitto

Chi era Luigi Silipo? Cosa sappiamo di lui? Non molto. Protagonista di questa vicenda, ma soprattutto vittima. Non c’è una sua biografia, si fa fatica a trovare tracce del suo vissuto. Eppure ebbe un ruolo importante nella vita politica di Catanzaro e della Calabria negli anni ’50 e ’60 quale membro del Comitato centrale del Pci. Il primo aprile 1965, all’età di 49 anni, fu barbaramente assassinato senza sapere da chi e perché. Verrebbe da dire, guardando al piombo che gli è arrivato addosso: “sette colpi per sette moventi”. Tante ipotesi senza venire a capo di nulla, tanti proiettili per essere sicuri che non sopravvivesse all’agguato notturno.

Timido, introverso, riservato, serio, preparato, rigoroso. Si è indugiato molto nel descriverlo come un abitudinario. Sempre gli stessi ritmi di vita, sempre fedele agli stessi orari. Paradossalmente fu ucciso il giorno in cui derogò alla sua abitudine di rincasare alle 20,30. Il sicario sapeva che Gigino – così era chiamato dagli amici e dai compagni di partito – quella sera sarebbe rincasato tardissimo? O lo attese per quattro ore sotto casa? E in queste quattro ore nessuno del rione si accorse della presenza di persone estranee all’ambiente? Dubbi rimasti senza risposta. Gli unici testimoni furono i mozziconi di sigarette “Nazionale” che gli inquirenti trovarono sul selciato del larghetto della Maddalena.

Luigi Silipo aveva nemici? Temeva qualche imboscata? La prima domanda rimane tutt’ora inevasa. La seconda ha una risposta  negativa, soprattutto alla luce di una lettera che scrisse cinque giorni prima di morire che trasmetteva progettualità.

Di Silipo, di un delitto dimenticato e di una città silente si parla nel nuovo libro del giornalista e scrittore Bruno Gemelli che venerdì 8 maggio alle 18 presenterà in prima nazionale il libro “Lo Strano delitto” alla libreria Ubik di Cosenza, intervistato dal giornalista Filippo Veltri.

 

Brigata Catanzaro: Abramo ascoltato in Commissione Difesa

 

 

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Il sindaco, Sergio Abramo,è stato convocato per un’audizione informale di esperti tenutasi oggi alla Commissione Difesa della Camera. Oggetto dell’incontro,l’esame della proposta di legge recante “Disposizioni concernenti i militari italiani ai quali è stata irrogata la pena capitale durante la prima Guerra mondiale”.

L’iniziativa fa seguito all’ appello rivolto da Abramo, nei giorni scorsi, ai componenti della stessa commissione affinchè la proposta di legge possa essere al più presto approvata consentendo la piena riabilitazione dei fanti della “Brigata Catanzaro”, tutti meridionali, che furono fucilati alla schiena nel 1917 per essersi rifiutati di tornare sul fronte, dopo essere stati sfruttati sui vari campi di battaglia e aver subito numerose perdite.

Abramo ha consegnato ai membri della commissione una pubblicazione storica sulla vicenda sottolineando, inoltre, il prezioso contributo fornito in termini di studi e ricerche dall’associazione “Calabria in Armi” presieduta da Mario Saccà. I componenti dell’organismo parlamentare presenti all’audizione si sono riservati di approfondire la documentazione e le proposte ricevute dal sindaco evidenziando che l’iter della proposta di legge sta avanzando speditamente e approderà presto in sede di votazione.

“La formazione del Regio Esercito che portò il nome di Catanzaro si distinse per diversi atti eroici, guadagnandosi numerose benemerenze, come medaglie d’oro e d’argento al valore militare, e citazioni sui bollettini di guerra da parte del generale Cadorna. Uno degli episodi eroici, la conquista di una batteria di cannoni sul monte Mosciagh, venne addirittura immortalata sulla copertina della Domenica del Corriere. Eppure, la “rivolta” del 1917 da parte di soldati ridotti allo stremo ha gettato una macchia di disonore sulla bandiera della “Brigata Catanzaro”.

“La legge in discussione”, ha commentato Abramo,” cancellerebbe un’onta per la storia italiana e restituirebbe onore e dignità ai tanti soldati condannati a morte. Il mio auspicio è che si possa lanciare al più presto un segnale importante contro tutti gli orrori della guerra(…)”.

Foto: la guerra di trincea