Category: STORIA E STORIE

L’inferno siriano e l’inverno dell’Occidente

La gravissima situazione internazionale, esplosa con la fuga disperata di migliaia di profughi, apre i riflettori – finora volutamente lasciati spenti – sull’emergenza Siria e sull’ urgenza di “fermare la guerra d’aggressione criminale” per evitarne la totale distruzione.  

L’ intervento di Vittorio Gigliotti, del Coordinamento Nazionale per la Pace in Siria 

Soldati siriani

Di fronte alle quotidiane tragedie relative all’immigrazione, oggi, il mondo occidentale, “civile” e “democratico”, manifesta tutta la sua ipocrisia con parole e facce: Angela Merkel, ex dirigente della Gioventù Comunista dell’ex Germania dell’Est, si commuove; Ban Ki-Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, appare meravigliato di quanto sta accadendo come se venisse da un altro pianeta; gli altri potenti dell’Occidente sulla stessa linea!

Attraverso la “disinformazione strategica che prepara, manipola, falsifica, occulta, inganna e orienta le opinioni pubbliche internazionali”, sembra si voglia far dimenticare che a scatenare le guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria siano stati coloro i quali oggi si commuovono dei milioni di profughi che abbandonano i loro Paesi; sembra si voglia far dimenticare il loro ruolo, sia nella destabilizzazione dei Paesi preparando le primavere arabe, sia nel pianificare e nell’attuare l’eliminazione dei vari “Rais”, “vecchi arnesi” con i quali il mondo intero, loro compresi, ha fatto affari.

Saddam Hussein, Hosni Mubarak, Mu’ammar Gheddafi, Bashar Al Assad dovevano cadere!

Rimane in piedi e resiste, ancora, la Siria di Bashar Al Assad grazie alla compattezza del suo popolo ed all’eroismo dell’esercito che ha perso un terzo dei suoi trecentomila uomini per combattere a difesa del proprio territorio contro l’internazionale criminale e terroristica coalizzata, addestrata, armata e finanziata dai padrini degli euro-petrol-dollari.

Grazie a loro, oggi, la Siria è un inferno!

Nella loro strategia di “instabilità costruttiva” che deve “creare e gestire conflitti a bassa intensità, favorire lo spezzettamento politico e territoriale dell’area e promuovere il settarismo e la pulizia etnico-confessionale” (da relazioni pubblicate da ex agenti dei servizi segreti francesi nel 2006 sulla politica statunitense in Medio Oriente), la “creatura ISIS” o il loro “strumento ISIS” sta funzionando alla perfezione!

Il risultato è ben visibile. Una guerra imposta dall’esterno e che dura da oltre quattro anni e mezzo e che ha prodotto distruzione e morte, stupri e violenze, stragi e deportazioni, decapitazioni ed esecuzioni, città e villaggi bombardati o rasi al suolo, chiese bruciate e cristiani crocifissi, 260mila morti e milioni di disperati che scappano da questo inferno.

Eppure “la Siria – dice Mons. Giuseppe Nazzaro, francescano ed ex Vicario Apostolico di Aleppo – per come la conosco, era il Paese più democratico di tutto il Medio Oriente […]. Quello che mi sta a cuore è che in Europa si sappia bene che cosa sta succedendo qui e in tutto il Medio Oriente e per colpa di chi. Questa è soprattutto una guerra di commercio. Siamo in una nuova colonizzazione che si traduce così: “Io vi do le armi, voi vi autodistruggete e poi vengo io a ricostruire tutto”. […] Noi stavamo benissimo. Vivevamo in pace. Ci hanno portato una guerra che è diventata guerra fratricida, che sta distruggendo un Paese che era bellissimo, ricco di storia e di civiltà.”. 

E’ necessario porre fine alla guerra d’aggressione ed all’embargo alla Siria e difendere un popolo stremato e innocente, e, nello stesso tempo, preservare e difendere quel mosaico di etnie, “culture e fedi millenarie, l’equilibrio di un sistema unico in tutta l’area mediorientale”.

L’Occidente vive la sua ora più cupa, l’inverno ha gelato quanto di grande e fiero ha manifestato nel corso della sua storia, rappresentato da un potere internazionale che crede solo nel dio denaro e per questo agisce scatenando guerre e devastazioni, che “imbarca interi popoli sui barconi” dopo aver distrutto i loro Paesi ed eliminato ogni autorità, creato l’anarchia e ridisegnando i nuovi confini con il sangue innocente.

Allora è necessario che ognuno faccia la sua parte, piccola o grande che sia: con la preghiera, per la conversione dei potenti responsabili di tanti orrori; con l’azione, di informazione e diffusione della verità sui tragici avvenimenti siriani e mediorientali perché “la menzogna, per attecchire, ha bisogno della complicità di chi, pur non essendo d’accordo, tace per convenienza o quieto vivere”; con il sacrificio che comporta la riscoperta “dell’orgoglio, della fermezza, di un cuore fervido” che non si lascia vincere dalla paura, e che agisce in modo disinteressato per ciò che è giusto, che sappia testimoniare e scoprire il senso vero della solidarietà come dovere morale.

 

Vittorio Gigliotti

Coordinamento Nazionale per la Pace in Siria

Presidente di Cantiere Laboratorio

 

 

Catanzaro:Giuseppe Petitto, sarebbe stato l’erede di Vittorio De Seta

Quando un artista viene a mancare in circostanze tragiche, come è accaduto al regista Giuseppe Petitto, nostro concittadino, morto a soli 46 anni in un incidente stradale all’alba del 2 settembre scorso, nei pressi di Pietragrande, sulla 106 Jonica, una persona diventa solo un numero, quello dell’ennesima vittima della strada.

giuseppe petitto 00

Se c’è una cosa che interessa ricordare in questo momento, è il lato artistico e professionale di Giuseppe Petitto. Aveva diretto il primo dei suoi cortometraggi a soli vent’anni, ma lo ricorderemo soprattutto come un eccellente documentarista, con grandi capacità di racconto e ottima perizia tecnica. Si è occupato un po’ di tutto, a 360 gradi, spaziando dai grandi personaggi del cinema (Federico Fellini, Leopoldo Trieste), per passare poi anche alla politica con “L’ultimo socialista”, dedicato a Giacomo Mancini, il senior, il capostipite.

Ma il campo dove è emerso di più lo spessore registico di Petitto è stato quello dei temi sociali. Non a caso, sotto questo aspetto, fu elogiato da autentiche leggende del cinema come Arthur Penn e soprattutto Martin Scorsese.

E Scorsese fu anche grande fan del più noto, fra i registi calabresi, anche se d’adozione, Vittorio De Seta. E la vita di Petitto, stroncata improvvisamente, ci impedirà di assistere alla crescita di un autore che si avviava a diventare il nuovo Vittorio De Seta. In questo senso, il documentarista Petitto aveva la sensibilità, la partecipazione emotiva, “l’occhio” di chi pur filmando la realtà ne rende partecipi gli spettatori, ma ne viene coinvolto egli stesso. E, per restare in tema calabrese, il documentario “Tredici”, dedicato alle vittime della tragedia del Camping “Le Giare” nel 2000 è un esempio encomiabile. Petitto riusciva a coinvolgere la propria personalità nel racconto che narrava con le immagini e le parole, anche quando queste ultime non erano le sue: una dote piuttosto rara per chi sta dietro la macchina da presa, e per certi versi – come nel suo caso – quasi irripetibile.

Giuseppe Petitto aveva messo bene a frutto gli anni passati a Roma e i grandi riconoscimenti internazionali.  Aveva realizzato anche un lungometraggio, al quale stava ancora lavorando: “Lucy in the sky”. E probabilmente anche in quel caso avrebbe aperto il suo sguardo partecipe, lo stesso che ebbe un Vittorio De Seta in “Diario di un maestro” o “Lettere dal Sahara”.

Con Giuseppe Petitto, scompare un artista che aveva ancora moltissimo da raccontare, ma anche l’artefice di un cinema davvero legato alla realtà. Ma soprattutto, pur rimanendo le opere, va via una forte speranza del cinema calabrese.

Aurelio Fulciniti

Partigiani: è morto Giuseppe Gianzanetti, la storia come esempio

E’ morto Giuseppe Gianzanetti, Partigiano. Lascia  un pezzo di storia, le paure, l’orrore e la memoria delle esperienze vissute. Ma anche un insopprimibile senso di libertà, bene irrinunciabile  in qualsiasi epoca.

Un ricordo del Comitato Provinciale ANPI ( Associazione Nazionale Partigiani Italiani) di Catanzaro, che pubblichiamo integralmente.

 

giuseppe giananzetti

Questa mattina, all’età di 99 anni è scomparso il Partigiano Giuseppe Gianzanetti.

Risale al 25 Aprile di quest’anno la sua ultima apparizione in pubblico insieme all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Nonostante le precarie condizioni di salute è intervenuto nella manifestazione tenutasi nella Sala della Giunta della Provincia di Catanzaro nella quale ha ricevuto la Targa di riconoscimento per il suo impegno nella Lotta di Liberazione e nella Resistenza.

Giuseppe Gianzanetti viveva  a Sellia Marina con la moglie e sempre circondato dall’affetto  dei figli e tanti nipoti.  La sua è la storia di un ragazzo del sud  trovatosi suo malgrado, prima militare di leva nelle valli del Cunese,  poi richiamato a combattere in Jugoslavia. Va ricordato che dopo l’8 settembre 1943 le due divisioni italiane Venezia e Taurinese  spedite  nel 1941  dal regime fascista ad occupare la regione del Montenegro decisero di non obbedire agli ordini del Gen. Dalmazzo della nona armata e presero invece la decisione di schierarsi con i partigiani iugoslavi, proprio come Giuseppe Gianzanetti  arruolatosi nella divisione Venezia.

giuseppe gianzanetti

Negli incontri e nelle conversazioni avute negli ultimi anni ha sempre ricordato il fastidio provato quando ragazzetto, previa imposizione,  doveva partecipare alle adunate e alle marcette del Sabato fascista a Sersale. Tanti sono stati i riconoscimenti  a cominciare dal Diploma d’Onore rilasciato dal Ministero della Guerra in ricordo della sua appartenenza durante la Guerra di Liberazione, contro la Germania, alla divisione Italiana Partigiana Garibaldi.  Porta la data del 20 Novembre 1945. Per continuare  con la concessione della Croce di Merito di Guerra dell’Esercito Italiano e ancora  la Medaglia d’ Oro del Governo d’Albania per coloro che hanno partecipato alle operazioni di guerra sul fronte albano-greco-jugoslavo dal 28 ottobre del 1940 al 23 aprile 1941. Il foglio matricolare conferma definitivamente la vita di Giuseppe Gianzanetti con le menzioni delle sue azioni di merito tali da essere  riconosciuto Partigiano Combattente.

Anche l’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini gli ha tributato la propria riconoscenza alcuni anni fa in una cerimonia organizzata dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia a Sellia nella sala del Consiglio Comunale. Da alcuni anni era Socio ad Honorem dell’ANPI. Nell’esprimere la vicinanza a tutta la famiglia, Il Comitato Provinciale  ricorda con molto affetto il Partigiano Giuseppe impegnandosi sin d’ora a non disperdere la sua Memoria.

 

Taverna (cz): 1876, un’unica lapide per carabinieri e briganti. “Qui assieme riposano”

 

ANTONIOLI VICE BRIGAD. RR. CARABINIERI

CADEDDU 7° BERSAGLIERI

COMBATTERONO BANDA SIINARDI

SPEGNENDONE CAPO CON DUE SEGUACI

UNITI CADDERO 23 Ottobre 1876

Qui

ASSIEME   RIPOSANO

Questo è quanto troviamo scritto in una bianca lapide posta in una dei luoghi più suggestivi della Calabria, la Chiesa di San Domenico a Taverna (CZ) conosciuta soprattutto perché custodisce al suo interno alcune tra le opere più belle del Cavaliere Calabrese, Mattia Preti.

La lapide, inserita nella terza colonna della navata di sinistra della chiesa, è forse una delle poche testimonianze esistenti sul nostro territorio del fenomeno del Brigantaggio post-unitario e ci ricorda che la Sila catanzarese fu teatro di scontri tra briganti e truppe governative sabaude, con Taverna punto nevralgico delle azioni di contrasto del fenomeno.

taverna tomba

Il brigantaggio in Calabria, in particolar modo quello del periodo post unitario, ha da sempre evocato un senso di fascino romantico in coloro che si sono avvicinati al racconto di quelle vicende.

La seduzione,  per personaggi e fatti, è data proprio da quella fase della storia d’Italia in cui le violenze e gli atti di prevaricazione divisero il campo tra coloro che portarono avanti le istanze di difesa dei vecchi ordinamenti borbonici, vecchie tradizioni, istanze sociali ed i rappresentanti del nuovo regno italiano, per meglio dire sardo-piemontese, che richiamarono a sé  la maggioranza della popolazione, non solo i grandi proprietari,  ma soprattutto quella borghesia liberale che fu attratta dalle nuove idee economiche e sociali portate dal governo piemontese. Ancora oggi quel periodo divide e viene visto per alcuni come un momento di eccellenza della nostra Calabria.

Non è qui il luogo per analizzare le cause profonde che portarono al fenomeno del brigantaggio, ma è sicuro che alcune novità introdotte dal regno dei Savoia nei nostri territori (leva militare, dazi sui consumi, controllo militare del territorio) furono le cause dell’avvicinamento di una parte della popolazione a parteggiare per le istanze dei cosiddetti briganti. Questo fenomeno si evidenziò in modo particolare  nel territorio della Sila, sia quella catanzarese sia quella cosentina, dove in un sistema parentale, come scrive Gaetano Cingari, cementato da solidi legami materiali e morali (una morale diversa e primitiva, ma non per questo meno sentita) l’irruzione della truppa regolare o delle squadriglie, mentre dava il segno della presenza dello Stato da tanta parte invocata accresceva tuttavia il consenso dell’ambiente popolare, popolazione che viveva in Sila, la maggior parte della quale sopravviveva in paesi isolati per la scarsità di vie di comunicazione e con inverni rigidissimi che rendevano questi luoghi del tutto inaccessibili dal resto del territorio.

Ed è proprio in questi territori che più forte si mostrò la risposta del nascente regno italiano. Con l’applicazione della Legge n. 1409 del 15 agosto 1863, nota come Legge Pica, si affrontò il fenomeno brigantaggio come una occupazione militare del territorio e si ‘punì la resistenza armata con l’immediata fucilazione e pene pesanti anche i semplici sospetti di complicità con i briganti’. Tra gli altri provvedimenti presi dal governo nell’applicare la Legge Pica vi fu la costituzione di un ‘Comando Tattico mobile in Sila’ che aveva come compito principale di effettuare rastrellamenti proprio nei territori ricadenti nella Sila Catanzarese.

briganti e gendarmi

Gli anni che vanno dal 1863 al 1869 furono quelli in cui l’attività delle bande di briganti fu particolarmente intensa, con la conseguente risposta di una brutale repressione da parte del regio esercito italiano e delle squadriglie formate da civili, repressione che fece un salto di qualità quando, nel 1865, il governo presieduto da Alfonso Lamarmora, primo militare ad essere nominato capo del governo del regno italiano (colui trasferì la capitale del regno da Torino a Firenze) inviò al comando della zona militare di Catanzaro e Cosenza il Tenente Generale Emilio Pallavicini di Priola,  colui che aveva fermato Garibaldi sull’Aspromonte. Anche nel territorio del catanzarese Pallavicini applicò il suo metodo, già sperimentato in altri territori del Sud Italia, che consisteva nel difendere ad ogni costo la popolazione che si era dichiarata vicina al nuovo governo evitando qualsiasi tipo di rappresaglie da parte delle bande di briganti. Nei pochi mesi di azione del Pallavicini, con indiscutibile durezza, furono perseguitati e rese inoffensive i componenti di alcune bande come quella di Pietro Corea di Albi con la banda di Tiriolesi e Gaglianesi, il brigante Chiellino di Carlopoli, Luigi Muraca di Cerva. L’azione portata avanti dal generale fu apprezzata non solo dal governo e dal re savoiardo ma anche dalla parte borghese e nobile di una città come Catanzaro, che attraverso il suo Sindaco, Vito Migliaccio, conferì la cittadinanza al Pallavicini per ‘aver restituito alla provincia la quiete e la sicurezza pubblica’. Non vi è dubbio che gli esponenti della borghesia e della nobiltà cittadina parteggiavano per i piemontesi, non fosse altro per la comunanza di interessi, cultura e lingue che univano loro, mentre al di fuori dai palazzi i contadini e montanari che parlavano a loro volta i rispettivi dialetti non comprendevano gli stranieri (Pasquale Amato, Il Risorgimento oltre i miti e revisionismi, Città del Sole Edizione).

L’appoggio di gran parte della popolazione spinse le truppe del regio esercito italiano, dal 1869, ad intensificare le attività anti brigantaggio. Attraverso l’utilizzo sempre più frequente di tattiche antiguerriglia, il regio esercito, con l’ausilio di volontari inquadrati nelle famigerate Squadriglie, incominciò a braccare senza sosta, e molto spesso senza pietà, i pochi gruppi organizzati di briganti che, non avendo più la protezione del territorio, oramai divenuto senza alcun segreto anche per le truppe italiane, non avevano altra scelta che quella di vagare da un territorio ad un altro della Sila.

Proprio come avvenne alla Banda dei Fratelli Siinardi di Pietrafitta (CS) che, protagonista delle scorribande tra i comuni di S. Giovanni in Fiore, Rossano, Acri, Savelli, si ritrovò circondata dalle truppe italiane che costrinsero gli appartenenti alla banda a spostarsi verso il territorio della Sila Catanzarese, ingaggiando dal 1872 una serratissima e drammatica partita per la sopravvivenza con la squadriglia del capitano Emilio Spina da Savelli. La Banda Siinardi si inoltrò sempre più nella Sila catanzarese tanto che teatro di questa tragica ricerca divenne il territorio del Comune di Taverna, in cui proprio per consentire una migliore azione contro i briganti fu istituita la caserma dei Rr. Carabinieri. La partita si concluse nell’ottobre del 1876, quando in un cruento conflitto a fuoco nei pressi di Taverna, in una zona denominata Fiumarella nei pressi del torrente Litrello, truppe del regio esercito, Rr Carabinieri coadiuvati dai squadriglieri del capitano Spina fermarono definitivamente la Banda Siinardi, chiudendo il periodo del brigantaggio.

La bianca lapide posta all’interno della Chiesa di San Domenico a Taverna vuole ricordare i caduti in quello scontro tra briganti e truppe governative. Ma non solo. Con quella ultima frase incisa nel marmo, QUI ASSIEME RIPOSANO, frutto non si sa di quale mano (a me piace pensare dell’animo amorevole e pacifico degli abitanti di quei luoghi) si vuole suggellare la fine di quel periodo, con l’intento di consegnare alla storia quei drammatici anni e alla misericordia di Dio le anime di chi si trovò a combattere su fronti opposti.

 

Salvatore Scalise

  

Taverna: discutendo su Mattia Preti e Gregorio Carafa

Storia dell’Arte e restauro della chiesa di San Domenico, a Taverna, al centro dei lavori  per la rassegna  Intermundia CulturAttiva, organizzata dall’Associazione Cosmos 3, dal titolo: “Due calabresi a Malta. Gregorio Carafa committente dei dipinti di Mattia Preti: per il quarto centenario della nascita del Gran Maestro dei Cavalieri di Malta Gregorio Carafa (1615-2015)”, a cura di Sante Guido (Restauratore e Storico dell’Arte) e di Giuseppe Mantella (Restauratore).

 

sante guido e giuseppe mantella taverna

All’interno della chiesa, con il noto dipinto del “Cristo tonante” collocato sull’altare maggiore, i due studiosi hanno esaminato ed esposto ad un pubblico molto interessato alcune opere dell’artista calabrese mettendole in relazione con la figura di Gregorio Carafa, nato a Castelvetere, l’attuale Caulonia e divenuto nel 1680 Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

Molte opere che Preti realizzò a Malta infatti sono state commissionate dallo stesso Carafa, inoltre l’artista sotto il suo regno eseguì una serie di opere che poi inviò anche nella sua città natale Taverna. I due  relatori sono  tra i più importanti restauratori oltre che studiosi dell’opera pretiana, soprattutto di quella maltese, relativa alle tele e ai materiali utilizzati dall’artista, elementi fondamentali per chiarire anche eventuali dubbi sulle opere.

Nel corso dei lavori, è stato reso omaggio a Francesco Guerrieri, scomparso recentemente,uno tra i più importanti artisti catanzaresi, cittadino onorario di Taverna dal 2005 a cui il Museo Civico della città ha dedicato un’intera sala.

Ha partecipato ai lavori una folta rappresentanza istituzionale per la stessa Taverna, ma anche  per Sellia, Carlopoli, Zagarise, Magisano.

In serata, per l’occasione, le chiese di Santa Barbara e San Domenico sono rimaste aperte al pubblico dalle ore 21.30 fino alle ore 23.00. I visitatori sono stati guidati nella comprensione degli importanti capolavori custoditi al loro interno dai membri dell’Associazione Culturale COSMOS 3.

De Gasperi: ricordo del Cdu a Catanzaro. Galantino(Cei), un esempio

Sessantuno anni fa, il 19 agosto 1954, moriva Alcide De Gasperi. Storico leader della Democrazia Cristiana, nata dal Partito Popolare di don Luigi Sturzo e statista di primissimo piano nell’Italia che, uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, doveva avviare la ricostruzione.

Antifascista, è stato alla guida di ben 8  governi che si sono susseguiti  dal 10 dicembre 1945, a dopo la proclamazione della Repubblica, fino al 1953.

alcide de gasperi

De Gasperi  ricordato oggi anche nel capoluogo di regione, in Calabria. Dopo una funzione religiosa,alle 11.00, la commemorazione nella sede CDU di Catanzaro, in via San Nicola, alla presenza del segretario generale, Mario Tassone.

Intanto, in una sua ‘lectio’, consegnata a Pieve Tesino, in Provincia di Trento, centro nel quale il 3 aprile 1881  era nato De Gasperi, il segretario generale della Conferenza Episcopale, mon. Nunzio Galantino, ex vescovo di Cassano allo Ionio, ricorda : “ I veri politici segnano la storia ed è con la storia che vanno giudicati: solo da quella prospettiva, che non è’ mai comoda, si possono percepire grandezze e miserie dell’umanità “.

E ancora:  “La politica non è forse quella che siamo stati abituati a vedere oggi, un puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi. La politica è  ben altro, ma per comprenderlo è inutile prodursi in interminabili analisi sociologiche o in lamentazioni, quando e’ possibile guardare a esempi come quello degasperiano”.

 

 

Sulle orme di Gioacchino da Fiore

camminata ecologica

Dopo le Camminate Gioachimite che il Gruppo Escursioni Ecologiche del Comitato UISP di Catanzaro ha organizzato dal 16 al 19 luglio,  percorrendo a piedi i sessanta chilometri che separano l’Abbazia di Corazzo da quella Florense di San Giovanni in Fiore,  altre iniziative sono già in cantiere. Infatti, gli escursionisti “uispini”, sempre stimolati dal volere  scoprire i luoghi in cui ha vissuto ed operato l’abate Gioacchino da Fiore, stanno programmando per sabato 1 agosto p.v. una Camminata Ecologica nei territori del Comune di Aprigliano e più precisamente nella zona di Tassitano e Gisbarro.

L’iniziativa, in dettaglio, vedrà gli escursionisti raggiungere una antica costruzione che, secondo gli organizzatori potrebbe essere l’Abbazia di Tassitano fatta edificare da Gioacchino da Fiore intorno al 1195.

camminata ecologica 02

Infatti, nel 1194, dopo la morte di Tancredi, subentrò nel Regno di Sicilia Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, il quale concesse a Gioacchino da Fiore un vasto tenimento in Sila e privilegi sovrani su tutta la Calabria. In questo periodo Gioacchino fondò i monasteri di Bonoligno e di Tassitano, oltre ad acquisire altri monasteri già italo-greci. In virtù del patrimonio terriero ed ecclesiale acquisito, Gioacchino da Fiore si recò a Roma ricevendo da Papa Celestino III l’approvazione della congregazione florense, e dei suoi istituti,  il 25 agosto 1196.

Secondo Riccardo Elia, Walter Fratto, Franco Primiero, Felice Izzi ed Eugenio Attanasio, componenti del gruppo escursionistico dell’UISP, che da mesi stanno perlustrando la zona, il sito, per dimensioni, esposizione e localizzazione, potrebbe essere  riconducibile al frate di Celico, fondatore dell’ordine florense e maestro della civiltà europea.

 

Russel Grandinetti: da Conflenti a vicepresidente di ” Amazon.com”

Una storia d’emigrazione a lieto fine. A narrarla ai suoi concittadini, sarà lo stesso Vice presidente mondiale di un colosso dell’informatica quale “Amazon.com”, Russel Grandinetti.

Di origini calabresi, Grandinetti sarà ricevuto con tutti gli onori  a Conflenti, il prossimo 24 luglio. La giornata di celebrazioni, inizierà alle 9.30, qunado incontrerà sindaco e Consiglio Comunale.

Come ricorda il primo cittadino del piccolo centro della Provincia di Catanzaro, Giovanni Paola, “ Il nonno di Russell, Rosalbino Grandinetti, nato nella nostra comunità il 1900, di professione falegname, è emigrato nell’America del Nord il 18 gennaio 1921, in cerca di una migliore qualità di vita”.

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“La ricostruzione storica familiare consente di poter offrire all’illustre ospite, tutti quegli elementi di forte impatto emotivo, come la riscoperta della vecchia abitazione di famiglia, che si trova in un contesto di fitta urbanizzazione edilizia, dove allora c’era un’intensa vita pulsante, per i sapori e profumi stagionali (dal mosto al vino, fino alle produzioni di conserve di uso domestico), per le numerose botteghe artigiane, per le molte attività che vi si svolgevano, e per  il pullulare di gente che rendevano pieno di vita il quartiere”, continua Paola “  oggi quel luogo ha assunto un aspetto spettrale, dove alla chiara testimonianza dei residui edilizi, espressione di pregressi scenari di vita intensa e molto condivisa, si intravede solo qualche sporadico insediamento abitativo, dove predomina l’individualità familiare, la cui comunicazione non è più rivolta all’ambito locale ed al quartiere, ma verso tutto il mondo, con l’ausilio delle antenne paraboliche, del P.C. e la cultura della connessione nelle reti”.

Conflenti

Come conciliare  allora, le tradizioni anche rurali di un piccolo centro della Calabria con quelli che possono essere gli interessi di un  manager di fama?

“Ci sono tutti gli elementi di suggestione per paragonare il passato (l’essenziale e l’esaltazione  degli scambi interumani), con il moderno (scarsa comunicazione interumana, ma più globalizzazione)”, è sempre il sindaco a parlare, “ per quella giornata si è pensato di riprodurre il tempo che fu, attraverso una rappresentazione dei vecchi valori, dei profumi, della musica e dei dati gastronomici, legati alle antiche tradizioni popolari. Per far questo è stato elaborato un programma analitico di intrattenimenti, di scambi culturali, di produzione musicale, di riscoperte di vecchi laboratori artigiani e di sapori antichi.Ma ci sarà spazio anche per il simbolismo dal significato molto intenso, come la riapertura della porta d’ngresso di quell’abitazione, al numero civico 6 di Vico VIII Garibaldi, che Rosalbino “il nonno”, quel 18 gennaio del 1921 pensò di aver chiuso definitivamente, non facendo però i conti con il “grande” nipote Russell (l’acronimo americanizzato dell’italico “Rosalbino”) che, dopo circa 79 anni, ha inteso ricercare le Sue origini, con una incredibile spinta emotiva”.

Russel riceverà naturalmente la cittadinanza onoraria. Ma, soprattutto l’affetto  dei suoi concittadini conflentesi : “(…)  abbiamo imparato, prima ancora di conoscerlo, a volergli bene davvero”.

 

Nelle Foto: Russel Grandinetti con sullo sfondo la casa dei propri familiari. Una veduta di Conflenti.

 

La Battaglia di Maida (Cz), 4 luglio 1806

Il mattino della battaglia era uno de’ più belli e sereni ch’io n’abbia mai veduto in Italia. Al levare del sole le masse gigantesche degli appennini, le verdeggianti risaie, i lussureggianti vigneti, le città e i paeselli biancheggianti di mezzo alla verzura, i conventi solitari, i castelli feudali, le chiesuole rusticane, i boschi ondeggianti – tutto fu inondato di una luce di oro purissimo.

Ma noi non ci demmo pensiero delle magnificenze ineffabili della splendida natura meridionale, si del nemico soltanto in posizione davanti a noi, e mentre i nostri tiragliatori già cominciavano a scaramucciar coi francesi noi non potevamo non pensare al sangue che doveva scorrere anzi che quel sole glorioso che illuminava si rituffasse nella marina. Sarò io vivo ancora per ammirare il tramonto, come ora il nascere?

 Il brano è tratto dallo scritto di James Grant del 1848,  pubblicato in Italia nel 1863 con il titolo I Briganti nel 1806 ovvero una spedizione nelle Calabrie, memoria di un aiutante di campo inglese. Il romanzo narra le vicende di un ufficiale inglese che partecipò all’operazione britannica denominata Descend on Calabria: una serie di azioni culminate  in quella che poi sarebbe stata conosciuta come la Battaglia di Maida (4 luglio 1806).

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Il combattimento si svolse lungo il tratto di pianura dove scorreva il fiume Amato, sotto le colline di Maida, tra truppe britanniche, sbarcate nei pressi del Golfo di S. Eufemia vicino a Sambiase (allora San Biagio), e quelle francesi provenienti da Scilla, Monteleone e Catanzaro. Gli scontri durarono meno di mezz’ora, ma furono violentissimi, tanto da provocare la perdita di oltre 2000 francesi tra ufficiali e militari di truppa e oltre 300 britannici.

Uno scontro breve che ebbe una rilevanza notevolissima in Gran Bretagna e tra coloro che erano contrari a Napoleone; il motivo va ricercato soprattutto nel fatto che quello di Maida fu il primo combattimento sulla terra ferma tra britannici e francesi. Ed è proprio per questo motivo che la Battaglia di Maida fu successivamente ricordata in molti scritti di storia militare, soprattutto inglesi, mentre i francesi ricordarono questo scontro come l’affaire de Saint Euphéme, e come scriveva il col. Pietro Luccio:

la vittoria di Maida ebbe un eco grandissimo in tutta la Calabria, in Sicilia, dovunque erano avversari di Napoleone: ad essa si volle dare importanza assai superiore a quella che era in realtà: lo Stuart fu creato Conte di Maida i giornali inglesi esaltarono il valore delle truppe […] e si volle attribuire il successo ad una nuova tattica … quasi l’inizio di un’era nell’arte militare.

Gli avvenimenti che portarono allo scontro di Maida sono da ricercare nel proclama di Schӧnbrunn del  dicembre 1805, con il quale Napoleone Bonaparte dichiarava decaduti dal trono i Borboni di Napoli ordinando al Maresciallo Massena di occupare immediatamente i territori del regno. Così mentre lo stesso Maresciallo Massena rimaneva in difesa della città di Napoli, il generale Duhesem veniva inviato alla conquista della Puglia ed il generale Reynier nelle Calabrie per sbaragliare quello che rimaneva dell’esercito borbonico, comandato dal generale Damas. Così il 6 marzo del 1806 l’esercito di Reynier si diresse verso Lagonegro e successivamente su Castrovillari per affrontare il Principe di Canosa e i suoi armati. Il 9 marzo Reynier puntò decisamente verso Campotenese dove sbaragliò il generale Damas con il grosso dell’esercito borbonico. Il 17 marzo 1806 Giuseppe Bonaparte fu posto sul trono del Regno di Napoli.

Nello stesso momento in cui le truppe francesi misero piede nel territorio del regno di Napoli, re Ferdinando IV di Borbone, sua moglie Maria Carolina ed i più alti dignitari di corte si rifugiarono in Sicilia sotto la protezione della flotta e delle truppe britanniche a capo delle quali vi era il maggior generale Stuart. E così mentre Giuseppe Bonaparte visitava le città del suo regno, tra cui il 24 aprile 1806 Catanzaro, ospite della famiglia De Nobili della Bagliva nel Palazzo di Santa Chiara, ed i calabresi iniziavano ad insorgere contro la presenza dei francesi nei loro territori (come a Soveria  Mannelli), Ferdinando IV e soprattutto sua moglie Maria Carolina incominciarono a tessere trame diplomatiche con i britannici affinché i Borboni potessero realizzare la riconquista del Regno di Napoli.

Il primo atto di questa strategia (come ci dice Leopardi Greto Ciriaco nel suo intervento al Convegno di Studi di Maida del 6 e 7 novembre 1982 dal titolo La battaglia di Maida nella storia mediterranea e calabrese) fu quello attuato da Ferdinando IV quando, con apposito decreto firmato a Palermo nel giugno 1806, affidava l’intera operazione di riconquista della Calabria al contrammiraglio inglese Sidney Smith, al quale veniva assegnata  la direzione delle truppe borboniche con piena facoltà di utilizzare i corpi volontari comandati da persone di fiducia della corte borbonica.

Mentre Ferdinando IV e la sua corte consideravano la conquista della Calabria come il primo passo per la riconquista del Regno di Napoli, i britannici avevano un solo scopo: difendere la Sicilia e l’Isola di Malta da una eventuale invasione francese mantenendo libere le vie verso le colonie indiane. In questa ottica la strategia del comandante della flotta del Mediterraneo ammiraglio Collinwood fu quella di effettuare delle spedizioni navali per contrastare l’avanzata delle truppe francesi verso la Sicilia, con lo sbarco di unità leggere di fanteria che avrebbero ingaggiato dei brevi scontri con le truppe francesi e si sarebbero di nuovo imbarcate, senza alcuna altra possibilità di avanzare e conquistare il territorio.

Attore principale di questa strategia fu il contrammiraglio William Sidney Smith, con base a Palermo: con la sua nave ammiraglia Pompeo ed altre unità, incominciò quelle attività di contrasto ai francesi lungo le coste, come quella ad esempio del 26 giugno del 1806, quando diede supporto all’insurrezione di Amantea. Proprio dopo questa azione al contrammiraglio Smith si presentò l’occasione di intraprendere un’azione di sbarco per affrontare le truppe francesi.

I Britannici erano a conoscenza che le truppe francesi nella Calabria Citeriore, al comando delle quali vi era il generale Verdier, erano impegnate ad affrontare le insurrezioni della popolazione calabrese, che addirittura minacciavano la città di Cosenza, mentre il generale Reynier nella Calabria Ultra aveva poco più di 7000 uomini dislocati tra Scilla, Monteleone, Nicastro, Catanzaro e Crotone. Tale situazione, se ben sfruttata, avrebbe consentito di affrontare le truppe francesi in modo separato, senza possibilità di aiuto reciproco.

Così nacque l’operazione Descend on Calabria con Sidney Smith e Stuart che decisero di sbarcare a Sant’Eufemia con un corpo di spedizione di poco meno di 6000 uomini al centro dei due schieramenti francesi.

 

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Il 1 luglio 1806 le prime compagnie di fanteria leggera britannica ed un battaglione di granatieri sbarcarono nei dintorni del Bastione dei Cavalieri di Malta, come avanguardia, per preparare il terreno e predisporre ricognizioni in profondità. Il primo scontro avvenne con un distaccamento di francesi e polacchi che ebbero la peggio, consentendo ai britannici di avanzare verso Sambiase dove accesero le speranze della popolazione locale alla ribellione. Nei giorni successivi, il corpo di spedizione britannico consolidò le proprie posizioni e cominciò ad avanzare alla ricerca del grosso dell’esercito francese. Il contatto visivo avvenne il pomeriggio del 3 luglio quando l’avanguardia britannica individuò l’esercito francese nei pressi delle colline di Maida.

Così si arrivò all’alba di quel 4 luglio 1806, quando le truppe britanniche incominciarono ad avanzare su quattro colonne con l’intento di attaccare il fianco destro francese, con le spalle protette dalla flotta di Sidney Smith. I due eserciti si ritrovarono verso le 9 del mattino a meno di 100 metri l’uno dall’altro: i britannici avevano la linea avanzata composta dalla fanteria leggera, con a capo il ten. col. Kempt, e dal 35° battaglione del maggiore Robinson in attesa, nella caratteristica posizione che sarà conosciuta come la sottile linea rossa; i francesi avanzavano compatti nella loro azione a colonne di compagnia. Le scariche dei fucili britannici assestarono un duro colpo alle colonne francesi che in pochi minuti furono dimezzate. La battaglia si poteva dire conclusa. Lo schieramento britannico vinse su quello francese quel giorno non certo perché, i Britannici erano superuomini ma semplicemente perché, come scrive Raul Gueze

la sottile linea rossa significava che ogni battaglione schierava 600 uomini in doppia fila spalla a spalla per 320 metri mentre la colonna francese schierava in prima fila solo 132 combattenti. La colonna francese, prima di effettuare lo sfondamento, poteva ricevere da 50 metri una doppia serie di 600 colpi ai quali era in grado di opporre solo 132 colpi in buona parte perduti perché i francesi tiravano in movimento mentre gli inglesi immobili avevano agio di mirare. I britannici ebbero la meglio a Maida perché 600 proiettili ben mirati è 4 volte più potente di 132 mal diretti.

Lo schieramento della sottile linea rossa appresa dai britannici nel lontano Quebec (la nuova tattica di cui parlava il col. Lucci) fu poi perfezionata e con Wellington raggiunse il massimo della sua efficienza, e sempre i francesi ne subirono le conseguenze come ad esempio in Spagna. E quando lo stesso Reynier, uno dei protagonisti della battaglia di Maida, fu battuto dai britannici in Portogallo, Napoleone – così si dice – affermò: nessuno ha imparato niente da Maida. All’interno del Museo Storico Militare ‘Brigata Catanzaro nel del Parco del Biodiversità, nella sala dedicata alla Battaglia di Maida è posto un diorama, che in modo del tutto didattico, fa apprezzare e capire ai visitatore in cosa consistesse questa nuova tattica britannica della sottile linea rossa.

Ritornando a quel 4 luglio 1806 i francesi abbandonarono il campo di battaglia, in alcune circostanze anche in modo del tutto disorganizzato, convinti molto probabilmente di essere inseguiti dai britannici, e si ripararono prima a Catanzaro e dopo a Crotone. Ma la tattica dei britannici era chiara, l’intento era quello di logorare i  francesi per ritardare il più possibile una concentrazione di truppe verso la Sicilia, nessuna intenzione di avanzare nell’entro terra e liberare fette di territorio calabrese dal giogo dei francesi. I britannici dopo lo scontro si reimbarcarono sulle loro navi e raggiunsero la Sicilia per godersi il loro successo, lasciando ai ribelli calabresi, non del tutto consapevoli della strategia Britannica, a combattere duramente con la speranza di liberare in modo definitivo la loro terra dai francesi, con il solo risultato di conoscere i tribunali militari francesi e le stragi di massa. I francesi conservarono il controllo delle Calabrie fino al tradimento di Murat, e solo con il congresso di Vienna i Borboni riuscirono a riavere il loro regno ed i calabresi a considerarsi liberi dallo straniero.

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Molto è stato scritto sulla Battaglia di Maida, e alcuni di questi testi sono ancora reperibili, ma un libro vorrei segnalare in particolare, Anatomia di una disfatta. La battaglia di Maida del 4 luglio 1806, Franco Pancallo Editore 2011, un libro scritto da un appassionato collezionista e studioso del periodo napoleonico, Salvatore Moschella, già ufficiale superiore della sanità dell’esercito, che si è dedicato alla ricostruzione della battaglia con il risultato di avere dato la possibilità, a chi esperto di storia militare e del periodo napoleonico non è, di appassionarsi a vicende che si sono svolte nella nostra Calabria. Bisogna ancora ricordare che se oggi conosciamo molto di quella battaglia tanto è dovuto a coloro che, in tempi e modi diversi, hanno voluto tramandare la storia della battaglia di Maida: penso a tutti gli studiosi di storia locale, al Comune di Maida, alla pro loco di Maida, all’Associazione La Lanterna, che hanno cercato, riuscendoci, di far rimanere sempre acceso l’interesse su quelle vicende attraverso l’organizzazione di convegni e altre iniziative.

Del resto ancora oggi la Battaglia combattuta a Maida non è particolarmente ricordata nella nostra storia locale, avvenimento invece che ha avuto un posto significativo nella storia e nell’immaginario del Regno Unito, tant’è che la toponomastica di uno dei quartieri più noti di Londra, Maida Vale, ricorda da secoli quel breve ed intenso scontro combattuto a Maida tra i due più organizzati eserciti di quell’epoca.

Salvatore Scalise 

 

 

Unità D’Italia: i dannati di Fenestrelle

 

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La Fortezza di Fenestrelle, in Piemonte. A molti questo luogo non suggerirà nulla, nell’immediato. Eppure – secondo quanto riferito da numerosi storici – fu un autentico lager ante litteram. Vi finirono dentro, dopo la sconfitta del Regno delle Due Sicilie, molti soldati rimasti fedeli ai Borboni o comunque a quella che consideravano a tutti gli effetti la loro patria.

Gli avvenimenti che si susseguirono intorno all’Unità d’Italia , videro la persecuzione di ufficiali e soldati borbonici, in particolare proprio a Fenestrelle. Tra questi anche dei calabresi.Lasciati in preda a malattie, freddo e stenti, alcuni di loro si organizzarono per una rivolta, repressa nel sangue. Altri fecero finta di arruolarsi per poter poi disertare ed unirsi alle bande dei briganti.

Moltissimi finirono sepolti in una vasca, che fungeva da fossa comune, ricoperta di calce.

I prossimi 4  e 5 luglio, i “Comitati delle Due Sicilie”, associazione storico-culturale d’impronta borbonica, si recherà sulle alpi piemontesi per un omaggio a tutti coloro che sono morti all’interno della fortezza.

 

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Al ritorno, si ritroveranno davanti al museo lombrosiano. Cesare Lombroso, criminologo, aveva elaborato la teoria in base alla quale un essere è criminale per nascita, nel senso che certe forme del cranio, o comunque certe caratteristiche anatomiche, non possono che essere associate a comportamenti necessariamente criminosi.

Non è tutto. “ Lombroso credeva che una persona nata a Sud doveva per forza essere inferiore ad una nata nell’area nordica”, aggiunge Francesco Camastra, delegato catanzarese per i “Comitati delle Due Sicilie, “dunque,uno dei primi razzisti della storia”.

 

Per completezza d’informazione, occorre ricordare che alcuni autorevoli  storici,come Alessandro Barbero, nel suo libro ” I Prigionieri dei Savoia”(Laterza) fanno della vicenda una ricostruzione diversa.In sostanza, un falso mito quello di Fenestrelle come lager per i soldati borbonici. 

E.S.

Nelle Foto: Fortezza di Fenestrelle e lapide a ricordo dei soldati morti all’interno del carcere.