Category: CULTURA

Catanzaro, Giuseppe Longo al Circolo Placanica: ecco in mostra “Kapsi”, l’arte di strada

Scoprire e valorizzare i giovani talenti della città. E’ la  proposta del Circolo di cultura “Augusto Placanica ”  che , dopo la consueta pausa festiva, riprende a pieno regime l’attività nel capoluogo di regione con un primo appuntamento orientato proprio in tal senso.

Dal 10 al 18 Gennaio, la sede del Placanica ospiterà la mostra “Kapsi” di Giuseppe Longo, artista catanzarese laureatosi all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro e con numerose mostre a Roma e nel resto d’Italia all’attivo, alla continua ricerca di sbocchi e sfoghi all’interno della realtà locale.

Con uno spiccato interesse verso la street art e le opere del noto writer inglese “Banksy”, Longo elabora un’originalissima e personale concezione di Arte, definendola come uno “strumento per il capovolgimento delle certezze precostituite della società”. Si spiega così l’utilizzo di materiali di scarto trovati casualmente dall’artista per creare opere raffiguranti icone e slogan della società contemporanea che, abbandonando la loro veste originaria di ideale, adesso sono semplici oggetti seriali di produzione massiva.
Arte di strada fatta grazie alla strada, ai materiali che Longo ritrova e che inserisce nei propri lavori, creando dunque opere che, con la presenza di materiale organico, cambiano e subiscono il tempo come lo spettatore, in una condizione di curiosa parità.
Una mostra interattiva, in cui visitatore e Autore sono accomunati dallo stesso desiderio di comunicare impressioni e visioni in qualsiasi forma artistica, che realizza in pieno il desiderio del gruppo giovanile del Placanica (coordinato da Mariarita Albanese) di creare una rete culturale di contatti e condivisioni tra i tanti giovani artisti locali, il più delle volte sconosciuti con molto da offrire ad una Città che ha bisogno di una rinascita culturale completa e piena.
L’inaugurazione si terrà giorno 10 alle 18:30, presso la Sede del Circolo in piazzetta La Russa. L’orario della mostra nei giorni successivi è dalle ore 16:00 alle 20:00. Ingresso gratuito.

 

Cultura: I ‘tesori’ di Soriano.Caligiuri, un patrimonio da diffondere

Occorre illuminare i nostri tanti tesori, facendoli conoscere prima di tutto ai calabresi”. E’ quanto ha affermato l’Assessore Regionale alla Cultura Mario Caligiuri a Soriano, dove ha visitato la Biblioteca del Convento di San Domenico e il Museo dei Marmi. Caligiuri, che era accompagnato dal Consigliere Regionale Ottavio Bruni, e’ stato dapprima ricevuto nel Convento di San Domenico dal Priore Remigio Romano ed ha poi visitato, guidato dal Direttore Padre Michele Fortuna, la biblioteca che contiene 23 mila preziosi volumi, tantissimi dei quali stampati dal 1400 fino al 1700, un patrimonio unico che va protetto e valorizzato. Non a caso, nel Diciassettesimo secolo c’era addirittura una stamperia presso il Convento di Soriano, noto per il famosissimo miracolo, avvenuto la notte del 15 settembre 1530, quando a frate Leonardo da Grotteria venne donato un quadro del Santo dalla Vergine, da Santa Maddalena e da Santa Caterina d’Alessandria. L’Assessore Caligiuri si e’ poi recato presso il Museo dei Marmi, ricevuto dal Sindaco di Soriano Francesco Bartone. Il Museo, istituito nel 2009, contiene opere che provengono dall’antico convento, tra cui anche un’opera attribuita a Gianlorenzo Bernini. Caligiuri ha anche incontrato una delegazione di studenti che hanno partecipato al progetto di educazione all’archeologia “Calabria Jones” e Antonio Tripodi, Direttore della Biblioteca Calabrese, fondata nel 1981 da Nicola Provenzano, che l’ha generosamente animata fino alla scomparsa, avvenuta nel febbraio di quest’anno. Nella Biblioteca Calabrese si trovano oltre 100 mila volumi sulla nostra regione, comprese prime edizioni originali a stampa delle opere di Gioacchino da Fiore, Tommaso Campanella e Bernardino Telesio.

Operetta: una Vedova Allegra con…il ‘morzello’

Il Festival d’Autunno, ieri sera, al Teatro Politeama di Catanzaro ha chiuso la sua X edizione con la spensierata leggerezza de “La vedova allegra”, in assoluto la più amata tra le operette.

La trama, conosciuta da tutti, è ambientata nell’ambasciata parigina del Pontevedro. Lì il conte Danilo Danilovich (Massimiliano Costantino), scapolo d’oro conteso da tutte le donne del regno, è il prescelto dal Barone Zeta (Armando Carini) come candidato per sposare la bellissima Anna Glavari (Elena D’Angelo). Perdere l’eredità di cento milioni di dollari lasciatele dal marito, banchiere di corte, sarebbe una grave perdita per il Pontevedro. I tentativi di avvicinare i due si muovono tra equivoci ed eventi provocati dal cancelliere Njegus (Umberto Scida), ammalato di siccitopatia, una malattia causata dalla mancanza di pioggia e conseguente umidità, e trovano grande respiro grazie alle musiche di Franz Lehar. Alla fine, ovviamente, l’amore  trionfa.

La lettura voluta da Umberto Scida, che dell’operetta ne è anche regista, non si discosta dai canoni classici della stessa e al tempo stesso conferisce alla vicenda un taglio più vicino ai nostri tempi. Inserire nel banchetto il “morzello”, piatto tipico catanzarese, o tra i codici “tassativi” l’ICI, l’IRPEF e l’IVA aggiunge una contestualizzazione che dà maggiore forza ad una storia ambientata nella fine dell’Ottocento.

Scida riesce a mantenere alto l’interesse del pubblico, evidenziando in maniera positiva il brio e la brillantezza tipiche dell’operetta e non trascurando di far risaltare la malinconia decadente di quei tempi.

 

Pittura: Mostra su Savelli
al Museo Marca

A 17 anni dalla grande rassegna organizzata al Pecci di Prato, il museo MARCA presenta la più esauriente retrospettiva sino ad ora realizzata di Angelo Savelli (1911-1995).
Attraverso 70 opere tra dipinti, sculture e ceramiche, la rassegna ha lo scopo di focalizzare l’attenzione su uno dei più significativi protagonisti del dopoguerra, rimasto ingiustamente in ombra per troppo tempo pur avendo rivoluzionato radicalmente il modo di fare pittura con esiti che lo pongono in relazione con Lucio Fontana, Piero Manzoni e Salvatore Scarpitta. Ma anche con gli americani Barnett Newman e Ad Reinhardt.
Angelo Savelli. Il Maestro del Bianco, a cura di Alberto Fiz e Luigi Sansone, attualmente in corso,resterà aperta sino al 30 marzo 2013. La mostra è organizzata dalla Provincia di Catanzaro con il contributo della Regione Calabria.
La riscoperta di Savelli non poteva che partire dalla Calabria che dedica un doveroso omaggio al suo illustre cittadino nato nel 1911 a Pizzo Calabro e che proprio in questa regione ha avuto i suoi primi riconoscimenti con il Premio Mattia Preti ricevuto nel 1935 a cui seguì la partecipazione alla Biennale di Reggio Calabria. Sebbene nel 1954 si fosse trasferito a New York, non dimenticò mai i legami con la sua terra e nel 1991 è stato aperto a Lamezia Terme il Centro Angelo Savelli a lui dedicato.
La mostra presenta l’intero percorso dell’artista partendo dalle prime esperienze figurative degli anni Trenta influenzate da Renato Guttuso, per giungere sino a Where Am I Going una della sue ultime testimonianze risalente al 1993-94. Non mancano riferimenti al periodo romano con opere come Autoritratto e Capriccio n.2, entrambe del 1940, proposte nel 2006 al Museo Pericle Fazzini di Assisi nella mostra Angelo Savelli e Roma curata da Luigi Sansone con un intervento critico di Fabrizio D’Amico.
Questo iter di oltre sessant’anni comprende alcune delle sue opere maggiormente emblematiche sia nell’ambito dell’espressionismo astratto (in questo caso viene esposto White Space già presente nel 1957 nello spazio della galleria newyorkese di Leo Castelli), sia in relazione al lungo periodo del “bianco” iniziato nel 1957 con Fire Dance in mostra insieme ad una serie di lavori d’impatto monumentale come Grande orizzontale, 1960, Speranza, 1961 Senza titolo, 1962 o Going up,1980.

La rassegna si avvale di alcuni nuclei particolarmente significativi e può contare sui prestiti della Fondazione Prada e della Fondazione VAF-Stiftung. Non mancano, poi, le opere provenienti dal Mart di Rovereto, dalla GNAM di Roma e dal Museo del Novecento di Milano a cui si aggiungono i prestiti della famiglia Savelli e degli spazi calabresi come il Museo Civico di Taverna e il Centro Angelo Savelli.
Proprio dalla GNAM e dal Museo del Novecento provengono due opere cardine della sua ricerca risalenti all’inizio degli anni Sessanta come Consequence (1960) e Shelter 12th Floor (1961), in genere custodite nei depositi, che, grazie alla disponibilità delle due istituzioni, possono finalmente essere mostrate al pubblico.
“La mostra proposta al MARCA è destinata a rappresentare una svolta nell’indagine critica di Savelli, un artista che, nonostante abbia partecipato a cinque edizioni della Biennale di Venezia e sia stato apprezzato dai maestri dell’arte italiana e americana come Lucio Fontana, Piero Dorazio, Barnett Newman e Robert Motherwell, è ben lontano dai riconoscimenti che merita. Questo, probabilmente, è dovuto all’assoluta libertà della sua ricerca, alla sua indipendenza stilistica e al rifiuto di ogni legame di carattere commerciale”, spiega Alberto Fiz direttore artistico del MARCA e curatore dell’evento insieme a Luigi Sansone. Nel 1957, per esempio, rinunciò ad un contratto con la mitica galleria newyorkese di Leo Castelli che, di lì a poco, avrebbe lanciato la pop art di Warhol e di Lichtenstein.

“Inizialmente il bianco era legato al soggetto trattato, complementare a questo. In seguito è diventato supporto a se stesso, forza, senza essere legato a null’altro che alla propria energia, ” ha affermato Savelli rivelando il significato della sua ricerca che crea un dialogo particolarmente proficuo e stimolante con i Concetti spaziali di Lucio Fontana, con i dipinti astratti di Barnett Newman o con le tele bendate dell’italo-americano Salvatore Scarpitta. Il rapporto di stima e amicizia con Scarpitta risale al 1945 quando entrambi erano soci dell’Art Club. Nel corso del tempo, poi, hanno esposto insieme in diverse occasioni e nel 1988 Savelli, memore della passione di Scarpitta per le auto da corsa, gli dedicò un piccolo lavoro bianco che ricorda un casco da pilota esposto in mostra.
Anche il rapporto con Fontana inizia alla metà degli anni quaranta quando, entrambi, espongono alla galleria del Naviglio di Milano. Da allora i due artisti hanno avuto contatti frequenti ed è stato proprio Fontana a sostenere Savelli nel 1964 in occasione del suo invito alla Biennale di Venezia quando ha vinto il Gran Premio della Grafica. “Ci sono due forme di spazialità”, ha scritto Savelli. “Quella reale e terrena di Fontana e quella mia che definirei eterica, in grado di comunicare con il subcosciente.”
Dopo essersi soffermata sugli esordi romani e sul passaggio all’espressionismo astratto, la mostra affronta l’universo bianco dove l’artista calabrese interviene sulla superficie modificando i materiali (usa il bianco titanio e prima ancora la sabbia), trasformando i formati delle opere, scomponendo le figure geometriche. Non manca, poi, l’utilizzo di elementi concreti come le corde che fanno la loro apparizione all’inizio degli anni Sessanta per poi riaffiorare nei lavori finali dell’artista, come emerge con chiarezza dall’allestimento della mostra. “Credo queste corde costituiscano il ricordo della mia infanzia quando stavo sempre in riva al mare”, ha ricordato Savelli. “Ma se inconsapevolmente mi sono riferito al ricordo, la mia intenzione nell’inserire le corde nello spazio compositivo è stata quella di accompagnare l’occhio, in ritmo ellittico, dalla base all’alto dell’opera e viceversa. La linea tracciata dalla corda costituisce un accento dello spazio dividendolo e unendolo nello stesso tempo.” Le corde sono protagoniste anche nelle sculture e a dare il titolo ad una delle sue installazioni più famose, Dante’s Inferno (in mostra viene presentato un prototipo) dove quest’elemento è inserito in strutture verticiali, è stato Barnett Newman in visita nel suo studio a New York che ha immediatamente messo in relazione il grande lavoro plastico con il poema dantesco.
Negli anni Ottanta, la ricerca sulla geometria assume un particolare significato e a dimostrarlo sono le opere prive di telaio, con forme trapezoidali, triangolari o romboidali esposte in mostra. Come scrive Luigi Sansone “la geometria assume aspetti poetici e immateriali e le forme sono rese più aeree da un’apertura centrale anch’essa geometrica in cui, al posto della tela asportata, appare un sottile e trasparente velo bianco di nylon che limita anche i contorni. Il ritaglio asportato posto a fianco della tela modificata crea una nuova forma geometrica minore, fluttuante accanto alla grande, a cui resta intimamente legata come una porta aperta verso un’altra dimensione.” È il caso di Going Up, 1980 un grande lavoro che si estende sulla parete per oltre due metri o di Dallas crossroad dove i rettangoli s’incrociano creando imprevisti punti di fuga. In tutte queste circostanze non manca l’evocazione di Kazimir Malevich il pittore suprematista russo che nel 1918 realizzò il Quadrato bianco su fondo bianco, al quale Savelli si sentiva idealmente legato, come dichiara egli stesso in un’intervista:” Ho elaborato forme geometriche irregolari dando continuità al primo quadro bianco realizzato, quello di Malevich.”
Sono lavori che in America suscitarono grande ammirazione e nel 1983 è stato un protagonista dell’astrattismo come Robert Motherwell a segnalarlo per conferirgli il prestigioso premio dell’American Academy and Institute of Arts and Letters. Del resto, con gli States Savelli aveva un rapporto ampiamente consolidato e, sin dagli anni sessanta, insegnava, insieme a Piero Dorazio, alla Pennsylvania University di Philadelphia. Ed è proprio Dorazio a ricordare il talento dell’amico: “Savelli, pur non essendo il direttore effettivo, era quello che dirigeva tutte le attività, era quello che aveva più influenza sui ragazzi e dava loro un autentico orientamento. I suoi consigli erano preziosissimi anche perché Savelli era un grande conoscitore della tecnica della pittura e un grande maestro del disegno.”

 

 

Cultura: Regione, presentato Piano dell’Arte Contemporanea

Un investimento per 3 milioni e mezzo di euro: ecco il piano dell’Arte Contemporanea della Calabria, presentato al Maxxi, museo dell’arte del XXI secolo.

“Nell’ambito di questa iniziativa, che vede finanziati sette progetti per due anni, c’e’ anche quello del Museo di Arte Contemporanea di Acri (MACA) che promuove “MacArtCalabriaProject”. Una sezione significativa del progetto e’ denominato “Arte nelle case di reclusione”, che nasce come un laboratorio di sperimentazione dell’arte contemporanea come esperienza educativa, formativa e creativa permanente. Tra le proposte del progetto vi è l’offerta di laboratori, workshop, orientamento, oltre che partecipazione ad eventi, mostre ed esposizioni. L’idea è quella di creare un luogo dalla cultura diffusa, che comprenda non solo la città e la scuola, ma anche i luoghi di riabilitazione, nella fattispecie la Casa di reclusione di Rossano”,riferisce l’assessore regionale alla Cultura,mario Caligiuri..

I laboratori di espressività artistica sono curati dall’associazione “Itineraria Bruttii” con il supporto della ditta di ceramica artistica “P.F. Pirri” che gia’ opera nell’istituto penitenziario.
Sabato 15 dicembre, alle ore 10, presso la Casa di Reclusione di Rossano, si terrà il convegno di presentazione del progetto. Nell’occasione verranno presentate in anteprima le opere realizzate dagli ospiti della Casa di Reclusione. Le opere saranno esposte al MACA all’interno del museo permanente dal 20 dicembre 2012 al 10 febbraio 2013.

Cultura : ” Le donne, i cavallier, l’arme,gli amori” secondo il Teatro
di Calabria

Catanzaro – Il Teatro di Calabria Aroldo Tieri, venerdì 14 dicembre alle 19.30 presso il Caffè delle Arti di via Fontana Vecchia, presenta un appuntamento particolare dal titolo “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”: la serata si svilupperà tra il sogno di Borges e il teatro dei pupi; Ludovico Ariosto sarà osservato con gli occhi di un altro poeta, attraverso lo sguardo di un atroce e crudele realismo. Aldo Conforto, Salvatore Venuto e Mariarita Albanese, presentati dai commenti letterari del prof. La Rosa, ci faranno rivivere il grande poema dell’Ariosto coinvolgendoci nelle sognanti e pungenti note de L’Orlando Furioso. Con ironica saggezza, tessendo e ordendo le fila del poema cavalleresco, Ludovico Ariosto trasforma la guerra tra i saraceni di Agramante e i cristiani di Carlo Magno, l’amore tra Ruggiero e Bradamante e la passione folle di
Orlando per Angelica, in romanzo contemporaneo: «nel romanzo delle passioni e delle aspirazioni degli uomini del suo tempo». Armi, cortesi amori, eroiche e cavalleresche virtù e passioni si connettono, si fondono, si incrociano con l’illusione, l’inganno, l’errore, il dubbio e la follia, nel primo grande romanzo europeo dell’età moderna.


 

Catanzaro: Glaser/Kunz e le loro teste parlanti al Museo Marca

“Hai voglia di vedere così tanta gente oggi? E’ un opening interessante? L’arte è coinvolgente? Cos’è l’arte?”. A porsi questi interrogativi non sono collezionisti o frequentatori abituali delle mostre, bensì due avatar seduti in una coupé rossa. E’ un Autoportrait ironico e sorprendente quello dove compare il doppio autoritratto di Glaser/Kunz seduti dentro un’automobile con i finestrini semiaperti in modo che si possa sentire il loro dialogo strampalato. A prima vista è forte la sensazione di trovarsi di fronte a personaggi reali; si tratta, invece, di talking heads, ovvero di sculture cinematografiche con elementi antropomorfi animati da videoproiezioni dove gli artisti svizzeri mettono in scena la loro presenza virtuale. Proprio da Autoportrait, opera mobile per antonomasia, prende le mosse il progetto realizzato da Daniel Glaser e Magdalena Kunz per il MARCA di Catanzaro,  inaugurato il 17 novembre  per rimanere esposto sino al 9 dicembre. Prima di fare il suo ingresso nel cortile interno del museo, la macchina-scultura e’stata  collocata, o meglio parcheggiata a Lamezia Terme, il 15 novembre, mentre il giorno successivo ha fatto  tappa a Catanzaro,su corso Mazzini. Una presenza straniante quanto imprevista che consente di portare l’arte per strada con tutte le sue provocazioni e ambiguità, tanto da suscitare curiosità, paura, fascinazione, incredulità e divertimento. Autoportrait è una delle quattro installazioni inserite nel progetto Talking Heads organizzato dalla Provincia di Catanzaro e curato da Alberto Fiz insieme a Francesco Poli.
CDall’inizio del 2000, i due artisti svizzeri lavorano insieme nell’ambito dell’arte visiva. I loro progetti, apprezzati in Italia e all’estero, consistono in installazioni ambientali dove sono inserite sculture e talking heads (teste parlanti), immagini fotografiche e cinematiche di grandi dimensioni, accanto a oggetti tridimensionali.
Le loro sculture cinematografiche consentono di fondere differenti media in un’ipotesi di arte totale e immersiva: al di là dello stupore immediato, i loro lavori nascono da una riflessione di carattere sociale dove i personaggi s’interrogano su questioni filosofiche ed esistenziali con riferimenti a Luigi Pirandello, Samuel Beckett, così come al cinema della nouvelle vague. A questo proposito Francesco Poli sottolinea come Daniel Glaser e Magdalena Kunz “lavorino da anni, con lucida e visionaria determinazione, all’invenzione di un mondo senza più coordinate definite, destabilizzato e inquietante, carico di tensioni stranianti e immerso in dimensioni spaziali e temporali sospese e sfaccettate.”
Alberto Fiz, poi, evidenzia come l’indagine dei due artisti “metta definitivamente in crisi la nostra idea di realismo in quanto Glaser/Kunz instillano nella finzione problematiche esistenziali e riflessioni sul nostro stare al mondo. L’inganno, insomma, non nasconde il trucco, ma la verità.”
I talking heads si possono definire presenze allo stesso tempo fisiche e virtuali, mobili e immobili che creano uno sconcertante effetto per chi le guarda e le ascolta dove l’illusione fantasmatica passa attraverso la proiezione video ( con volti che parlano) su calchi tridimensionali realizzati partendo da personaggi reali. Tuttavia, la discrepanza fra realtà e finzione, l’impatto fisico dell’esibizione, il contrappunto della recitazione, determina una tensione che mette radicalmente in crisi e sovverte le convenzioni.
Le “teste parlanti”, insomma, innescano una situazione che coinvolge e fa riflettere sull’ambiguità della relazione fra astrazione dell’arte e realtà della vita.
Al MARCA sono esposte installazioni di grande impatto come Voices III del 2008 realizzata a Città del Capo, dove i protagonisti sono sei poeti di strada che parlano della loro esistenza, delle loro speranze e paure, e pongono domande senza risposta sulle più inquietanti questioni sociali e politiche del loro paese.
La poesia ritorna in un’altra installazione proposta al MARCA Obsidian, Gordon & Austin del 2011 dove compaiono tre poeti di New York che parlano della loro esperienza di vita e ricordano i momenti straordinari che hanno vissuto, chissà se reali o inventati. In Jane & Will, poi, un’altra installazione con due talking heads del 2011 è esplicito il riferimento a Samuel Beckett e alla sua opera più nota Aspettando Godot che fa da sfondo al dialogo straniante tra i due personaggi. Fondamentalmente, i lavori di Glaser e Kunz esprimono un senso di profonda precarietà che passa attraverso un complesso processo che investe scultura, video, letteratura, teatro e performance dove la fascinazione non è priva di un’intensa problematicità.

Dopo una formazione nell’ambito dell’architettura, arti applicate e cinematografia (cortometraggi e sceneggiature), Daniel Glaser (Olten,1968) e Magdalena Kunz (Zurigo,1972) hanno sviluppato la loro originale ricerca estetica concentrandosi sull’interazione tra fotografia, tecnica cinematica e installazione. L’indagine sfrutta le potenzialità delle nuove tecnologie e coniuga, al contempo, la forma tridimensionale della scultura e la proiezione dinamica del video. La coppia di artisti svizzeri ha ideato teste parlanti (talking heads) che si animano digitalmente attraverso la gestualità mimetica e le voci alternate di persone reali. Le conversazioni e i colloqui che si svolgono tra le figure proposte, mentre siedono in macchina o stanno rannicchiate a terra, assumono, spesso, l’aspetto di recitazioni poetiche dove vengono ripetuti ritmicamente versi e frasi all’interno di monologhi alternati. Con questi lavori installativi Glaser/Kunz esplorano tematiche collettive e individuali, interrogandosi, in particolare, su questioni di carattere sociale.
Per i loro lavori i due artisti hanno anche coinvolto poeti di strada e homeless incontrati durante i loro soggiorni a Città del Capo o a New York. Tra le mostre principali si segnalano le personali al Kunstverein (Lipsia, 2006), White Space (Zurigo, 2006), Blank Project (Città del Capo, 2008), Neue Sächsische Galerie (Chemnitz, 2009) Palazzo Malipiero (Venezia, 2011) e la recente installazione nella sede della Johanniterkirche, Zentrum für Zeitgenössische Kunst, (Feldkirch, 2012).
Le loro opere, inoltre, sono state presentate, tra l’altro, alla Kunsthalle di Lucerna (2008), all’Harare International Festival of the Arts, Zimbabwe (2008), al Zentrum für Gegenwartskunst (Nairs/Scuol, 2011) e nell’ambito della rassegna Temps d’image presso il Centquatre di Parigi (2012).
Nel 2006 hanno partecipato alla Biennale di Scultura di Carrara e nel 2013 le loro opere saranno inserite all’interno della Biennale di Scultura di Winterthur.

 

 

Catanzaro: il concerto senza frontiere di Bollani e Grandi

Irene Grandi e Stefano Bollani in concerto al Teatro Politeama di Catanzaro, per la decima  edizione del Festival d’Autunno.

Vasto il repertorio proposto: si va da “Olhos nos olhos (Occhi negli occhi)” di Chico Buarque De Hollanda a “Come non mi hai visto mai”, scritto appositamente per loro da Cristina Donà. Ma c’è tempo anche per “You’re all i need to get by” di Marvin Gaye e Tammi Terrell. Senza dimenticare un classico della bossa  “Roda viva”, con Bollani al canto.

“Dream a little dream of me” ha riportato ad atmosfere più eteree. Il tocco sapiente di Bollani e la voce calda della Grandi hanno dato nuova vita al brano inciso nel 1931 da Ozzie Nelson, portato negli anni ‘60 al successo dai Mamas and Papas, e che ha conosciuto anche una versione italiana cantata da Silvie Vartan. Nel bel mezzo la scelta discreta e ben fatta di inserire “Sweet dreams (are made of this?) degli Eurythmics.

Sul finire, la cover di “No surprises” dei Radiohead , “Scusami” di Joe Barbieri, e  “Costruire”, di Niccolò Fabi.

Un repertorio molto vasto, a cavallo di generi qualche volta diametralmente opposti,ma che il jazz riesce  comunque ad amalgamare.

Come dimostra la scaletta della serata, con addirittura l’esecuzione  di “Viva la pappa col pomodoro”, poi  “Feelin’ good” di Nina Simone e la funkeggiante “A me me piace o’ blues” di Pino Daniele.“For once in my life” e “La gente e me”, di Ornella Vanoni chiudono il concerto.

Sabato 24 novembre, al Teatro Politeama, nuovo appuntamento con una produzione del Festival d’Autunno, “Eros e libertà. La donna nel cinema di Tinto Brass”, terzo spettacolo gratuito della manifestazione, verrà ripercorsa la vita e la carriera del regista italiano. La proiezione di “Nerosubianco” e l’incontro con il regista, un tempo autore di opere ben diverse dalle attuali.

 

 

Catanzaro: Beatles, un ricordo al ‘Museo del rock’

Al Museo del Rock di Catanzaro, un ricordo per i  50 anni dalla nascita dei Beatles. Ascolti in vinile e dibattiti incentrati sulle figure di uno dei gruppi più influenti della musica giovanile.

All’iniziativa si è associata anche la società Alchimia che sta organizzando una mostra di abiti degli anni ’60 sempre per ricordare i 50 anni del gruppo di Liverpool. La scaletta selezionata dagli autori mira al riconoscimento delle qualità artistiche e compositive dei quattro favolosi musicisti e ad ognuno sarà dedicata una sessione con l’ascolto di brani che ricomprenderanno anche le esperienze individuali. Moltissime le curiosità che saranno raccontate dagli esperti per una storia che nasce nella chiesa di San Peter a Liverpool e non avrà mai fine, essendo i Beatles oltre che un fenomeno musicale anche simbolo di una rivoluzione sociale e di costume senza precedenti. Si parlerà anche della tragica scomparsa di John Lennon.

L’appuntamento è per venerdì 16 novembre,alle 18.30, al Museo del Rock di piazza Matteotti. Nei giorni successivi,altri avvenimenti: venerdì 23 novembre sarà la volta di un gruppo locale :“On The Road”.

 

Catanzaro: Monica Guerritore legge “Senso”


 

Catanzaro- Monica Guerritore  in scena  al Teatro Politeama con “Senso”, terzo appuntamento della rassegna ‘Festival d’Autunno, giunta ormai alla decima edizione. Al pianoforte, Antonio Ballista. Senso è tratta da ‘Storielle Vane’, di Camillo Boito,  raccolta pubblicata nel 1883. E’ opera nota, grazie anche alla versione cinematografica che ne fece Luchino Visconti.

Una storia passionale del rapporto tra una donna, la contessa veneziana Livia e un tenente austriaco – chiaramente  il periodo d’ambientazione è quello risorgimentale- che intreccia i classici temi dell’amore-odio. Un intreccio complesso,  che spinge la protagonista a denunciare e far fucilare il suo amante, essendosi resa conto che questi  la usava al solo scopo di poter  disporre del suo danaro per disertare. Musiche,tra gli altri, di Grieg, Puccini, Wagner, , Schumann e Liszt,  eseguite da Antonio ballista, ormai un punto di riferimento per la classica italiana e non solo.Fondatore del gruppo “900 e oltre, ha accompagnato artiste del calibro di Cahty Berberian e attivato una collaborazione pretsigiosa con un altro pianista ecellente,Bruno Canino.

Il  Festival d’Autunno prosegue .In programma, come prossimo appuntamento, “Regine”, con Silvia Mezzanotte, un omaggio alle voci per eccellenza del 900 internazionale: tra queste vanno sicuramente citate  Maria Callas ed Edith Piaf. “Regine” si terrà sabato 10 novembre prossimo,alle 21.oo, sempre al Teatro Politeama.