Catanzaro fine ‘800 : uomini politici che impoveriscono per la città
e l’eccentrico poeta Antonio Scalise

 

 

Antonio Scalise. Una figura ‘strana’ d’intellettuale, che s’inserisce in uno spaccato pregevole della Catanzaro a cavallo tra ‘800 e ‘900,dove si parla dei Convitti, del morzello e di amministratori che divennero poveri per aiutare i propri concittadini, come don Peppino Rossi. C’è spazio anche per Garibaldi e per Marcellinara, paese di nascita per lo stesso Scalise.

 

E per chi volesse compiere un piccolo viaggio nell’editoria  politico – letteraria, ma anche umoristica di fine 800, a Catanzaro,vi rinviamo al . punto focale di queste pubblicazioni:  il settimanale ” U Strolacu”, diretto da Raffaele Cotronei.  

SI LEGGA :  http://catanzaropolitica.it/catanzaro-piu-di-un-secolo-fa-giovedi-tutti-in-fila-esce-u-strolacu/

 

 

 

E, il tipo stravagante che ispirò Cotronei nel dare il titolo al settimanale da lui diretto, fu proprio Antonio Scalise, è questo il nome che risulta all’anagrafe anche se nei documenti firmava come Antonio Scalese, un giovane «strolacu», nato il 13 dicembre del 1846 a Pianopoli e cresciuto a Marcellinara dove frequentò le scuole elementari, sotto l’occhio vigile dell’arciprete don Francesco Colacino, fratello della madre. Fu poi lo stesso zio a sostenerlo economicamente, permettendogli di proseguire gli studi a Catanzaro.

Antonio fu il primogenito di Caterina Colacino e Domenico Scalise. Il nome completo che gli venne attribuito all’atto della nascita fu Antonio, Francesco Maria. «Egli era molto intelligente, ma stravagante e bizzarro. Riuscì, comunque a formarsi una buona cultura e a conseguire il diploma di maestro. Ma preferì svolgere attività libera, dando lezioni private, anche ad allievi di scuole medie e superiori» .
Ma perché lo si definiva stravagante e bizzarro?
Per via della sua condotta eccentrica, originale, insolita, che destava curiosità e stupore. Per via del vizio di varcare i limiti della consuetudine, ma sempre con correttezza e rettitudine. Si verificava anche che qualche sua originale trovata venisse copiata e riproposta. E poi c’è da considerare che gli artisti sono tutti un po’ stravaganti!
E Antonio Scalise fu un artista a tutti gli effetti. Fu un buon poeta dialettale dotato di vivace sagacia, capace di mettere il lettore a contatto con la realtà locale nella sua più schietta espressione, vivacizzata dalla sonorità dei toni. I suoi versi, semplici e arguti, che su «U Strolacu» firmava con lo pseudonimo di Ascanio Selento, non furono mai raccolti in volume. Altrettanto avvenne per quelli dell’amico Lellè Cotronei.
Così come Antonio anche il fratello Tommaso (1854-1914), giovane modesto e umile, avrebbe voluto proseguire gli studi a Catanzaro, ma non sussistevano le condizioni economiche. Lo zio prete, del resto, non era disponibile a mantenerli tutti e due. Si dichiarava disponibile a concedere a Tommaso «non più di sette pani e mezza lira ogni quindici giorni» .
Il giovane, per nulla scoraggiato decise, con la caparbietà che lo contraddistingueva, di proseguire gli studi in città con o senza l’aiuto dello zio canonico.
Tramite il fratello Antonio conobbe le sorelle Garcea, due brave zitelle, che lo ospitarono nella loro casa, alla «Matalena», quartiere popolare nei pressi della Porta di Mare, abitato prevalentemente da «matarazzari» (materassai).
In pochi anni di studio Tommaso conseguì il diploma di maestro elementare: era il 15 ottobre 1877. L’anno successivo fu nominato Alunno di Cancelleria presso la Corte d’Appello di Catanzaro. Accettò il posto di lavoro solo per poter vivere dignitosamente, ma il suo sogno era sempre quello di fare il maestro di scuola, possibilmente a Marcellinara.
Da notare che a quei tempi «gli stipendi dei nostri insegnanti erano i più bassi d’Europa. Per gli uomini oscillavano dalle 300 alle 1.320 lire e per le donne da 366 a 1.000 lire al mese» . Nello stesso periodo i colleghi francesi percepivano mediamente 3.400 lire. Una bella differenza!
Tommaso, come il fratello, si creò in città una cerchia di amici selezionati. In particolare instaurò ottimi rapporti col barone Carlo de Nobili (1845-1908) e con il figlio primogenito Pippo (1876-1964), fondatore, quest’ultimo, assieme a Ernesto Peronaci del giornale «Battaglia».
Riflettendo sui sacrifici fatti in quegli anni per poter studiare, ebbe l’idea di creare un convitto per i giovani dei paesi della Provincia desiderosi di seguire corsi di studio senza recarsi sino a Napoli. In tale idea fu incoraggiato dall’amico Pippo De Nobili e dalle autorità scolastiche.
Nel gennaio del 1881 Tommaso Scalise fu inserito nella lista degli invitati al ricevimento offerto in Prefettura in occasione della visita del Re Umberto I con la consorte Regina Margherita e con il Duca d’Aosta Amedeo di Savoia.
Il primo settembre dello stesso anno ottenne la regolare autorizzazione del Re-gio Provveditore agli Studi e in poche settimane riuscì ad inaugurare, nelle vesti di direttore e proprietario, uno dei più moderni collegi dell’epoca che denominò «Istituto-Convitto Beniamino Franklin». Il fratello Antonio assunse il ruolo di vice direttore nonché di docente di materie letterarie, trovando alloggio nella stessa struttura. Ben presto l’istituto superò il numero di duecento convittori.
Tra i docenti Vincenzo Vivaldi (1856-1940) stimato scrittore e severo critico letterario di umili origini che, dal 1891, si trasferì al liceo convitto governativo «Galluppi», al quale risultavano annesse Scuole Universitarie.
Il Vivaldi fece parte di quel gruppo di intellettuali che, posti a sostegno dell’importanza dello studio del folklore e delle variegate tradizioni italiane, aderì, nel 1893, alla «Società Nazionale per le tradizioni popolari», fondata dallo studioso Angelo De Gubernatis (1840-1913), primo laureato in Lettere del Regno d’Italia.
Gli allievi del «Beniamino Franklin» concludevano i cicli di studio con una qualificata preparazione che facilitava il loro inserimento nel mondo del lavoro.

Tommaso Scalise, direttore dell’ormai importante «Convitto», diventò a Catanzaro una personalità di rilievo e veniva invitato a tutti gli eventi cittadini ed alle cerimonie ufficiali.

Per quanto soddisfatto dei traguardi raggiunti continuava a nutrire il sogno di insegnare nelle Scuole Elementari di Marcellinara. A tutto ciò si aggiunge il desiderio di prender moglie, così come aveva fatto il fratello Antonio che aveva sposato Rosina Sanseverino, possidente di Marcellinara, appartenente alla nobile famiglia Sanseverino, una delle più antiche del Mezzogiorno.
Antonio e Rosina furono uniti in matrimonio, il 4 aprile 1883, dal sindaco di Marcellinara Luigi Sanseverino di Saverio, in qualità di Ufficiale dello Stato Civile. Un certificato rilasciato dal medico Emanuele Scerbo attestante l’impedimento della ventisettenne nobildonna a recarsi nella casa comunale consentì la celebrazione privata nella casa di Antonio Sanseverino, padre della sposa.
Al momento della firma dell’atto di matrimonio il sindaco era assistito dal segretario comunale Francesco Mauro; controfirmarono l’atto Saverio Scerbo di Luigi, 57 anni, guardia municipale, Annibale Giglio fu Francesco, 51 anni, barbiere, Antonio Rotella di Paolo, 38 anni, falegname, Saverio Scerbo fu Giuseppe, 58 anni.
Il fatto che i testimoni erano dei popolani, e che lo stesso era stato celebrato in casa induce a pensare che, probabilmente, lo sposo non era pienamente accetto alla famiglia Sanseverino.
Nello stesso anno Antonio Scalise aderiva all’Associazione Liberale Progressista capeggiata dal senatore del Regno Giuseppe Antonio Rossi (1818-1910) ed alla quale si avvicinarono centinaia e centinaia di catanzaresi di varia estrazione sociale. Tra i primi iscritti l’avv. Enrico De Seta, l’avv. Vincenzo Lombardi, l’avv. Vincenzo Giglio, l’avv. Michele Le Pera, l’avv. Giuseppe Gironda Veraldi, gli avv. Antonio, Giovanni e Gregorio Iannoni, tanti altri legali e poi una sfilza di commercianti, tipografi, falegnami, ecc.
Al primo incontro dei soci dell’Associazione Progressista catanzarese, che si tenne nel palazzo comunale, si discusse, tra gli altri, sul tema della costruzione della stazione ferroviaria in città. L’amministrazione comunale catanzarese però, nell’immediatezza, non poteva garantire alcun impegno economico.
Le casse erano state alleggerite in concomitanza della venuta dei sovrani: nell’occasione si spesero centocinquantamila lire di cui ottantamila per opere di ristrutturazione del Municipio, nella Villa cittadina e nel Sancarlino, il Real teatro cittadino, così detto per via della similitudine architettonica con il San Carlo di Napoli.
L’Associazione Progressista catanzarese, grazie all’impegno profuso a sostegno di problematiche d’interesse pubblico particolarmente sentite dalla cittadinanza, allargò notevolmente i consensi facilitando la scalata a sindaco, nel 1887, di Giuseppe Antonio Rossi. Questi era stato il fondatore dell’Orfanotrofio cittadino che, successivamente, fu a lui intitolato.
Il senatore Rossi, puntuale finanziatore della Congregazione della Carità, era il sindaco della povera gente e dispensava aiuti a tutti. Ma «’a troppa carità scianca a vertula» (l’eccessiva elargizione svuota la bisaccia), si suole dire a Catanzaro, e l’amato sindaco morì povero!

 

Quando era ancora fresco di laurea, il Rossi, fece parte, assieme al Marchese Vitaliano De Riso, a don Liborio Menichini (1825-1895) e a don Alfonso Critelli della delegazione prescelta per salutare Garibaldi a Soveria Mannelli e a proporgli una visita a Catanzaro. Incaricato a parlare con Garibaldi fu don Peppino Rossi, giovanissimo avvocato di facile oratoria.
Mentre gli altri componenti della commissione catanzarese aspettavano di essere ricevuti dal generale, il Rossi si appartò con Benedetto Musolino, allontanandosi dai suoi concittadini. Quando Garibaldi si fece vivo sulla porta, i tre catanzaresi sorpresi e non preparati a far da portavoce della città, turbati, gridarono: «Peppino, curri, curri»; Rossi accorse e parlò a Garibaldi a nome della cittadinanza catanzarese e gli disse che la popolazione era ansiosa di acclamarlo in Catanzaro; Garibaldi rispose: «Prima il dovere, poi il piacere» .
A cento anni dalla morte di don Peppino Rossi, avvenuta il 19 gennaio 1910, nessuno lo ha ricordato; eppure fu un valente amministratore e uomo politico schierato sempre dalla parte dei bisognosi. Una dimenticanza che da validità al detto: «passa ’u santu e passa ’a festa!».
Con la chiusura dell’Orfanotrofio che portava il suo nome come unico ricordo è rimasto il busto marmoreo, in Villa Margherita, facilissimo da riconoscere: è l’unico con il piedistallo in cattivo stato di conservazione! Un altro busto recuperato, grazie al buon senso di qualche diligente dipendente comunale, nell’ex Orfanotrofio, quando stavano per iniziare i lavori di ristrutturazione dell’immobile, è ora collocato in un ufficio del Comune.
Nel 1884 per Tommaso giunse l’attesa nomina di insegnante. Finalmente pote-va realizzare il sogno di educare i figli del popolo marcellinarese, composto a quei tempi da poco più di 1500 anime. Un gradito rientro quello di Tommaso. Il ritorno nei propri luoghi, è risaputo, fa sempre piacere, essi rappresentano un contenitore di ricordi e passioni. L’umile maestro allo spazio urbano prediligeva quello paesano con i suoi luoghi e «con la magia che essi possono esercitare» .
A Tommaso sarà forse mancato il campanile della Chiesa di Maria SS. Assunta, come a quel pastore suo compaesano che, casualmente, divenne protagonista di un fatto annotato e decodificato dal noto etnologo Ernesto De Martino (1908-1965) e che trovò notorietà in campo internazionale.
«Cercando una strada, egli e i suoi collaboratori fecero salire in auto un anziano pastore perché indicasse loro la giusta direzione da seguire, promettendogli di riportarlo poi al posto di partenza. L’uomo salì in auto pieno di diffidenza, che si trasformò via via in una vera e propria angoscia, non appena dalla visuale del finestrino sparì alla vista il campanile di Marcellinara, il suo paese. Il campanile rappresentava per l’uomo il punto di riferimento del suo circoscritto spazio domestico, senza il quale egli si sentiva realmente spaesato. Quando lo riportarono indietro in fretta l’uomo stava penosamente sporto fuori dal finestrino, scrutando l’orizzonte per veder riapparire il campanile. Solo quando lo rivide,il suo viso finalmente si riappacificò» .
Ancora oggi il campanile di Marcellinara, diventato un simbolo dell’identità culturale, trova spazio in relazioni e scritti di studiosi dello spessore di Luigi M. Lombardi Satriani .
In questa antica e tranquilla borgata, posta a cavallo tra lo Ionio ed il Tirreno, si tramanda che fu gradito ospite, nel maestoso palazzo dei baroni Sanseverino, Francesco di Paola (1416-1507), in tempi in cui l’umile frate era già in odore di santità.
Da qui, inoltre, nel settembre del 1860, Antonio Graziano, Luigi Rizzuto, Pietro e Antonio Scerbo, si aggregarono ai volontari garibaldini della Divisione Stocco, detta anche Divisione Calabrese, 2° reggimento «Cacciatori della Sila», partecipando alle battaglie del Volturno, di Caserta e di Capua .
Nel 1877 a Marcellinara venne eletto un sindaco molto giovane, l’avv. Giovan Battista Augello, il quale fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia in quanto «sindaco modello. Giovine, di eletta intelligenza, amante del proprio Comune, spende tutto se stesso a pro’ dei suoi amministrati. Mercé l’opera sua nel bilancio comunale di quest’anno è stato stanziato in bilancio il fondo speciale per la costruzione della strada interna di Marcellinara. Mercé questa strada il commercio che ora si svolge tra Pizzo, Nicastro o Catanzaro, sarà attirato nell’interno dell’abitato» .
Marcellinara, arroccata su colline tinte dal verde degli ulivi e degli altri alberi da frutto al quale, dal mese di maggio sino ad estate inoltrata, si aggiunge il giallo oro delle ginestre che le esperte mani delle donne locali lavoravano con particolare maestria. Gli uomini, oltre che nell’agricoltura, trovavano impiego nelle locali cave di gesso.
In paese erano in pochi a leggere il giornale e le scuole si fermavano a quelle elementari.
A sviluppare il territorio incise, qualche anno dopo, la costruzione della ferrovia tra S. Eufemia biforcazione e Catanzaro Lido, la cui prima tratta, ultimata nel 1894, collegava S. Eufemia con Marcellinara passando per lo stretto Veraldi .
I lavori ferroviari furono portati a completamento grazie al pressante interessamento dei parlamentari Giuseppe Rossi Milano, Bruno Chimirri (1842-1917) e Carlo Sanseverino (1812-1894). Il barone Carlo, oltre ad essere stato deputato per tre legislature e presidente della deputazione provinciale, fu sindaco di Catanzaro e fondatore, sempre a Catanzaro, della «Banca Cooperativa di Credito Popolare» , costituita nel 1883 con atto rogato dal notaio Alfonso Menichini (1846-1928).
Nell’impianto ferroviario di Marcellinara fu realiz-zato anche un ampio scalo merci, con l’utilizzo, in via sperimentale, dei primi carri per il trasporto di merci di lunghezza eccezionale. Tale scalo risultò di vitale importanza per lo sviluppo agricolo e commerciale del paese e del comprensorio.
A contribuire sulla scelta di Tommaso ad abbandonare la città fu la notizia che sui tre colli si paventava l’istituzione di un nuovo convitto nazionale il quale sarebbe stato un rischioso concorrente per il «Franklin». Per cui Tommaso, senza alcuna esitazione, cedette la sua creatura al fratello Antonio e si trasferì definitivamente a Marcellinara.
Qui la situazione economica non era delle migliori, basti pensare che, a quei tempi, tre soli suoi concittadini possedevano un libretto di risparmio postale.
A settembre del 1888 Tommaso sposò Caterina Lentini. Con lo stipendio di maestro visse dignitosamente tra la sua gente e tra quei piccoli compaesani ai quali riversava amorevolmente il suo sapere. E così fece sino a quando un tumore allo sterno non gli tolse la vita. Era la notte tra il 7 e l’8 agosto del 1914.
A Catanzaro, quando ormai Antonio aveva preso le redini del «Franklin», apriva i battenti l’«Istituto-Convitto Paolo Emilio Tulelli» diretto dal professor Beniamino Fera. Nel 1894 fu la volta del «Convitto Jonico», sito in Via Gelso Bianco, con direttore Francesco Lupò, apprezzato docente di lettere e filosofia, il quale lanciò l’innovativa formula dell’insegnamento orale, per meglio dire senza libri, ad eccezione di quelli di lettura e dei vocabolari.
Un altro buon convitto-collegio, intitolato a CarloPoerio, si trovava nel palazzo Marincola, a Montecorvino. Lo dirigeva il professor Vincenzo Graziani. Tra i suoi docenti Michele Vitale, direttore del «Corriere Calabrese», ricordato dagli allievi per la paterna severità del suo sguardo.
Dal nord qualche convitto puntava sugli studenti catanzaresi pubblicizzandosi sulla stampa locale. Per il «Franklin» si paventavano tempi duri.
Antonio, «u strolacu», intanto, caricato di ardore giovanile, diventava sempre più catanzarese.


Catanzaro risultava la città a misura per lui. Viva, allegra, mondana, romantica, generosa. Città dove «si impara ad essere umani» . Città dello struscio ciarliero, della satira, dell’ilarità, dello sfottò, di «’u prisebbiu cchi ssi mòtica» , di «’u sona sona» , di «San Bitalianu cchi frisca d’o cùlu», tradizionali fischietti di terracotta che riproducevano l’effigie del Santo patrono . Città dei circoli ricreativi per nobili e letterati ai quali si aggregavano quei «catanzarisi lussu e debbiti» che, pur di non rinunciare alla vita mondana, erano pronti ad indebitarsi sino al collo.

 

 

Catanzaro, città dove la carta stampata e il vernacolo riuscivano a smascherare le ipocrisie, ad attaccare i pregiudizi ed a mettere il naso nei fatti degli altri con la forza dissacrante dell’ironia.
Città delle logge massoniche e dell’accesa lotta politica tra destra e sinistra. Città che non accettava più il banditore pubblico, «’u vanderi», considerato costume da fiera.
«Se Catanzaro fosse Papanice si potrebbe tollerare, ma nella così detta Atene delle Calabrie!!» .
Città dei cocchieri e delle carrozze padronali, dello spumone di caffè, dei fichi d’india, detti «gelateddhi», delle «putiche con le coddare che pippiàvano», tappa d’obbligo per i forestieri i quali ripartivano solo dopo aver gustato il «morzello» nel-la pitta con la tecnica del mungi e mangi. «Il morzeddhu era la colazione e il pasto della tarda mattinata, era il piatto ricco e veloce di una teoria di artigiani, com-mercianti, impiegati, forestieri che accorrevano per varie ragioni nelle strade e nei vicoli della città», scrive l’antropologo Vito Teti, profondo conoscitore della realtà calabrese, nella sua monografia sul peperoncino .
Catanzaro: città che, con voce tonante, chiedeva la costruzione della funicolare. Città della critica, basti pensare che bocciò a suon di fischi l’esibizione del grande Enrico Caruso (1837-1921), tenore per eccellenza. Città delle operette al teatro comunale, dei concerti in villa, delle troupe canzonettistiche al Caffè Margherita, dell’Albergo Concordia e del ristorante di Coriolano Paparazzo, che ospitarono, nel 1897, il viaggiatore inglese George Gissing, il quale nelle sue memorie scriveva: «In Inghilterra sono uscito da molti bar oppresso dal tedio e dal disgusto; quel caffè di Catanzaro sembrava, in confronto, un’assemblea di saggi e di filosofi» .
Come scrive Vito Teti, «Nella seconda metà dell’Ottocento la città conosce una grande vivacità commerciale e culturale» .
«Tra le industrie, sebbene non più nello splendore di prima, è assai prospera la tessile in seta, specie per i fazzoletti, che sono molto richiesti in commercio» .
Le sottostanti vallate, dal Pie’ di Sala a Santa Maria Zarapoti, sono fertilissime e coltivate a vigneti, ulivi, frutta e seminativo.
Lo storico Cesare Mulè, autore tra l’altro di una pubblicazione dedicata al poeta Antonio Scalise, solo omonimo del Nostro, prete popolare di Sersale, scrive: «La città si arricchisce di un teatro, di grandi e signorili palazzi, di una villa ricca di piante ornamentali rare e giochi d’acqua» .
Era questa la Catanzaro del maestro Scalise.
«’A la chiazza» incontrava i suoi compaesani i
quali, per guadagnarsi da vivere, lavoravano come corrieri portando in città pacchi destinati a persone, e prodotti locali come polli, uova, ricotte, frutta ed altro, da vendere ad una ristretta clientela.
Lo Scalise era un assiduo frequentatore dei festini di Palazzo Alemanni e delle conversazioni nella libreria Mazzocca, fondata da un immigrato toscano nel 1855 e diventata ritrovo di intellettuali, letterati, filosofi, insegnanti e giuristi. Questi ultimi, a Catanzaro, per tradizione sono stati sempre più numerosi dei medici. Tale dato potrebbe derivare dal fatto che la città fu sede della Corte d’Appello delle Calabrie fin dal 1809, sebbene il capoluogo della Calabria Ultra all’epoca fosse Monteleone.
Il tribunale catanzarese fu sede di importanti processi. Nel 1867 si tenne quello al capobrigante Pietro Bianco e alla sua banda, l’anno successivo fu la volta del processo alla banda brigantesca capeggiata da Rocco Casalinuovo di Stalettì. Agli inizi del Novecento, nello stesso palazzo di giustizia, si avviò il processo al re dell’Aspromonte, Peppi Musolino, accolto al suo arrivo da una folla applaudente e dal lancio di baci e fiori delle donne. L’effetto Musolino, sviluppatosi in più conti-nenti, dal momento della cattura del super latitante era arrivato sin qui. Il processo catanzarese fu limitato a poche sedute in quanto la Cassazione decise di rinviare gli atti ai colleghi di Lucca.

Anche la farmacia del comm. Federico Leone, fondata nel 1841 e trasferita nel 1893 negli artistici locali posti al piano terra dell’imponente Palazzo Fazzari, «fu luogo d’incontro di personalità di maggiore spicco della città, nonché di artisti, letterati e poeti, non solamente calabresi, ma di quanti venivano a Catanzaro, rinomato centro di cultura in tutta Italia ed anche all’estero» . Nello stesso palazzo vendeva pianoforti Domenico Lamonica e di fronte, nel palazzo Parlato, si trovava il lussuoso negozio di abiti scozzesi dei fratelli De Vito.
Il maestro Scalise osservava, scrutava e poi traduceva in sonetti che, dopo oltre un secolo, risultano ancora attuali e fanno sorridere per la loro arguzia invitando, nel contempo, a meditare sulle debolezze e sui vizi della gente. Un verseggiare, a tratti profondo, che si fa carico di speranze e sofferenze ma senza mai rinunciare al linguaggio sferzante dell’ironia.
Per molti aspetti, bisogna ammetterlo, ci riconosciamo in lui. Non solo e non tanto perché conterranei, ma per il vernacolo in cui si esprime, per la verve tipica della nostra gente, per la critica facile e franca, per le allusioni toccanti ma sempre soffuse da un innato spirito bonario, affettuoso, raffinatamente civile e, pertanto, piacevole, divertente, sicuramente da apprezzare.
Il Nostro dedicò alcuni suoi sonetti alla cucina popolare; riservò ampio spazio alle donne, belle e meno belle, che annegano nel suo umorismo. L’amore risultò uno dei temi preferiti ed in un componimento, confermando i sani principi che lo caratterizzavano, mise in risalto il valore dell’unità familiare. Nelle sue rime trovarono spazio, sempre in chiave ironica, la miseria economica del popolo ed anche difetti e abitudini della società catanzarese. Perfino la politica giolittiana fu colpita da qualche misurata frecciata di Ascanio Selento.
Chissà se fu l’aristocratica consorte a ispirarlo, almeno per una volta, a mettere da parte l’ironia e a scrivere, sempre in dialetto, la melanconica dichiarazione d’amore: «Esta amura».
«Non c’è mai stata una donna gentile, galante come a te, sono felice solo quando ti sono vicino e il cuore fa ticchi tacchi» , un amore vero e profondo che si arricchisce della musicalità del dialetto locale e delle melodie del maestro Luigi Griffo (1859-1929), apprezzato compositore, originario di Chiaravalle Centrale, che studiò al Conservatorio napoletano di S. Pietro a Majella sotto la guida del maestro Paolo Serrao.
Il cav. Griffo, docente di canto corale e musica presso il «Convitto Tulelli» di Catanzaro, fu autore di pregevoli volumi di cultura musicale per uso dei Regi Conservatori di Musica e di un metodo di canto corale approvato dall’Accademia di Santa Cecilia di Roma.
Le musiche di «Esta amura» furono raccolte in un’unica spartitura con quelle di «Pensu a ttia», una serenata sentimentale composta da Giovanni Patari e musicata dallo stesso maestro Griffo, pubblicate dalla «Editoria Musicale G. Pisano» di Napoli nel 1901.
Si tratta di due raffinate romanze da salotto, create per canto e pianoforte, con antichi spunti, accenti e cadenze popolari, che venivano eseguite e apprezzate nei salotti aristocratici e borghesi. I due brani, into-nati al gusto francese, risultavano in piena sintonia con la moda musicale in voga tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, il cui tema dominante era sempre l’amore. Un amore irreale e tormentato, raccontato con un delicato linguaggio musicale capace di mandare in estasi le buone famiglie della borghesia catanzarese.
Erano i tempi di «Marechiaro», «Era de maggio», «Voce ’e notte», «I’ te vurria va-sà», «Torna a Surriento», «Regginella» e altre melodiose e indimenticabili canzoni.
«Esta amura», la cui armoniosa musicalità arriva direttamente nel cuore di chi l’ascolta, è finita nel dimenticatoio così come è stato completamente dimenticato sia a Catanzaro, sia a Marcellinara, il suo autore Antonio Scalise: un poeta a modo suo, spontaneo e umano; un nostrano cabarettista d’altri tempi; un giullare stravagante nel temperamento e arguto nel linguaggio, i cui versi, piacevolmente vivaci, a volte ironici, licenziosi e scurrili, a volte malinconici, inducevano e inducono, ancor oggi, al sorriso.
Antonio Scalise fu un poeta gentiluomo, un uomo di grande coerenza e rettitudine, che fece parte di quel gruppo di intellettuali catanzaresi, vissuti a cavallo tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, e che diventarono poeti dialettali umoristici, giornalisti brillanti, critici arguti della società e dei costumi dei tempi.
Per questo riteniamo doveroso da parte degli ambienti culturali di Marcellinara, di Catanzaro ed anche di Pianopoli, paese natio dello Scalise, di riappropriarsi di quel figlio stravagante, appassionato cultore del dialetto e testimone della cultura popolare calabrese, che con i suoi vivaci sonetti, ha lasciato una non trascurabile traccia dei tempi passati e delle nostre usanze.
La realizzazione di questo volumetto consente, seppur in parte, per la prima volta, la ricostruzione della vicenda umana e artistica di un intellettuale calabrese, ancora oggi largamente sconosciuto al pubblico, attraverso la riproposta di quei frammenti di produzione poetica recuperati dalle poche copie di «U Strolacu» ancora in circolazione, sullo sfondo del panorama culturale e letterario catanzarese di fine Ottocento.
Caro strolacu, finalmente, pur nella modestia, un segno di riconoscenza e gratitudine!

Silvestro Bressi

Poesie di Antonio Scalise :

http://catanzaropolitica.it/le-rare-ormai-poesie-di-ascanio-salento-antonio-scalise/

 

 

* Le foto: Una prima pagina de ” U Strolacu”, Silvestro Bressi (al centro) con alcuni turisti, libri antichi della Biblioteca Tabor di Catanzaro.

1 Comment

  1. francesco scrive:

    Complimenti per la ricostruzione storica, risorsa fondamentale per la nostra cultura, che oltre ad essere fonte di conoscenza, suscita e rinnova sensazioni e sentimenti.

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