Calabria tra lotte contadine e riforme sociali. Ledda: l’ambizione di volere cambiare le cose

 

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Un breve viaggio nella Calabria che acquista consapevolezza di se stessa, sui versanti della lotta al latifondo, autodeterminazione delle donne, riforme sociali, primi (e praticamente unici) timidi tentativi di avvicinare il mondo studentesco ad un universo  estraneo quali le raccoglitrici di ulive, ad esempio. Memoria, non ricordo, come si affretta a specificare Quirino Ledda, dagli Anni  70 giovane dirigente regionale della Federbraccianti e del Pci. Una memoria fatta, spesso, di volti scavati dal sole e dalla fatica, minacciati dall’oblìo  cui vorrebbero relegarli i nuovi cultori del lifting, anche politico.

 

La nostra intervista

 

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La Calabria e le lotte contadine: dai fatti di Melissa in poi, la regione ha recitato un ruolo fortemente propositivo per quanto riguarda la lotta al latifondo. Una serie di piccole-grandi battaglie intrise di sangue..

Credo sia la storia a parlare da se stessa. I risultati sono la conferma della grande battaglia che si fece contro il latifondo, per poter permettere ai braccianti poveri di avere  la terra. Una battaglia che mise in campo migliaia di lavoratori e disoccupati facendoli diventare piccolissimi proprietari di terreni abbandonati e spesso non coltivabili, perché collocati nelle aree meno produttive o difficili da raggiungere. L’esperienza di lotta,  comunque, ha fatto sì che i comuni producessero ricchezza e questa stessa ricchezza venisse distribuita in modo più equo, rendendo al tempo stesso quei lavoratori protagonisti dei cambiamenti in positivo nella regione.

 

Lei è stato alla guida della Federbraccianti in un periodo storico molto delicato, in regione, in un contesto di lotte politiche a volte aspre e caratterizzato da profonde mutazioni sociali. Cos’è cambiato, dopo?

Io credo che dal ‘69 all’80 vi fu un grandissimo movimento che interessò tutta la regione: montagna, colline, pianura. Esso fu il risultato maturato attorno all’idea di fondo  che riguardava il recupero delle aree interne ed abbandonate, mal coltivate e senza infrastrutture che consentissero  ai più poveri di diventare protagonisti di una tra le battaglie più significative. Al tempo della rivolta del ‘boia chi molla’ a Reggio Calabria, i braccianti calabresi furono in testa alle manifestazioni per ripristinare le regole democratiche. La successiva tripartizione tra Consiglio Regionale, Giunta e Università, non ha prodotto i risultati che avremmo voluto. Però la Federbraccianti, in quegli anni ebbe centinaia di capi lega delegati, studenti, amministratori, etc. che portarono avanti la battaglia per il lavoro e lo sviluppo della regione.

 

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Tutto ciò in quanto ritenevamo che la Regione fosse lo strumento primario dell’autogoverno, per la comunità locale. Nacque il primo Centro-sinistra che cercò di scoraggiare questa battaglia. Non scorderò mai gli studenti a Roccelletta, Cirò Marina, a Nocera Terinese, che venivano alle manifestazioni : la cosa destò tanto interesse che, per la prima volta nella storia, la tv nazionale trasmise in diretta la  manifestazione del 1° maggio 1976,  con l’occupazione simbolica  delle terre  di un barone a Nocera Terinese. Un documento unico: prima, dei braccianti che occupavano le terre non esistevano nemmeno foto.

Nel contempo  avviavamo le grandi battaglie per i diritti, asili, scuole, case, ricostruzione comuni alluvionati, ad esempio:  Cardinale, Fabbrizia e Nardodipace. Battaglie per il diritto alla maternità delle raccoglitrici di ulive, fragole o fiori. In tempi in cui un capretto valeva più di un figlio .

Tra il ’69 e l’ 80 decine di migliaia di donne e bambini parteciparono alle imponenti iniziative articolate su tutto il territorio partecipando in modo attivo  alle riforme sociali in Calabria.

In quegli anni il sindacato aveva l’ambizione con la lotta di cambiare il rapporto tra classi sociali, che allora non erano frammentate come oggi :  c’erano ricchi, poveri e ceto medio. I poveri avevano la determinazione di cambiare i rapporti sociali. Decine di comuni furono elettoralmente conquistati dalla sinistra, quella vera – la sinistra di  oggi non riesco a capirla- muovendosi verso la diminuzione di disuguaglianze e la distribuzione della ricchezza prodotta, per uscire dalle nuove povertà di allora, comunque diverse da quelle odierne.

 

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Una cosa che spesso sfugge ai commentatori: l’importanza fondamentale delle donne che, con le loro lotte e rivendicazioni e anche sostenendo le leggi su divorzio e aborto, simboleggiarono la formazione di una coscienza di classe che doveva rompere gli equilibri sociali di allora.

Aree interne, contratti lavoro, case per braccianti – ce ne sono ancora a Cropani, ad esempio – trasporti asili nido ( ancora i dati ISTAT recenti tracciano una situazione pessima per queste ultime strutture, in Calabria): tutte problematiche per le quali si è dovuto faticosamente lottare. La memoria, che non va identificata con il ricordo, è fatta da gente semplice che non ha nome e cognome se non anagraficamente. Persone che, grazie all’azione individuale e collettiva, aprono ai cambiamenti  con il dinamismo che necessita:  altrimenti la memoria stessa rischia di essere manipolata, come avviene spesso in una società che dimentica tutto e tutti, in tempi rapidi. Oggi l’arroganza della Democrazia, allo stato attuale, esprime il contrario: una compravendita del voto, familismo, mercato politico, privilegi, legioni di politici che, come nel passato, passano da un partito all’altro come in una porta girevole. Con presunzione appartengo al ‘900. Dal ‘47 in poi, Costituzione, Parlamento, libertà:  mi sono nutrito di quegli avvenimenti, di una politica al servizio di chi ne aveva bisogno.. Non è un atto generazionale. E’  proprio un modo diverso d’intendere la politica medesima.

Tra gli episodi citati nel corso di un suo intervento nel  saggio“ Gli Anni In Movimento”, quello relativo ad un incontro, mai più ripetuto, tra le raccoglitrici di ulive e gli studenti, ad Arcavacata. Un tentativo di reciproca comprensione tra due universi opposti…

Era stata appena aperta l’Università: noi organizzammo un pullman di  raccoglitrici d’ulive, che incontrarono gli studenti. Le prime si ritrovarono all’interno di un mondo completamente nuovo. Ma anche  gli studenti vennero  a contatto con la realtà quotidiana, fatta di sacrificio e duro lavoro, di soprusi. Un evento straordinario.

 

Alfonso Scalzo

 

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Il “Chi è “ di Quirino Ledda

Una carriera politica e sindacale lunghissima, iniziata con la scuola di partito, il Pci , alle Frattocchie, a Roma. Lì il giovane Ledda, “sardo di nascita, ma calabrese d’adozione”, come egli stesso ama sottolineare, ha studiato prima di diventare segretario provinciale della Gioventù Comunista di Catanzaro e successivamente segretario regionale.
Dopo alcuni suoi interventi contro l’espulsione dei ‘dissidenti’ il gruppo ‘capitanato’ da Luigi Pintor che poi diede vita a ‘il Manifesto’, fu inviato dal partito a ‘maturare’ nel vibonese, quale segretario provinciale della Federbraccianti. In seguito, segretario regionale della stessa organizzazione di rappresentanza dei braccianti agricoli, fino al 1980, quando, candidato al Consiglio Regionale calabrese risultò il secondo degli eletti. Il 17 marzo ’82, l’attentato esplosivo alla sua abitazione, con conseguenze gravissime alla sua famiglia. Le autorità parlarono di un tentativo di strage. Successivamente, alle politiche dell’83, la proposta fatta dallo stesso Pci di un seggio in Parlamento, rifiutata “ perché non fosse interpretata come fuga di fronte alla mafia”. Nell’85, la vicepresidenza del Consiglio Regionale e poi la lunga esperienza nelle Legacop calabrese, della quale è attualmente dirigente.

a.s.

 

Le Foto storiche a corredo di questa intervista sono tratte da : ” Gli Anni in Movimento, Manifestazioni politiche e sindacali nella Calabria degli anni’70”, Grafiche Simone.

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