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Rosangela, druda o brigantessa?

 

 

Da Castagna a Carlopoli, a Pontegrande. Storia di una donna, prima di tutto,costretta a diventare brigantessa per la violenza altrui. Un piccolo racconto che condenza, accennandoli,chiaramente, aspetti sociali, questione femminile,il dramma della povertà e le angherie dei signorotti. Ma anche fatalità e strane coincidenze. (a.s.)

Il racconto,come sempre,di Silvestro Bressi.

 

 

 

Nelle vicinanze dell’abbazia di Corazzo, in un territorio in cui ancora perdurano atavici costumi, sorge Castagna, un piccolo ed accogliente villaggio che, dal 1869, non è più Comune, in quanto aggregato dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro a quello di Carlopoli. La sua soppressione rappresentò un «segnale punitivo ad una Comunità inquieta e ribelle».
Qui infatti, oltre a Generosa Cardamone, la druda del capobanda Pietro Bianco, sono vissuti numerosi briganti e brigantesse. Tra queste ultime la bella “briganta” Rosangela Mazza, alle cui gesta la poetessa Palmira Fazio Scalise (1894-1984) ha dedicato una sua pubblicazione.
Apparteneva a una famiglia povera e onesta. Suo padre esercitava un modestissimo commercio di legname, la madre era inferma. Rosangela si dedicava ai lavori domestici e, per quanto promessa in sposa a Mico Sirianni, quando questo partì soldato, su di lei si posò lo sguardo di molti giovani compaesani.
Una notte il padre di Rosangela, mentre rientrava a casa, fu colpito da una bufera di neve. In famiglia aspettarono inutilmente il suo ritorno. Alcuni amici andarono a cercarlo e lo trovarono morto nei pressi di Bocca di Piazza. Fu uno strazio per la moglie Serafina, e anche per Rosangela che, al fine di poter sopravvivere, si vide costretta a trasferirsi a Carlopoli per lavorare come serva presso la famiglia Talarico.
Donna Vincenza si era subito affezionata alla nuova serva; ma suo marito don Filippo, era rimasto ammaliato da quella spavalda bellezza, tanto che un giorno raggiunse Rosangela nel castagneto e le promise oro e denaro, purchè cedesse alle sue voglie.
Lei, per tutta risposta, gli morse il braccio e riuscì così a svincolarsi e a darsi alla fuga.
Qualche giorno dopo, donna Vincenza si recò a Soveria Mannelli, incaricando Rosangela di curare il formaggio in salamoia. Don Filippo, approfittando dell’improvvisa partenza della moglie, riuscì, con la forza, a raggiungere il suo scopo.
Rosangela tornò a casa sconvolta, ancor prima che aprisse bocca la povera madre paralitica capì che sua figlia aveva perso l’onore senza colpa e morì di crepacuore.
Quando il fidanzato, Mico Sirianni, tornò a Castagna, venuto a conoscenza dell’accaduto sentenziò la morte di don Filippo. Rosangela ne fu perfettamente d’accordo. Così, insieme raggiunsero il “signorotto” e Mico l’uccise a coltellate.
Poi, via di corsa verso Tiriolo, alla ricerca del brigante Perrelli che Mico ben conosceva, per aggregarsi alla sua banda.
Rosangela, con alle spalle la triste storia della giovinezza, era ormai legata al Sirianni dal vincolo del disonore, anche se il sodalizio fu presto interrotto dalla morte dell’amato, caduto in un’imboscata. Rimasta al servizio dei briganti, fu rispettata come una sorella, sino a quando non fu catturata con il resto della banda, in seguito al tradimento di un “pentito”.
Tradotta a Catanzaro, fu processata e condannata a pochi anni di carcere. Per i suoi compaesani, Rosangela era un’eroina. Tornata in libertà, sposò il suo avvocato difensore.
La famiglia di questi contrastò il matrimonio cercando di persuadere l’avvocato a lasciare Rosangela, druda di brigante e manutengola, anche se, in realtà, la Mazza non fu mai spavalda e crudele come una vera brigantessa.
Si trasferì, allora, a Pontegrande, dove lavorò come cameriera sino alla morte del congiunto. Poi rientrò a Castagna e si unì in matrimonio con un facoltoso contadino.
Morì cadendo da un precipizio, colta da malore, mentre stendeva il bucato nelle vicinanze della grotta detta dei briganti .

Silvestro Bressi

Tratto dal libro : “Il Brigantaggio nel Catanzarese”, Ursini editore. 

* Nella foto: gruppo di brigantesse

Cinque pezzi facili …

 

Jack Nicholson 01

 

Vignette, Storie, Interviste e Foto, in fuga dall’archivio – nient’affatto polveroso – di CatanzaroPolitica, alla ricerca di nuova attenzione. Le aggiorneremo periodicamente. Poi c’è la musica del grande Jack Nicholson, come ideale colonna sonora. Cosa si può pretendere di più? 

Buona lettura (a.s.)

 

Tasse

http://catanzaropolitica.it/zoon-politikon-le-vignette-da-ricordare/vignetta-febbraio-2013-8-2/

Briganti, o no?

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Un’orchestrale piange mentre è in corso un concerto dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Greca. Un anticipo della catastrofe economica che si stava palesando e sarebbe andata progressivamente aumentando nel paese ellenico.

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Diritti

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La Catanzaro ‘sotterranea’, che rivive nel documentario di Giuseppe Rachetta

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Storie di Briganti : Pietro Corea, il crudele capo degli albesi

Un altro racconto di Silvestro Bressi, dove fa la sua comparsa il criminologo Cesare Lombroso, colui il quale pensava che “delinquenti si nasce” e giudicava un essere umano dalla forma del suo cranio… (a.s.) 

 

Il capo indiscusso della comitiva degli albesi fu Pietro Corea, uno dei più crudeli e implacabili briganti della provincia di Catanzaro.

Figlio adottivo della facoltosa famiglia Corea di Albi, il suo vero cognome era Simonetta. Come vuole la tradizione, si sarebbe dato al brigantaggio per difendere l’onore della sorella. Visse per qualche anno negli agi e nel benessere sino a quando i genitori adottivi si trovarono in forte crisi economica e dovettero cedere gran parte dei loro beni, rilevati, a un prezzo giudicato non congruo, da facoltosi signorotti locali. Il crollo economico della famiglia fu, quindi, quasi certamente, un altro dei motivi che lo spinse verso il brigantaggio.

In breve tempo Pietro Corea, di fisico robusto, diventò un abilissimo tagliatore di teste, rendendosi, al pari di molti altri briganti, autore di azioni clamorose al fine di accattivarsi le simpatie della povera gente.

A lui si aggregarono ladri, soldati disertori e miserabili, molti dei quali suoi compaesani, altri di Taverna, Magisano e Sersale, formando una nutrita banda armata, divisa in varie squadre. Lo stato maggiore della comitiva degli albesi era formato da Antonio Dardano, detto Tabbacchèra,  Carmine Meliti, originario del cosentino, Giuseppe Marchese detto Peppi, e Pasquale Dardano detto Bufalaro.

Bufalaro si diede alla macchia per sfuggire alla Giustizia, dopo aver ucciso il padre della ragazza amata che si era opposto alle nozze. In breve tempo divenne uno dei briganti più temuti e violenti, degno luogotenente del Corea. Venuto a conoscenza che la sua ex donna si era sposata con un certo Rizzo meditò di vendicarsi.

Un giorno la comitiva degli albesi, composta di una trentina di briganti, giunta nel territorio di Taverna, quasi per il piacere di fare male, spaventare e anche uccidere, cominciò a sparare all’impazzata contro un gruppo di contadini impegnati nel lavoro dei campi. Otto poveracci morirono all’istante e altri quattro rimasero gravemente feriti. Bufalaro, nel corso della drammatica e cruenta azione, accortosi che tra i caduti c’era anche il Rizzo, si divertì a mutilarne il cadavere.

Nel 1862, il padre di Corea fu sorpreso dalla Guardia Nazionale con una bisaccia contenente viveri e biancheria che presumibilmente stava portando al figlio nascosto in Sila. Finì processato dalla Gran Corte Criminale che, non riuscendo ad acquisire prove certe contro l’uomo, dopo due mesi di carcere, lo rimise in libertà. La vicenda si concluse con la richiesta alla Gran Corte, da parte del padre del capobrigante, della restituzione della vertula che gli era stata sequestrata e che conteneva pane, ulive, castagne e qualche indumento.     

Un’altra raccapricciante storia che vide protagonista Pietro Corea, risale all’estate 1863, quando il brigante Vincenzo Lo Schiavo, della banda di Pietro Bianco, a cui Corea era fortemente legato, ammalatosi, per curarsi trovò rifugio nella residenza primaverile del benestante catanzarese Achille Asturaro, ubicata nell’attuale località Pistoia, a sud del centro storico catanzarese, nelle adiacenze della Fiumara.

Lo Schiavo nei giorni precedenti si era recato di notte con Pietro Bianco a Janò bussando a un casolare e chiedendo dell’acqua. Chi si trovava all’interno si rifiutò di aprire e i briganti forzarono la porta. Si trovarono dinnanzi Drusiana Vittoriana, una bellissima ragazza, sua madre ed il fratellino. Lo Schiavo trascinò Drusiana nella boscaglia e la violentò poi, non ancora soddisfatto, la portò con sé nel fondo Asturaro dove rimasero oltre un mese, sino a quando il brigante non s’ammalò.

Un giovane “vigniere” messo alle strette da una squadriglia, svelò il rifugio di Lo Schiavo, consentendone la cattura e il ritorno a casa di Drusiana. Il temuto brigante catanzarese fu condannato dal Tribunale Militare alla fucilazione e l’esecuzione della pena avvenne il 7 giugno 1863.

Venuti a conoscenza della sorte toccata al loro compagno, nel pomeriggio della stessa giornata, numerosi briganti, con a capo Pietro Corea, si portarono a cavallo, armati alla meglio, in contrada Fiumara, uccidendo quanti incontravano. Restarono vittime dei briganti Francesco e Salvatore Longo, padre e figlio, Domenico Russo, Antonio Pirillo, Angelo Marchio, Gaetano Chirico e Raffaele Nisticò.

 

 

Furono momenti orribili, talmente orribili, che uno dei briganti, Antonio Trapasso alias ’u Gaddhu di Gagliano, non condividendo l’atrocità dell’azione, toccato da pietà, si premurò di avvertire quanti incontrava invitandoli a dichiararsi “gagghjànisi” e non “vricoti”, ossia abitanti della contrada Fiumara[1].

Il bracciante Raffaele Procopio fu Luigi, al quale era stato intimato di inginocchiarsi, si salvò la vita dichiarandosi latitante, in quanto disertore e, invitato dai briganti, si aggregò a loro partecipando a diverse malefatte. Dopo qualche tempo, su sollecitazione dei De Riso, suoi vecchi padroni, il Procopio si consegnò alla giustizia e processato dal Tribunale Militare fu condannato a venti anni di carcere. Per complicità negli omicidi volontari di S. Maria di Zarapotamo fu condannato il solo Pasquale Dardano, Corea e gli altri all’epoca del processo era già deceduti.

Nel corso dello stesso procedimento penale il brigante Perrelli si difese dall’accusa di aver scritto un biglietto di richiesta estorsiva, sostenendo che a scriverlo era stato Pietro Corea. Giustificò poi la somiglianza della grafìa col fatto che era stato il Corea ad insegnargli a scrivere.

Nel 1863 il generale Sirtori, comandante della Divisione Militare di Catanzaro, sollecitò le comitive di Pietro Corea, di Pietro Bianco e di Vincenzo Spinelli a costituirsi ma, anche se in un primo momento sembrava cosa fatta, il tentativo del generale venne vanificato principalmente dalle mene dei manutengoli che per tutta una serie di motivi, facilmente intuibili, preferivano vedere i briganti liberi.

Per scalfire il muro di protezione e di omertà, con un manifesto del 25 giugno 1864, il Prefetto della Provincia di Calabria Ultra 2^, Gusa, dispose un premio di 8.500 lire per chiunque avesse procurato l’uccisione o l’arresto di Pietro Corea e di lire 2000 per chiunque avesse procurato l’uccisione o l’arresto di Pasquale Dardano, Giuseppe Marchese e Antonio Dardano. Il bando prefettizio però non produsse alcun risultato.

Nel mese di luglio del 1864 teatro delle nefandezze della banda Corea furono i vari fondi di ricchi possidenti dei territori di Taverna, di Soveria e della Fiumara. Vennero uccise nove persone tra cui un ufficiale della Guardia Nazionale.

Nel mese di maggio dell’anno successivo fece clamore il sequestro, avvenuto in Sila, del deputato Raffaele Gallucci, facoltoso proprietario terriero. Per quanto il parlamentare avesse dietro una nutrita scorta, il Corea, riuscì egualmente a sequestrarlo assieme al giudice Savino e a due avvocati, impegnati in un sopralluogo relativo alla questione delle terre demaniali.

La comitiva sottrasse tutti gli incartamenti del marchese Gallucci e li bruciò. Un’azione questa a sostegno della lotta contadina mirata all’assegnazione delle terre demaniali usurpate e non sfruttate in modo intensivo e produttivo.

Al processo, tenutosi a Catanzaro nel 1868, ai capi banda Rocco Casalenuovo, Barbuto e Sinopoli, nonché a gregari e manutengoli, il pubblico ministero, cav. Giovanni Masucci, nel corso della sua requisitoria fece riferimento a tale sequestro raccontando che: «mentre stavano racchiusi in una grotta, sepoltura dei viventi, Pietro Corea, parlando con essi mostrava e leggeva una poesia, che gentilmente gli avea indirizzata un vate di questa città, con la quale il Pindaro Catanzarese lodava il coraggio e l’ardimento dei briganti nell’aggressione del 6 marzo», facendo riferimento ad un’altra delle tante scorrerie della comitiva nel corso della quale era stato ucciso un giovane carabiniere ed ai cui funerali, secondo il Masucci, vi partecipò inosservato il brigante Tallarico che aveva preso parte all’aggressione e all’omicidio.

Nel marzo del 1865, il magistrato Camillo Longo si dirigeva alla volta di Catanzaro, dove era atteso per il suo insediamento alla Procura Generale. Magistrati e avvocati, secondo l’uso locale, andarono incontro al Procuratore sulla strada rotabile che attraversava Tiriolo, ma data l’ora tarda alcuni decisero di ritornare, altri invece aspettarono. La carrozza su cui viaggiava il Longo, scortata da un drappello di carabinieri a cavallo, giunta in prossimità del fondaco di Mele, fu improvvisamente “salutata” da una scarica di fucilate da parte di una comitiva di briganti, che colpì a morte il vice brigadiere Torriani. Seguì una fuga precipitosa della carrozza, con il Procuratore che gridava ad alta voce: «I briganti, i briganti», mentre, nel frattempo la banda armata si rintanava nei boschi. Giunti a Catanzaro, spaventati e in preda alla confusione, il Longo non riuscì a vedere il figlio che ritrovò soltanto dopo lunghe ricerche.

In merito all’assalto si disse che era stato opera della comitiva degli albesi guidata da Pietro Corea il quale intendeva sequestrare il Procuratore Generale per poi patteggiare la sua liberazione con il Governo.

Da quel momento la comitiva degli albesi prese smalto e vigore. Contemporaneamentela Guardia Nazionale avviò un’imponente repressione con persistente afflusso di uomini e materiale militare nella presila catanzarese dove la banda aveva eseguito molteplici grassazioni e godeva di una fitta rete di parentele e connivenze.

Qualche tempo dopo Pietro Corea emise un’incredibile sentenza contro la famiglia Coschi di Albi, decretando la pena di morte per quanti ne avrebbero preso in fitto la proprietà, ne avrebbero coltivato i fondi, ne avrebbero raccolto prodotti o avrebbero prestato servizio domestico. Per garantire protezione ai servi e ai coloni dei Coschi fu creato un distaccamento di truppa ad Albi.

Per diverso tempo a nulla valse l’accanita persecuzione con perlustrazioni quasi quotidiane nelle zone abitualmente frequentate dagli albesi. L’esercito non conosceva i luoghi e non possedeva carte topografiche perciò l’unico aiuto era rappresentato dalle guide locali, non sempre facili da trovare.

Il rigido e brutale capo degli albesi, sentendosi braccato, andò a spadroneggiare nel triangolo Squillace-Borgia-Vallefiorita dove trovò numerosi fiancheggiatori, ritornando saltuariamente al suo territorio. A Vallefiorita ancora oggi si usa dire: «cittu, cittu, ca sinnò vena Corea» (zitto, zitto, altrimenti arriva Corea), in ricordo di quel brigante che all’occorrenza non esitava a far passare per le armi coloro che non gli obbedivano ciecamente.

La cattura di Pietro Corea avvenne a Gagliano, nel mese di novembre del1865, inun covo posto vicino alla cappelletta dell’attuale Corso De Seta. I Carabinieri della locale stazione interrogarono una donna, rimessa in libertà dai briganti, dopo che i parenti avevano pagato il riscatto richiesto. La donna raccontò di essere stata nascosta in un covo sotterraneo dal quale riusciva a sentire la campana della Chiesa di Gagliano, che gli era ben nota, e le grida di un venditore ambulante di pesci.

L’indagine portò i militari nei pressi di ’a chiesuliddha, ma del covo non si riusciva a trovare alcuna traccia. La certezza che il nascondiglio dei briganti era in quella zona fu data da una soffiata di un confidente, fatta al vicebrigadiere Pietro Leone, comandante della locale stazione dei Carabinieri. Allora i carabinieri e una pattuglia di bersaglieri accerchiarono la casa sospetta, di proprietà di Giuseppe Scerbo, che al momento dell’irruzione appariva disabitata. Proprio mentre il Leone si apprestava a dare l’ordine di lasciare la casa, il carabiniere Pietro Bonetto scoprì, su un pianerottolo, una pietra circolare posata sul pavimento, vicino alla parete adiacente all’altare della chiesetta.

Nelle precedenti perlustrazioni la pietra non era stata notata in quanto una filatrice era solita sedersi appositamente “a lu ballatura”, allargando l’ampia gonna di pacchiana che indossava. Appena il tempo di alzare il masso e dal basso partì una scarica di pallottole che uccise il Bonetto. Si pensò allora di snidare i briganti buttando dentro la buca un sacco di zolfo acceso. Dopo pochi minuti, a mani alzate uscirono fuori Pietro Corea, i suoi luogotenenti Pasquale Dardano, Antonio Trapasso detto ’u Gaddhru di Gagliano e la brigantessa Rosaria Mancuso. Una fedelissima quest’ultima del Corea e molto legata alla sua druda Rosa Grillo. Entrambe le donne avevano un ruolo siginificativo nella comitiva.

Rosaria Mancuso, affascinata dalla forza delittuosa del Corea, si era aggregata alla comitiva degli albesi assieme alla sorella Palma. Entrambe vestivano abiti maschili e giravano armate.

Quando i militari si introdussero nel covo vi trovarono un lungo cunicolo che ad un certo punto si biforcava portando in due direzioni opposte, uno verso la valle del Corace l’altro verso località Pertuso. In tanti a Gagliano raccontano di aver attraversato da bambini, per gioco, detto cunicolo.

I briganti furono tradotti a Catanzaro con dei carri trainati da buoi.

Saveria Donato (1922-2009) raccontava e tanti altri a Gagliano raccontano ancora quel momento così come gli fu riferito da genitori e nonni. In particolare si tramanda la reazione di’u Gaddhru, la cui madre abitava a pochi passi dal luogo della cattura. Erano tanti i gaglianesi “ammurrati”, increduli per l’avvenuta cattura.

Il Trapasso mentre veniva portato via gridò «Gagghjanisi, vita vutata a guai pena non senta», ed ancora, «Gagghjanisi, perdistivu na spaddha», per significare che chi come lui aveva scelto di vivere tra i guai non avrebbe certo sofferto la pena del carcere, aggiungendo poi che il popolo di Gagliano da quel momento aveva perso il suo principale tutore: ’u Gaddhru, uno dei pochi che «faceva lippu».

«Petra chi ’on fa’ lippu s’a leva a fiumara» si soleva dire a quei tempi per significare che quanti dicevano sempre sissignore venivano sfruttati dai padroni sempre di più.

Pietro Corea, il Trapasso e gli altri famigerati eroi della rivolta dei cafoni, furono condannati alla fucilazione per il reato di brigantaggio, aggravato dalla resistenza a mano armata alla forza pubblica. Dal quel momento, anche a causa dei rigori invernali, la comitiva, orfana degli elementi più importanti, si sgretolò. Alcuni briganti cercarono di far ritorno nelle loro famiglie, altri si presentarono spontaneamente alle autorità dei propri luoghi di residenza, a condizione che al momento della costituzione non sarebbero stati passati per le armi.

Nel mese di dicembre 1865, colto da apoplessia cardiaca, moriva nel carcere di Catanzaro Giuseppe Scerbo, nella cui proprietà era stato catturato il capobanda Corea e gli altri briganti. Anche se la perizia medica constatò chiaramente la causa del decesso rimase il sospetto che lo Scerbo fosse stato avvelenato ad opera di quanti temevano sue eventuali rivelazioni.

Ad Albi, nel gennaio 1866, correva voce che il Generale Pallavicini andava dicendo di aver affrettato la fucilazione del Corea «per riguardo di una tomba», alludendo a quella di Alberto de Nobili.

Il cognato di quest’ultimo, Fortunato de Nobili, con una lettera, chiese spiegazioni all’illustre Generale il quale rispose si trattasse di «una infame invenzione di codardi. La fucilazione di Pietro Corea non fu, né poteva essere affrettata o ritardata; essa si compie nel modo e nel tempo prescritto dalla legge. Non fu ne poteva essere, perché io per qualunque cosa al mondo non sarei per transigere coi miei doveri; perché Pietro Corea, checchè se ne dica, non accusò qualcuno ne direttamente ne indirettamente»[2].

Certo è che il generale Pallavicini promise al capo brigante di salvargli la vita se avesse indicato il luogo dove si trovava nascosto il suo tesoro.

Il Corea accompagnò ammanettato l’illustre generale in aperta campagna indicandogli il fosso dove erano custoditi ben quarantamila ducati.

Pallavicini, una volta scoperto il tesoro, diede l’ordine di fucilare il Corea[3].

La figlia Antonia, che viveva a Sellia assieme all’anziana madre, dove lavorava presso il possidente Francesco Placido, avanzò più volte alle autorità richiesta di una parte di quel danaro che considerava di proprietà della sua famiglia.

Detta figlia, che il Corea aveva avuto da una certa Amelio e della quale portava il cognome, non conobbe mai il padre, in quanto questi fu fucilato quando lei ancora era neonata.

I compaesani di Pietro Corea tramandano del capobanda un brutto ricordo. Ad Albi si può ancora vedere, in Via Mazzini, la casa dei Corea dove Pietro arrivò neonato e vi rimase sino a quando si diede alla macchia.

A Catanzaro si racconta ancora oggi che, a Bellavista, in un basso del palazzo Manfredi, venisse ospitato un giovane molto timido somigliante al Corea (si diceva fosse suo figlio) il quale, per sopravvivere, si prestava a fare i lavori più umili.

Uno dei maggiori conoscitori della vita del Corea è l’albese Tommaso Elia (1950), profondo conoscitore della storia e delle tradizioni locali della presila catanzarese.

Un’altra testimonianza interessante è risultata quella di Francesca Amata Garito (1905-1987), contastorie albese dotata di eccellenti virtù declamatorie. Nonna Amata raccontava che il Corea si diede alla macchia per evitare l’arruolamento al sol fine di non lasciare la famiglia che riteneva bisognosa della sua protezione dopo che la sorella era stata violentata da un nobile locale.

Raccontava inoltre che alcuni pastori, su indicazioni dei più vecchi, ritrovarono un covo del Corea in località “’Ntopa”, una zona impervia di Albi.

Molte cruente imprese del repertorio di nonna Amata trovano riscontro negli atti processuali consultati.

La famigerata e leggendaria crudeltà di questo personaggio suscitò l’attenzione di alcuni studiosi di frenologia. Alcuni scritti del tempo riportano che la testa, il cuore e le mani del brigante furono inviati a Firenze, al fine di studiarne la conformazione anatomica secondo le teorie, all’epoca in voga, del Lombroso, capo di quella scuola che cercò di scolpire la figura antropologica e mentale dell’individuo delinquente.

Da un colloquio avuto dalla figlia del Corea con un giornalista de “Il potere”, nel mese di maggio 1896, emerge invece che la testa rimase a Catanzaro. Antonia Amelio, trentunenne, in quella occasione si dichiarò fortunata per il fatto che «del padre riviveva la testa, pietrificata da un farmacista militare e custodita, ancora intatta, nell’Ospedale Militare, in una vetrina, posta nello studio del tenente medico colonnello direttore».

Vi rimase lì, a disposizione di studiosi di frenologia e fisiognomica, sino al 1902. Poi sparì andando probabilmente ad arricchire qualche museo di antropologia criminale.

E mentre in altri luoghi gli appassionati folcloristi studiavano costumi e tradizioni poetiche, il criminologo veronese Cesare Lombroso, tra polemiche e dissensi, cercava nella “bassa Italia”, ed in Calabria in particolare, l’uomo delinquente-nato per studiarlo a livello antropologico mentale e morale.

Giunto in Calabria nel 1862, con l’incarico di ufficiale medico dell’esercito piemontese, raccolse in un libretto, dato alle stampe nel 1898, le sue retrospettive impressioni sulle Calabrie, «non solcate ancora dalle ferrovie», le cui popolazioni vivevano in uno stato di primitività. Fu proprio effettuando l’esame anatomico del cranio del brigante calabrese Giuseppe Villella (1803-1872), nativo di Motta S. Lucia, che lo studioso scoprì la prova della delinquenza ereditaria: una concavità localizzata nella zona dell’occipite e definita «fossetta occipitale interna». Secondo il Lombroso tale anomalia era presente solo nel cranio dei pazzi e dei criminali, prova questa secondo la sua teoria – messa in discussione però dai suoi stessi allievi – che pazzi o delinquenti si nasce.

Resta il merito, al Lombroso, d’aver affrontato aspetti sino allora trascurati, come lo studio del delitto inteso come fenomeno sociale ed umano, studi che servirono a far rifiorire, anche se con sfaccettature romantiche, la figura del brigante della Sila.

 

Silvestro Bressi

Tratto dal libro : “Il Brigantaggio nel Catanzarese”, Ursini editore. 

 

[1] Il nomignolo di vricoti deriva da Vrica (Tamerice) un rustico arbusto che vegetava abbondantemente nel greto della Fiumara le cui chiome venivano utilizzate per fare le scope.

[2]  La Calabria,  Giornale di Catanzaro, Anno II,  n° 6, 19 gennaio 1866.

[3] Il potere, Anno IX, n° 16,  del 12 maggio 1896