18 agosto 1946: tragedia sulla spiaggia di Vergarolla, 65 morti. La questione dei territori contesi dalla ex Jugoslavia

 

… Ci sarà un sacco di gente alla Pietas Julia. La Coppa Scarioni la vogliono vedere tutti.

Ma così saremo gli unici noi a non vederla. Umberto è già andato avanti con sua madre e ci aspetta sulla spiaggia di Vergarolla.

Non so cosa dirti, Sergio. Ho promesso alla mamma di aspettarla.

Magari a lei non interessa e ci viene malvolentieri

Neanche per sogno! Per lei la Coppa Scarioni non è una gara sportiva, è un avvenimento politico.

Ci sarà tutta la città: un’altra occasione per dimostrare che a Pola gli vogliono rimanere in Italia […]

Scendemmo al porto quasi correndo e, una volta saliti in barca, il papà si mise a remare con tutte le forze per recuperare il tempo perduto in quella domenica di agosto. Eravamo quasi di fronte alla spiaggia di Vergarolla quando si udì un boato che neppure durante i bombardamenti avevo sentito forte. Il cielo diventò nero, la spiaggia sembrò sollevarsi, intorno a noi piovvero sassi, rami, pezzi di sedie e di tavoli. Sentimmo urlare, piangere, chiedere aiuto, e appena la colonna di sabbia si disperse tra il mare e la terra, vedemmo la gente correre impazzita da ogni parte…

Questa è la descrizione fatta da Stefano Zecchi dell’attentato che si consumò sulla spiaggia di Vergarolla a Pola il 18 agosto del 1946, in cui persero la vita 65 persone, nel suo romanzo dal titolo Quando ci batteva forte il cuore dedicato alle tristi vicende degli italiani in Istria dopo il 1945.

caduti di Vergarolla

L’episodio di Vergarolla si incardina in quel contesto internazionale che si andò a profilare, a conclusione del secondo conflitto mondiale, quando parte dell’Italia orientale, l’Istria e Dalmazia, venne divisa e contesa tra le truppe angloamericane e gli armati titini jugoslavi, in attesa che le trattative diplomatiche decidessero del destino di quei territori e di quelle popolazioni.

Nello specifico, il destino di Pola in quell’ agosto del 1946, sotto il controllo inglese, ancora non era stato deciso. A Parigi nulla ancora era stato determinato per quanto riguardava i confini orientali d’Italia e, così, mentre la maggioranza della popolazione italiana manifestava, con qualsiasi pretesto e forza, la volontà affinché Pola rimanesse italiana, i titini erano decisi a bloccare tali istanze con tutti i mezzi.

In quei mesi, come ricorda la giornalista Lucia Bellaspiga in un suo articolo, vi furono numerosi episodi tendenti a colpire qualsiasi manifestazione italiana organizzata a Pola e nelle zone occupate dagli angloamericani: a giugno 1946 militanti filo jugoslavi assaltarono il Giro d’Italia, in una manifestazione a Gorizia armati jugoslavi lanciarono bombe a mano, a Trieste, una settimana prima di Vergarolla, durante una gara di canottaggio, una bomba non scoppiò per un difetto al detonatore.

Quel 18 agosto di settanta anni fa, i polesi si recarono sulla spiaggia di Vergarolla per assistere alle gare della Coppa Scarioni di nuoto organizzate dalla società canottieri Pietas Julia, dal nome dell’antica colonia romana a Pola, manifestazione con un forte connotato patriottico che prendeva il nome di Franco Scarioni , pilota di aereo che perse la vita nella prima mondiale (che come segretario della Federazione Italiana Nuoto istituì le “Popolari di Nuoto”, manifestazioni natatorie aperte a tutti da lui iniziate mettendo in palio nel 1914 la “Coppa Scarioni”).

Poco dopo le 14 la deflagrazione provocata da numerosi ordigni bellici disinnescati ma non rimossi dalle truppe angloamericane sulla spiaggia. La potenza dello scoppio fu così elevato che molti corpi non furono più ritrovati. Immediatamente, nella popolazione italiana di Pola si insinuò il sospetto che l’episodio non fosse stato un incidente ma un attentato dell’ OZNA, i servizi segreti jugoslavi di Tito. Lo stesso Consiglio Comunale di Pola inoltrò una vibrante ed indignata protesta al Comando Supremo alleato nel Mediterraneo, al Comando del 13° Corpo d’Armata al quale appartenevano le truppe di stanza a Pola, all’AMGVG di Trieste (Lino Vivoda L’Arena di Pola Associazione del “Libero Comune di Pola in esilio” 13 agosto 2013).

Ma al di là di una conferma ufficiale inglese sul fatto che gli ordigni furono deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute, mai si conobbe la verità su chi aveva provocata quella strage a Vergolla.

L'arena di Pola su Vergarolla 01

Da quel giorno, però, gli italiani di Pola capirono come fosse illusoria la speranza che alla fine il territorio della loro città venisse assegnato al territorio Libero di Trieste, anche alla luce delle decisioni che si stavano prendendo a Parigi sulla scelta della linea francese, che imponeva il passaggio della maggior parte dell’Istria alla Jugoslavia. Da quel momento si diede impulso da parte italiana al progetto di abbandonare la città di Pola, anche con la Costituzione del Comitato Esodo di Pola. Ancor prima della firma del trattato di pace a Parigi, migliaia di italiani iniziarono a lasciare le terre istriane, con qualsiasi tipo di mezzo e in qualsiasi modo. Migliaia di persone si ritrovarono in una Italia non preparata a quell’esodo, e dovettero affrontare numerose difficoltà in una società ancora duramente provata dalla fine della guerra.  Lo stesso Partito Comunista Italiano ebbe un atteggiamento del tutto negativo all’inizio dell’esodo dei profughi, considerando quelle persone come semplici fascisti. Solamente nel 1947 fu costituito un Comitato nazionale per i rifugiati con presidente onorario Alcide De Gasperi, trasformato in Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati, quando l’arrivo di persone dall’Istria si trasformò in un vero e proprio esodo (che si concluse ufficialmente solo nel 1956) (Storia di un esodo di Fabio Todero in Giorno della Memoria 2010 a cura di D.Pietragalla – MUSMI) Grazie a questo organismo che furono con il tempo realizzate quelle opere che portarono finalmente ad integrazione dei profughi, ma, come scrive lo studioso Raoul Pupo è vero ‘il dramma dell’Esodo non creò dunque sacche di emarginazione sociale, e anche tale circostanza favorì la rimozione dell’accaduto dalla memoria degli italiani. Rimase invece, negli esuli, al di là delle fortune personali, la convinzione che la loro tragedia non era stata sufficientemente avvertita dal resto della comunità nazionale, e ciò rese più amaro l’esilio’.

Allora, oggi, ricordiamoci dei caduti di Vergolla e di tutti coloro che furono costretti ad abbandonare quella che consideravano la propria città semplicemente perché si trovavano su delle terre che in quarant’anni passarono dall’Impero Asburgico, al Regno d’Italia, al dominio del terzo reich, ai quaranta giorni dell’amministrazione jugoslava, a Trieste, Gorizia, Pola, all’Internazionalizzazione di quei territori.
Salvatore Scalise

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